Sulla scia delle interviste pubblicate prima dell’estate, che hanno visto protagonisti due collettivi operai del Centro Italia (il Collettivo di Fabbrica GKN e il Gruppo Autonomo Portuali di Livorno), ci spostiamo in Puglia, nel barese, principale polo industriale del Sud insieme alla Campania. Qui, infatti, in un territorio minacciato dalla de-industrializzazione e dalla de-localizzazione, e con un terziario in crescita, ma frammentato e precario, nel 2022 prende forma un collettivo operaio dalla forma molto particolare.
I lavoratori che via via si avvicinano al collettivo provengono infatti da realtà lavorative diverse, tanto da fabbriche metalmeccaniche quanto da aziende di call centers. E il loro approccio rispecchia appieno questa eterogeneità. Sono infatti molteplici le tematiche che affrontano, accomunate tutte però da alcuni punti chiave: la sfida all’immobilismo (quando non complicità) dei sindacati, l’approccio non corporativo alle tematiche del lavoro, una posizione ecosocialista e di controllo democratico operaio della produzione.
Su queste basi, nell’intervista che segue il Collettivo Operaio Mo’ Avast pone dei punti politici che crediamo siano molto importanti rispetto a come ricostruire una soggettività di classe dal basso (al netto di alcune differenze che abbiamo con loro nella lettura di una vertenza importante come quella dell’Ex ILVA sulla quale torneremo nelle prossime settimane.)
Negli ultimi anni sono tornate a emergere forme di auto-organizzazione operaia che ricordano le esperienze più classiche: il collettivo di fabbrica della GKN, il CALP al porto di Livorno, il Gruppo Autonomo Portuali di Livorno (GAP), e così via. Anche il vostro collettivo, il MoAvast!, si inserisce in questa tradizione, ma con una peculiarità: i lavoratori che ne fanno parte provengono da aziende diverse, distribuite sul territorio di Bari. Come si è formata questa alchimia?
L’alchimia non è nata spontaneamente: è stata costruita. Abbiamo utilizzato gli strumenti di comunicazione disponibili — telefonate, contatti personali, reti militanti — per coinvolgere compagni e compagne che negli anni si erano distinti per attivismo politico e impegno sindacale, e che pensavamo potessero essere interessate al percorso.
Ci teniamo anche a raccontare com’è nato, questo percorso: il fattore scatenante che ci ha riuniti è stato il licenziamento di due operai della SKF, di qualche anno fa. I lavoratori si rivolsero a un’organizzazione sindacale, ma segnalarono ad alcuni compagni presenti in quella fabbrica che la gestione della vertenza appariva opaca. Da quella situazione nacque un comitato composto da militanti del vecchio collettivo “Mezzo Caffè”, ma non solo, si unirono anche pensionati, operai di altre aziende.
Quando la vertenza si è chiusa e i lavoratori hanno ottenuto il reintegro al lavoro , ci siamo resi conto che quell’esperienza non poteva esaurirsi lì. Serviva un collettivo che iniziasse, su base operaia, a discutere delle problematiche che si stavano acutizzando sul territorio. Stiamo parlando del 2022: il territorio stava entrando in una fase di crisi profonda, e il sindacato appariva immobilizzato, le vertenze venivano affrontate in modo isolato, senza una visione comune. Da qui l’idea di costruire un collettivo operaio intersindacale, capace di mettere in relazione lavoratori di aziende diverse e di offrire uno spazio di confronto indipendente e autonomo dalle dinamiche delle organizzazioni sindacali confederali. I sindacati principali, infatti, avevano la tendenza ad etero-dirigere, e soprattutto a calmare gli animi.
Un episodio importante è stata la visita di Don Ciotti nella zona industriale di Bari. Durante l’incontro, a cui abbiamo partecipato come comitato, un operaio della Baritech, l’ex-Osram, ha fatto un intervento disperato, colpendo profondamente Ciotti. Poco dopo, quegli operai sono stati licenziati in blocco, con la chiusura definitiva della fabbrica firmata dai delegati. In quel clima abbiamo convocato la nostra prima assemblea pubblica, all’Officina degli Esordi: erano presenti anche questi compagni, e fu un confronto acceso, piccato, ma rivelò chiaramente che nel territorio esisteva un bisogno di rappresentanza diversa da quella a cui eravamo abituati sul territorio.
