IV Congresso del PCL: nasce la Frazione Internazionalista Rivoluzionaria

Pubblichiamo, di seguito, il testo costitutivo della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria- FIR, opposizione di sinistra nel PCL, alla quale ha aderito la maggioranza dei militanti aderenti alla piattaforma B al Quarto Congresso del PCL.

Il Quarto Congresso del PCL: bilancio politico della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria

INDICE

  1. IL CONTESTO POLITICO NAZIONALE E INTERNAZIONALE IN CUI SI SVOLGE IL IV CONGRESSO

  2. LA FASE PRE CONGRESSUALE

2.1 Una gestione antidemocratica delle relazioni e del dibattito interno
2.2 Una struttura di partito senza verifica della militanza e dei tesseramenti

  1. UN CONGRESSO CHE CONFERMA UNA POLITICA DI AUTOCONSERVAZIONE

3.1 Un partito non militante, una politica interclassista
3.2 Elettoralismo e sostegno alla (piccola) borghesia di sinistra alle elezioni
3.3 Confermata la struttura federale e accresciuti i poteri della segreteria politica
3.4 Un intervento opportunista e settario nel movimento operaio, tra i giovani e nel movimento femminile

  1. L’INTERNAZIONALISMO DELLA PIATTAFORMA. A: UNO ZIG-ZAG INCONCLUDENTE CHE DISTORCE LA POLITICA DI COSTRUZIONE DELL’INTERNAZIONALE OPERAIA RIVOLUZIONARIA

4.1 Un dibattito congressuale fallimentare

4.2 Salvare il CRQI? Mito e realtà

4.3 Raggruppamento rivoluzionario e trotskismo conseguente

4.4 CRQI: bilancio di un fallimento

  1. IL CENTRISMO DEL GRUPPO DIRIGENTE STORICO DEL PCL
    1 La mancanza di discussione teorica

5.2 Un giornale inadeguato: un’organizzazione senza “organizzatore collettivo”
5.3 La relazione con le opposizioni interne: i fatti post congresso

  1. LA PIATTAFORMA B AL IV CONGRESSO: IL NOSTRO PROGETTO INTERNAZIONALISTA E RIVOLUZIONARIO

  1. IL CONTESTO INTERNAZIONALE E NAZIONALE IN CUI SI E’ SVOLTO IL IV CONGRESSO DEL PCL

Il panorama politico internazionale è segnato da una crisi organica montante, segnata dalla crisi democrazia borghese post caduta del muro di Berlino, caratterizzate da una gestione politica di tipo liberale o neoliberale del capitalismo. Successivamente alla crisi dei titoli subprime del 2008, il conflitto di classe ha visto una risposta difforme in diversi paesi del mondo, e tutti questi hanno scontato una crisi di direzione politica del movimento operaio, egemonizzati per lo più da direzioni piccolo borghesi, riformiste o populiste.

Le lotte delle primavere arabe, gli scioperi generali in Grecia, la sollevazione dei Kurdi, (su un altro livello) le lotte operaie, in Francia contro la Loi travail, hanno scontato la mancanza di una direzione politica dal profilo indipendente dalla borghesia. Processi liquidati o ricondotti al binario dell’elettoralismo da diversi fattori, tra i quali prevale la politica delle direzioni burocratiche e riformiste che hanno impedito che questi processi si sviluppassero in senso anticapitalista e rivoluzionario. Come scrisse Trotsky “l’attuale crisi dell’umanità è la crisi di direzione del proletariato”; tale analisi è pienamente confermata dallo sconvolgimento degli scenari internazionali odierni, dal tracollo di consensi ed egemonia delle socialdemocrazie e dal rafforzamento dell’estrema destra, e dall’ascesa di forze “neo-riformiste”.

Assistiamo a una crisi dei partiti del cosiddetto “centro borghese” composto da conservatori e socialdemocratici, che per decenni hanno gestito insieme nei principali Stati capitalisti sulla base del consenso neoliberale, la cui base sta nella crisi del 2008. Assistiamo, dunque, ad una progressiva trasformazione autoritaria della democrazia borghese, che avviene per diversi processi tendenziali – non ancora del tutto completati – di disarticolazione degli spazi democratici conquistati dal movimento operaio nella sua lotta contro il capitalismo durante tutto il ‘900. Espressione di questo processo sono le tendenze alla “crisi organica” in diversi paesi, così coe lo sviluppo dei fenomeni populisti di destra (Trump, Le Pen, Brexit, Movimento 5 stelle) e di sinistra (varianti neo-riformiste come Syriza, Podemos, Sanders, Corbyn), che si sono affermati successivamente alla crisi finanziaria del 2008 e che ridisegnano lo scenario internazionale di rapporti diplomatico-politici tra Stati nazione, in special modo nelle loro proiezioni nazionaliste, protezioniste e antiglobalizzazione. Tale tendenza, espressione della progressiva proletarizzazione della piccola borghesia e delle mancate risposte alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto, ha formato il brodo di coltura per il rafforzamento delle estreme destre, la cui salita al governo in generale non è più considerata dalla borghesia come una soluzione necessaria, data la debolezza complessiva del movimento dei lavoratori.

La base materiale della nascita di questi nuovi fenomeni politici sta nelle condizioni create durante decenni di neoliberismo e aggravati dalla Grande Recessione del 2008. Durante i primi anni della crisi economica, la Cina ha costituito una controtendenza importante di fronte alle tendenze recessive dei paesi centrali, ma ha poi cominciato a non giocare più tale ruolo, perdendo il dinamismo della sua economia e facendo sì che la crisi si estendesse ai paesi semicoloniali. Allo stesso tempo, però, si è trasformata in una potenza che riesce a competere con gli Stati Uniti sul piano internazionale, nonostante contraddizioni interne importanti. Ciò che si sta verificando ora è la crisi delle politiche con cui gli stati capitalistici hanno risposto alla crisi del 2008. In questo contesto, il trionfo di Trump e le convulsioni che la sua elezione sta producendo sul piano internazionale, stanno approfondendo, per ora, le tendenze alla crisi organica.
Sebbene sia da verificare quali saranno i riallineamenti all’interno delle classi dominanti e tra gli Stati, fino ad oggi caratterizzati da alleanze attorno agli USA come baricentro egemonico, è evidente che ci troviamo in una fase iniziale di profondo mutamento del ruolo dell’imperialismo nordamericano e internazionale.
In questo scenario internazionale, l’imperialismo italiano, reduce da oltre 9 anni di crisi, tra recessione e stagnazione, ha confermato le tendenze che attraversano i più importanti paesi capitalistici del mondo. La crisi della sinistra socialdemocratica e il rafforzamento dei blocchi populisti di destra (M5S e Salvini), insieme alle politiche di smantellamento delle tutele contrattuali dei lavoratori e degli spazi di agibilità politica delle organizzazioni della sinistra di classe, sono segnali di una crisi politica ed economica, che impedisce alla borghesia di procedere al consolidamento di una “Terza Repubblica” -caratterizzata dalla disarticolazione dei partiti tradizionali- e a far nascere nuove formazioni, che fondano la propria base di propaganda sul sentimento antipolitico, impiantato su concezione interclassiste di carattere reazionario, dove alla contrapposizione tra classi si sostituisce quella tra italiani e immigrati e tra Stato-Nazione italiano e Unione Europea, cavalcando il malcontento sociale dovuto a perdita di posti di lavoro e a una disoccupazione giovanile di massa.
In questo quadro il Governo Renzi è stato l’espressione delle politiche di riforma del capitalismo italiano. L’atto di rinascita dalle proprie ceneri. Una tappa politica neoliberale di trasformazione delle relazioni tra Capitale e Lavoro e delle proprie relative istituzioni di diritto pubblico. Il suo corso politico ha rappresentato l’araba fenice delle classi dominanti italiane, riuscendo da un lato a “rottamare” le vecchie dirigenze dei partiti tradizionali, dall’altro a colpire i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali. Una politica padronale fatta di manovre populiste, come gli 80 euro, e riforme su scuola e lavoro, presentata come di sinistra, ma che nella sostanza ha diviso i lavoratori creando un fronte di precarietà contrattuale senza precedenti. Ciò ha favorito il ripiego del movimento operaio e il distacco di tradizione di lotta tra la vecchia classe operaia e quella giovane odierna. Un processo iniziato coi vecchi governi di centro sinistra e che Renzi è riuscito a consolidare, rompendo coi “vecchi” legami del Partito Democratico e con le burocrazie sindacali.
Il IV Congresso del PCL si è svolto in questo scenario. A fronte di una crisi della sinistra e dei lavoratori a cui dare risposte di costruzione soggettiva e d’iniziativa politica internazionale (ricostruzione della IV Internazionale) e nazionale, la costruzione di un forte partito rivoluzionario mediante proposta politica d’intervento nel movimento dei lavoratori, degli studenti e delle donne, una sfida propagandistica alle organizzazioni di sinistra, la raccolta dei settori combattivi del movimento operaio, studentesco, femminile e dei migranti attorno a una piattaforma rivendicativa, il gruppo dirigente del PCL ha confermato una linea di autoconservazione, di sostanziale resa politica e di ulteriore trasformazione dei propri cardini teorici. Il IV Congresso del PCL segna la sua crisi politica interna – in special modo nelle relazioni con le opposizioni di sinistra e nell’impasse sulla proposta politica nazionale – ed esterna, nelle sue relazioni col vecchio coordinamento internazionale a cui fa riferimento (il CRQI), dove il maggior partito (il Partido Obrero) ha chiesto esplicitamente la sua espulsione.