Questo bisogno sicuramente non era localizzato solo sul barese, naturalmente, ma forse qui si faceva sentire ancora più marcatamente. Stiamo parlando di un territorio povero, del sud, che ha una sua storia industriale importante nel settore della componentistica, ma che sta vivendo un lento e agonizzante declino industriale.
La sensazione era che si stesse aprendo uno spazio di discussione che prima mancava completamente: in pochissimo tempo abbiamo ricevuto un interesse enorme rispetto al collettivo, probabilmente superiore alle nostre reali capacità organizzative e di azione. Noi di fatto non siamo più giovanissimi, e infatti stiamo cercando di coinvolgere le organizzazioni giovanili e studentesche del barese, soprattutto quelle più radicali. Comunque, sia chiaro, questo entusiasmo segnala una mancanza: sul territorio non esiste una discussione reale sulle tematiche del lavoro, nonostante tre tavoli di crisi aperti, ovvero Bosch, Natuzzi e Ilva, tre vertenze cruciali che stanno ridefinendo il futuro industriale della Puglia.
Bosch e Ilva sono le due più grandi aziende metalmeccaniche della regione. Eppure, in 25 anni, secondo noi non è mai stata creata una reale convergenza tra i lavoratori un fatto che consideriamo assurdo, soprattutto perché le crisi di Bosch e Ilva hanno radici comuni nella transizione energetica. Noi imputiamo questa grave mancanza in parte alle posizioni reazionarie, espresse persino da alcuni sindacati, che di fatto hanno tenuto in una sorta di limbo per quasi 10 anni i lavoratori.
Senza un confronto serio, i lavoratori guidati dal sindacato non sono riusciti ad andare oltre la difesa della produzione, assorbendo passivamente la narrazione che racconta la transizione come nemico del lavoro, e il diesel come identità da difendere per quanto riguarda Bosch, o le promesse di decarbonizzazione per quanto riguarda l’ILVA
In questo contesto, spiegare ai lavoratori che la transizione non è la causa della crisi, ma la sua cornice inevitabile, è estremamente difficile. Molti operai vivono la situazione come una minaccia personale, non come un cambiamento strutturale.
Qual è la forza di questa particolare forma di collettivo operaio diffuso, e quali sono le difficoltà che affrontate?
La forza del collettivo sta nella sua natura diffusa: avere lavoratori e lavoratrici attenti alla difesa dei diritti sui posti di lavoro e con una attenzione alle tematiche della sostenibilità delle produzioni in aziende diverse, permette di costruire convergenze e di discutere onestamente il modello di sviluppo del territorio. Non si può difendere all’infinito produzioni insostenibili, né ignorare l’impatto ambientale e sociale di ciò che si produce. Questo vale per Taranto, certamente, ma vale anche per Bari, che di per sé non presenta criticità paragonabili a quelle di Taranto in termini ambientali , ma non si può neanche ignorare un fatto: nella filiera della componentistica automotive pensiamo sia arrivato il momento di cominciare a farsi qualche domanda, anche nel dibattito sindacale, rispetto a ciò che si produce.
La debolezza principale è la fatica organizzativa: molti di noi hanno famiglie, vivono in regimi di ammortizzatori sociali, e il territorio ha una cultura sindacale legata a modelli pachidermici, dove il sindacato è percepito quasi esclusivamente come erogatore di servizi. La polverizzazione del lavoro nel Sud, determinata dalla prevalenza di piccole imprese e precariato, o dal fatto che i grandi gruppi presenti sono principalmente aziende di call center, quindi realtà a bassa sindacalizzazione, insomma tutto ciò rende difficile costruire partecipazione. Pensa che, come collettivo, abbiamo provato a coinvolgere lavoratrici e lavoratori di queste aziende [dei call center, ndr], per scoprire poi che queste persone hanno paura persino di partecipare alle assemblee sindacali indette dai confederali. Già solo possedere la tessera di un sindacato è un fattore di preoccupazione. E anche quando riceviamo consensi, nei contesti dove il lavoro è meno precario, vedi Marelli, Bosch, ecc, comunque raramente si traducono in azione, o anche solo partecipazione.