Una crisi che il gruppo dirigente uscito vittorioso dal IV Congresso (piattaforma A) prova a risolvere attraverso una relazione diplomatica con la sinistra del Segretariato Unificato – formata da piccoli gruppi con una scarsa influenza, ma anche con relazioni formali con altri gruppi. Un modo politico per rallentare la propria crisi in attesa di un riposizionamento d’opposizione in un eventuale partito ampio o in un nuovo coordinamento internazionale senza comune strategia.
Al IV Congresso si sono, per questo, contrapposte due piattaforme strutturate su linee strategiche divergenti. La piattaforma A sosteneva la costruzione del partito fondata sull’asse del popolo della sinistra rimuovendo la centralità operaia dalla battaglia per la formazione di una direzione marxista rivoluzionaria. La piattaforma B al contrario proponeva la costruzione del PCL per formazione di tendenze e frazioni rivoluzionarie nel movimento operaio combattivo (la parte più avanzata delle lotte) e nei movimenti studentesco e femminile.

Il bilancio della piattaforma A pubblicato sul numero di febbraio di “Unità di classe” presenta una visione del congresso falsa e superficiale. Innanzitutto perché identifica la discussione tenutasi con una “battaglia interna nella comune tradizione leninista”, quando, invece, non ci si è preoccupati di far pubblicare alla piattaforma B un proprio bilancio del congresso. Per questo l’obiettivo di questo documento è stabilire i punti centrali del bilancio della nostra piattaforma, in contrapposizione alla politica sostenuta dalla Piattaforma A.

  1. FASE PRE CONGRESSUALE

Nell’economia della nostra analisi riteniamo necessario presentare alcuni punti propedeutici al ragionamento in modo da chiarire il metodo politico su cui si è costruito il partito e contro cui si è costruita la nostra battaglia.

2.1. Una gestione antidemocratica delle relazioni e del dibattito interno.

La dinamica di relazioni interne tra la piattaforma A e la B sono per noi non semplici problemi di carattere gestionale, ma il metodo attorno a cui si esplica una determinata impostazione politica.

Nella storia di dieci anni di questo partito nessuno in forma organizzata aveva costruito una piattaforma congressuale che criticasse l’impianto complessivo dell’attuale gruppo dirigente (salvo una piccola piattaforma di fatto riformista a cui si permise di parassitare il partito finché non se ne uscì per conto suo!); tutte le critiche mosse nei congressi precedenti sono state essenzialmente di carattere tattico. Vedendo minacciata la propria leadership politica, la piattaforma A ha deciso di adottare metodi antidemocratici al fine di screditare e indebolire i militanti dell’opposizione.

Circa un anno e mezzo prima del IV Congresso, alcuni compagni di varie parti d’Italia (tra cui diversi sostenitori della futura piattaforma B), si incontrarono in una riunione di discussione politica informale a Roma, esprimendo posizioni eterogenee, ma tutte critiche nei confronti della linea politica del partito e volte a formulare proposte pratiche di rilancio del partito. Il gruppo dirigente attaccò questi compagni al fine di silenziare le loro critiche.

L’articolo 4.4 dello statuto del PCL – uno statuto scritto dagli stessi accusatori – sancisce la libertà dei suoi militanti di vedersi e coordinarsi per discutere delle linee politiche e svilupparne una battaglia interna. Nonostante sia formalmente garantita la libera discussione e il coordinamento dei militanti, la vecchia maggioranza già identificava come un potenziale pericolo un gruppo di compagni che si riunivano per discutere della linea politica della propria organizzazione. In particolare, si consumò ai danni di un compagno (partecipante alla riunione e poi sostenitore della piattaforma B) una vergognosa campagna diffamatoria culminata in un processo privo di prove in Comitato Centrale e in una condanna scritta per “atti sessisti” nei confronti di una compagna – accusa che, se fosse stata credibile, avrebbe giustificato ben di più di un richiamo, ma d’altronde lo scopo era quello di infangare la credibilità politica di costui, e non altro, attraverso la violazione del suo profilo facebook, il furto e la diffusione alterata e “a regola d’arte” di svariate conversazioni private – operazioni di cui non si conoscono precisamente tutti gli esecutori materiali, ma nella quale sono implicati per loro stessa ammissione diversi militanti, coordinati addirittura da un membro della Segreteria, i quali, nonostante le prove a loro sfavore, hanno tentato di scaricare le colpe del furto di conversazioni su un compagno completamente estraneo alla vicenda. Un’operazione di polizia politica segreta tollerata quando non esplicitamente appoggiata dal corpo dirigente del partito.