Per questo, per ora, lavoriamo su assemblee aperte, informazione sui servizi per il lavoro, e rete con realtà affini: Spazio 17, lo spazio di mutuo soccorso Bread & Roses, il Movimento contro il Riarmo, il coordinamento per la Palestina. In questi contesti portiamo la nostra esperienza in quanto lavoratori, per porre l’accento su un pericolo che vediamo materializzarsi oggi: la crisi attuale sta creando le condizioni per riconversioni industriali verso la produzione di armi, come già avvenuto a Grottaglie, ad esempio. Per questo siamo qui, perché le aziende stanno iniziando a riconvertire le produzioni. Se hai un lavoratore che fa cassa integrazione e lavora tre giorni al mese, e gli dici: “Vuoi lavorare tutti i giorni producendo bazooka?”, quello ti risponde: “Sì, iniziamo domani”. È comprensibile: quando la precarietà diventa strutturale, qualsiasi promessa di continuità lavorativa appare accettabile.
Per questo torniamo sempre sulla questione della discriminante etica delle produzioni. Per noi è un valore aggiunto, molto più della rincorsa ai volumi produttivi in competizione con i colleghi della Repubblica Ceca, dell’Ungheria o della Serbia. Il vero valore delle nostre produzioni dovrebbe essere la qualità e, soprattutto, l’etica.
La nostra visione è completamente fuori mercato: al libero mercato contrapponiamo produzioni etiche e necessarie, capaci di dialogare con le nuove tecnologie in modo favorevole ai lavoratori, liberando tempo di vita e non comprimendolo. Crediamo che questa impostazione sia stata introdotta politicamente nel mondo operaio — soprattutto metalmeccanico — dai compagni e dalle compagne del collettivo ex GKN, e la consideriamo una novità politico-sindacale di enorme importanza.
Noi cerchiamo di inserirci in quella prospettiva, non per visibilità, ma perché pensiamo che questa visione possa avere successo proprio qui, in un territorio povero di lavoro e segnato da crisi industriali continue. Se nessuno ne parla, la discussione non esiste: per questo ci siamo presi la responsabilità di portare questi temi sui nostri tavoli. Magari non ci riusciremo, non lo sappiamo, ma qualcuno deve farlo.
Le organizzazioni sindacali confederali (e, a dire il vero, anche molte organizzazioni sindacali non confederali) queste discussioni non le fanno. Non le stanno facendo, e non sembrano intenzionate a farle.
Da quello che è emerso finora risulta già abbastanza chiaro che i rapporti con le organizzazioni sindacali non siano dei migliori. Come si articolano, nello specifico, nei luoghi di lavoro in cui siete attivi? E invece, avete stretto legami con altri collettivi operai, in Italia o all’estero?
I rapporti con le organizzazioni, quelle confederali in particolare, non sono buoni. Non siamo ben visti noi, innanzitutto. Siamo percepiti come “utopisti”, come il sassolino nella scarpa che mette in discussione accordi già firmati. Abbiamo avuto attacchi da esponenti del sindacato, l’ultimo proprio di questi ultimi giorni. Come MoAvast avevamo rilanciato un piano mobilitativo , più avanzato rispetto agli accordi firmati tra sindacati e aziende. Questo ci ha esposto ad attacchi molto vigliacchi.
Con i sindacati più vertenziali, come USB, CUB, Cobas stiamo cercando di collaborare più attivamente, soprattutto nell’ambito di mobilitazioni contro la guerra, per la sanità, ma anche per la questione dei call center.
Nell’ultimo periodo abbiamo apprezzato il lavoro di USB su due vertenze importanti, e con loro abbiamo rapporti di vicinanza: non solo per affinità politica, ma perché abbiamo un percorso militante comune con l’attuale segreteria, al di là dell’organizzazione sindacale di appartenenza.
Nel nostro collettivo ci sono anche RSU dei Cobas, ma abbiamo sempre ritenuto che, vista la residualità dei sindacati conflittuali sul territorio, fosse necessario praticare una sorta di entrismo. Abbiamo cioè cercato di portare dentro i direttivi una voce critica, per capire chi potesse seguire un ragionamento diverso, e in parte ci siamo riusciti.
Oggi i rapporti con i confederali non sono assolutamente dei migliori Abbiamo assoluta contezza del fatto che qualcuno, in particolare i delegati di una organizzazione, non abbia preso bene la nascita del collettivo: i nostri comunicati e le nostre critiche ai loro comunicati vengono letti con attenzione, osservati, monitorati. Siamo osservati, marcati strettamente, e la dimostrazione è negli attacchi che riceviamo sui posti di lavoro
In questo momento preciso, non ci poniamo il problema di rapportarci alle altre sigle. Il nostro percorso è netto: niente opportunismi. Crediamo che il sistema, così com’è, genererà inevitabilmente un conflitto. E quando le contraddizioni esploderanno, il lavoro che stiamo facendo oggi verrà ripagato. Noi ci siamo posizionati, in modo netto e radicale: sull’ecosocialismo, sulla difesa dei posti di lavoro, sulla riduzione dell’orario. E in prospettiva, queste scelte ci daranno ragione.
Riprendendo il caso dei due licenziati della SKF: c’erano operai che partecipavano ai presìdi davanti ai cancelli della fabbrica, o davanti al tribunale durante le udienze, anche nei mesi estivi, quando le sentenze venivano rinviate e c’era il rischio che si sfiancasse la partecipazione e si creasse un senso di fatalismo. Ecco, quei lavoratori hanno incarnato esattamente lo spirito del nostro collettivo perché quella vertenza era emblematica, e vincerla ha significato che i lavoratori possono autorganizzarsi e lottare per dimostrare che licenziare un lavoratore non è un destino irreversibile; dire ai lavoratori, che esiste una possibilità concreta di mantenere il proprio posto. E infatti così è stato.
Rispetto agli altri collettivi operai, all’interno del nostro collettivo ci sono opinioni diverse su alcuni aspetti delle loro esperienze, ma, ad esempio, riconosciamo il valore rivoluzionario del Collettivo Di Fabbrica Ex GKN, nello scenario attuale della discussione sindacale: mutualismo, convergenza, coinvolgimento del territorio.
La differenza principale, rispetto alle situazioni su questo territorio, è che loro hanno vissuto licenziamenti immediati, l’impatto che ha stimolato una mobilitazione più forte. Noi viviamo invece il fenomeno della “rana bollita”: una crisi lenta, che rende difficile far percepire la drammaticità della situazione a molti lavoratori. Il nostro territorio vive, più di altri, il fenomeno delle delocalizzazioni e della competizione al ribasso di lavoratori di paesi diversi nello stesso gruppo industriale. Le linee di produzione si spostano dove si può estrarre più valore, generalmente in est europa.
Se continuiamo a muoverci dentro questo modello di competizione tra paesi, operai italiani contro operai spagnoli, cechi, ungheresi, il risultato sarà quello che abbiamo già vissuto: un arretramento sociale allucinante. I lavoratori hanno finito per accettare l’idea che “bisogna essere competitivi” che è meglio essere più poveri e con meno diritti perché così gli investitori arrivano. È passata la narrazione secondo cui la povertà e la perdita dei diritti sarebbero un valore aggiunto, perché renderebbero il territorio più appetibile sul mercato.
Noi questo modello vogliamo ribaltarlo. Vogliamo puntare su produzioni etiche e di qualità, il cui valore aggiunto stia proprio nel loro essere fuori dalla logica del mercato. È una visione apertamente antiliberista ed ecosocialista.
Dal Blocchiamo Tutto, c’è stata una presa di consapevolezza collettiva di quale possa essere il ruolo della classe operaia, e soprattutto la sua forza, anche nell’ambito di lotte politiche e non strettamente salariali. Pensiamo ad esempio allo sciopero con blocco delle merci all’interporto di Bologna, per chiedere giustizia per l’omicidio di Abderrahim Fakir, indetto dai suoi colleghi e dal Si Cobas. Qui in Puglia, la presenza dell’Ilva rende quasi impossibile pensare percorsi separati per movimenti ambientalisti, comitati cittadini e organizzazioni dei lavoratori. Come MoAvast, che rapporto avete con il territorio e le lotte che vi si sviluppano? E con i lavoratori dell’Ilva?
Abbiamo incontrato in qualche iniziativa i lavoratori dell’Ilva, in particolare abbiamo apprezzato Raffaele Cataldi, lavoratore e autore di Malesangue. Ci sono stati anche degli incontri, dei dibattiti sulla “transizione giusta” con studiosi come Domenico Perrotta, con membri del Collettivo di Fabbrica GKN, e lavoratori delle fabbriche più impattate dal tema della transizione tra cui alcuni lavoratori ILVA. In quelle occasioni è emersa chiaramente la frattura tra chi chiede la chiusura dell’Ilva per ragioni di salute e chi teme la perdita del lavoro. Noi ci sentiamo molto in sintonia con quei lavoratori che comprendono, spesso anche per via di lutti personali, che questo dualismo deve essere superato.
Ad oggi non riusciamo a capire quale sia la reale posizione delle organizzazioni sindacali sul tema “Taranto”, in particolare quella della FIOM rispetto sia alla sentenza della Corte d’Assise di Milano, che stabilisce l’obbligo di fermare l’area a caldo. Così come non capiamo quale sia il pensiero dei sindacati e della politica rispetto alla decisione della proprietà attuale di ILVA, ossia dei commissari, di impugnare in Cassazione quella sentenza.
La posizione della FIOM è: “Decarbonizzazione” “I lavoratori non paghino le scelte sbagliate fatte in passato” “Non possiamo perdere l’acciaio d’Italia”. Questa vaghezza è inaccettabile. È un modo di cedere, anche se non lo si vuole ammettere, al ricatto perenne tra ambiente, salute e lavoro. Si fanno giri di parole, ma la sostanza è quella: si accetta un modello industriale che uccide il territorio, devasta l’ambiente e mette a rischio la vita delle persone. Un sindacato moderno, degno di questo nome, non può più accettare una cosa del genere.
Sappiamo che molti compagni, molti lavoratori e molte famiglie di lavoratori dell’Ilva hanno esultato alla sentenza. Certo, c’è preoccupazione, e noi la condividiamo, siamo vicini alle famiglie dei lavoratori. Però pensiamo che, in questa situazione, lo Stato debba intervenire radicalmente: non con ammortizzatori sociali “a caso”, ma con una gestione seria dell’emergenza sociale che si aprirà a Taranto.
Perché qui non c’è solo un’emergenza ambientale: c’è un’emergenza sociale e sanitaria che dura da anni, e che ora si aggraverà. Uno Stato degno di essere chiamato tale deve garantire una condizione di sicurezza economica ai lavoratori, che sono gli unici che non hanno colpe in questa vicenda.
La spaccatura enorme che si è creata a Taranto tra città e fabbrica ci vede schierati da quella parte sociale, cittadina, che ha lottato per anni. Per la prima volta nella storia di questa vertenza, quella parte riceve una vittoria. Non è banale. Sono stati insultati in tutti i modi: i promotori del Primo Maggio di Taranto, i genitori tarantini, le associazioni per la sicurezza. Li hanno chiamati pazzi, estremisti, irresponsabili. E invece adesso persino la giustizia dice che queste persone avevano ed hanno ragione.
Questa vittoria deve aprire una critica profonda al modello industriale e al modello sindacale. Per questo, sul territorio, ci interfacciamo con tutte le realtà che vogliono fare questa critica: che vogliono ridiscutere il modello sindacale, il modello di sviluppo, il modello sociale. Il territorio ha il diritto, e il dovere, di riprendersi la discussione sul proprio futuro.
Sui vostri canali, esprimendo solidarietà a Roberto dei Cobas Brindisi, ricordavate come su queste direttrici, quelle della lotta sui luoghi di lavoro e dei movimenti antirazzisti, ambientalisti, ecc, si intersechi anche quella della repressione, quella più diretta, delle sanzioni amministrative, e quella più subdola, della pressione passivizzante da parte dei sindacati. Quale prospettive di resistenza vedete per i lavoratori? Quali strumenti di difesa state mettendo in campo? Per esempio, una cassa di resistenza o alternative simili
È una domanda difficile. Noi abbiamo sempre sostenuto la necessità di recuperare gli strumenti storici della classe operaia: mutualismo, casse di resistenza, reti di solidarietà. Sono modelli validi, e infatti sosteniamo realtà del territorio come lo Spazio di Mutuo Soccorso Bread&Roses, che lavora proprio sul mutualismo e sull’autoproduzione. Ci riconosciamo molto in quelle iniziative.
Nella grande industria, però, ci rendiamo conto che attivare meccanismi diretti di cassa di resistenza è complicato. I lavoratori sono già schiacciati tra fondi assicurativi, fondi pensionistici privati, assicurazioni sanitarie: chiedere loro di contribuire anche a una cassa di resistenza è difficile. Serve prima un lavoro di informazione, con esempi concreti. In Puglia, le casse di resistenza sono pochissime: forse qualcosa legato alla Palestina, o piccoli presìdi di lavoratori.
Per questo abbiamo deciso di partire dal mutualismo, cercando di offrire servizi gratuiti o a costi molto bassi, ad esempio sul tema del burnout lavorativo. Molti lavoratori in ammortizzatori sociali, licenziati o in regimi di lavoro povero, non riescono ad accedere a supporto psicologico, e i bonus statali sono ridicoli. Da ottobre attiveremo uno sportello virtuale di ascolto, con psicologhe che hanno aderito al progetto e che stanno costituendo un’associazione per coprire gli aspetti normativi.
Il nostro obiettivo finale, però, è costruire strumenti di lotta: casse di resistenza, mutuo soccorso, reti di sostegno. La Francia ce lo insegna: lì ogni comune ha una cassa di resistenza a sostegno delle lotte e delle spese legali, e così anche i sindacati confederali. In Italia, invece, i confederali puntano sui servizi e sulla privatizzazione della sanità. Ogni categoria ha il suo fondo sanitario integrativo, che sottrae utenza alla sanità pubblica e allunga le liste d’attesa anche nel privato. La FIOM, per due contratti nazionali, non ha firmato proprio perché non accettava l’ingresso di MetaSalute nel contratto dei metalmeccanici. Poi, improvvisamente, ha cambiato idea, accodandosi agli altri confederali, firmando.
Non abbiamo apprezzato il rilancio all’unità sindacale dei segretari generali di CGIL CISL e UIL. È lo stesso meccanismo che portò alla firma della piattaforma unitaria che triennalizzò il contratto, ora quadriennale. Lo stesso schema che ha creato i presupposti della precarietà, del lavoro insucuro e povero e l’introduzione dei fondi assicurativi sanitari e pensionistici privati nei contratti nazionali. Per farti un esempio concreto: in un’azienda dove lavora un nostro compagno avevano un fondo mutualistico aziendale, interno: l’azienda metteva una quota, i lavoratori un’altra, mensilmente. Poi, con una scusa burocratica, lo hanno chiuso per aderire a un fondo sanitario privato. Il collettivo ha criticato apertamente questa scelta: abbandonare il mutualismo per il profitto privato sulla salute è inaccettabile. Molti lavoratori non percepiscono la differenza tra un fondo mutualistico interno e un fondo privato. Devono invece capire che nei meccanismi di mercato perdono diritti e denaro, e intanto i servizi pubblici spariscono.
Per noi è necessario ricostruire percorsi di democrazia dentro i posti di lavoro. Senza assemblee e discussioni cresce il clima di paura. Noi continuiamo a esporci, ma molti lavoratori hanno paura. La cultura sindacale della Puglia e della terra di Bari, sulle lotte operaie, è molto diversa da quella di Firenze, dell’Emilia o del Veneto: qui il terreno è minato.
Eppure, quando indossiamo il cappellino o la maglietta del collettivo, la gente ci ferma per chiedere chi siamo, cosa facciamo. Questo ci dice che un bisogno sta emergendo, e che la scarsità di discussione su questi temi è enorme, e questo al momento è il nostro punto di forza.
C’è un altro tema: il rapporto con le organizzazioni sindacali. In Puglia si è molto deteriorato da quando le organizzazioni si sono burocratizzate al punto da creare vere e proprie “scuole di burocrazia” per studenti che, senza aver mai messo piede in fabbrica, diventano poi dei burocrati. Ti ritrovi a discutere di problemi, sulle postazioni, per dire, con persone che non sanno nemmeno cosa sia un tornio.
Per concludere, quindi: in base alla vostra esperienza qui, in Puglia, perché oggi è fondamentale recuperare ed estendere questa forma di autorganizzazione dei lavoratori?
Il collettivo operaio è lo strumento per re-innescare discussioni reali e critiche dentro il movimento operaio di questo territorio. Perché, a nostro parere, oggi queste discussioni gli operai non le fanno più: non ci sono spazi, non ci sono momenti, non c’è una cultura che le sostenga.
Noi abbiamo una visione ampia, che guarda al quadro nazionale e internazionale, ma in questo momento siamo concentrati su ciò che manca qui: una discussione sindacale degna di questo nome. La nostra finalità è innescare dubbi, aprire contraddizioni, far emergere una critica tra i lavoratori, e anche dentro i direttivi delle organizzazioni sindacali confederali. Non ci interessa costruire un collettivo numeroso, ora come ora: non è la quantità la nostra priorità.
Quello che vogliamo è che il movimento operaio di questo territorio si riappropri delle proprie discussioni, invece di delegarle completamente a figure che, lo diciamo senza giri di parole, hanno tradito la propria funzione. Parliamo di RSU che si sono burocratizzate più della struttura stessa. E non perché lo abbia imposto l’organizzazione sindacale, ma perché lo hanno imposto le aziende: avere gli stessi RSU per vent’anni conviene alle imprese, perché le relazioni sindacali diventano solidissime, prevedibili, addomesticate. E sappiamo bene cosa significa.
Il nostro obiettivo è ricostruire una coscienza di classe, dire ai lavoratori delle aziende in cui siamo presenti: “Guardate che quello che sta succedendo a lui può succedere anche a te, domani”. Perché oggi siamo a un livello in cui le assemblee sindacali non esistono più: in molte fabbriche si fanno solo assemblee di reparto, spezzettate, che atomizzano i lavoratori. E quando, raramente, si prova a discutere, non emerge una visione collettiva: c’è l’operaio della linea che dice all’operaio del reparto accanto “però voi fate meno cassa integrazione di noi”, persino dentro la stessa fabbrica.
Questa atomizzazione è il prodotto del modello sindacale che domina il territorio. Ed è, secondo noi, il prototipo del modello sindacale che si vuole estendere a livello nazionale: un sindacato corporativo. Non siamo indietro rispetto agli altri territori: siamo avanti, e questo è il problema.
Il collettivo GKN sta resistendo per tenere in piedi un modello sindacale diverso; noi, qui, stiamo già combattendo contro ciò che il sindacato rischia di diventare. Con tutto il rispetto per i compagni del collettivo di fabbrica che fanno un lavoro enorme, fondamentale, noi oggi siamo come loro: stiamo combattendo sul fronte di un prototipo di sindacato che si espanderà, se non si interviene per fermare questa deriva saremo davanti al caput finale del sindacato e del movimento operaio in Italia.
Collettivo MoAvast!
Intervista a cura di
Elio Marunti