Successivamente alla notizia di una possibile produzione di una piattaforma alternativa congressuale è iniziata una campagna di attacchi diffusa nel partito contro i sostenitori della piattaforma B.

Se questa è la “comune tradizione leninista”, non è sicuramente la nostra.

2.2 Una struttura di partito senza verifica della militanza e dei tesseramenti
Il PCL costruito dal nucleo storico nasceva già con un’impostazione sbagliata. Nelle fasi iniziali della sua costituzione prevedeva un tesseramento senza criteri di militanza delineati, con militanti e aderenti considerati sullo stesso livello, con gli stessi diritti politici, e senza un sistema di autofinanziamento garantito dai militanti stessi che permettesse all’organizzazione di avere una stabilità economica.

L’analisi proposta dalla piattaforma A ribadisce che il partito debba tenere due strutture di tesseramento: militanti e aderenti, dove gli quest’ultimi hanno pieno accesso a ogni informazione interna del partito, pur non avendo alcun dovere di attività e di sostegno economico allo stesso. Inoltre, considera una struttura centralizzata come un “partito di comando” – citato letteralmente dai loro testi -, che deciderebbe sulla base. Tra il secondo e terzo congresso fu inserita, poi, la doppia tessera con la differenza tra militante e aderente. Tale distinzione fu la risultante di una mediazione tra i gruppi dirigenti della maggioranza dell’attuale piattaforma A, tra chi sosteneva una concezione di partito largo, senza criteri militanti (il gruppo influenzato dai dirigenti italiani del SUQI) e tra chi, proveniente da altre tradizioni, sosteneva un impianto formalmente più centralizzato.

Questo blocco senza principi è alla base di tutti gli errori teorici, e di conseguenza pratici, dell’attuale PCL. Lo stesso esito del IV Congresso è stato alterato da questa impostazione.

Il documento organizzativo della loro piattaforma afferma che il PCL è un partito prevalentemente presente al centro-nord. Dai dati ufficiali congressuali, però, si evince che un terzo dei delegati al congresso nazionale veniva dal sud Italia: una evidente contraddizione generata da metodi di tesseramento profondamente diversi da sezione a sezione, con la tendenza, specie al sud, ad un allargamento tendenzialmente senza limiti alla condizione di “militante”.

Nonostante la regola congressuale prevedesse si chiudessero i tesseramenti 3 mesi prima dello stesso, diversi militanti, e addirittura alcune intere sezioni, hanno formalizzato il loro tesseramento dopo tale scadenza. Nel sud Italia, in particolare, il partito ha vissuto un tracollo complessivo della militanza reale, a fronte dell’espansione di quella formale.
In parecchie sezioni del partito si sono verificati casi di militanti tesserati all’ultimo momento o di militanti “fantasma”, poco o per nulla presenti nell’attività di partito, accorsi a votare la piattaforma A (spesso senza votare nemmeno un emendamento).

Un quadro complessivo che, quantomeno, getta seri dubbi sulla validità politica del IV Congresso.

  1. UN CONGRESSO CHE CONFERMA UNA POLITICA DI AUTOCONSERVAZIONE

3.1. Un partito non militante, una politica interclassista

La discussione congressuale ha confermato la linea politica del III Congresso, caratterizzata da una progressiva sostituzione della centralità del movimento operaio con settori interclassisti, un’orientazione che ha a fondamento l’idea astratta del “popolo della sinistra”. Confermando un asse analitico sostanzialmente sovrastrutturale – in cui si evidenziano le dinamiche interne alla sinistra riformista perlopiù borghese o piccoloborghese (PD, SEL-SI, populismo “partenopeo” etc,), e solo residualmente quelle relative al movimento operaio -, il Quarto Congresso del PCL sancisce la trasformazione ufficiale di tale organizzazione in un partito d’opinione e di mera adesione a principi generali, dedito a una “propaganda combattiva” che non è chiara nemmeno a chi la vorrebbe attuare – la confusione tra agitazione e propaganda nel partito è ancora molto diffusa, e nella fase congressuale alcuni militanti hanno affermato che “oggi non possiamo fare agitazione”, mostrando di non essere stati minimamente formati su questo concetto. IL PCL è descritto esattamente in questi termini dal documento politico approvato. Una conseguenza logica per una piattaforma congressuale che giustifica le incapacità soggettive con l’arretramento del movimento operaio e della lotta di classe, cancellando l’intervento di agitazione e propaganda tra i lavoratori e la gioventù. La linea conferma l’intervento sui settori simpatizzanti della sinistra riformista, perlopiù borghese e piccoloborghese, accreditandoli come centrali nel rilancio del PCL

Lenin conduce nel POSDR una dura lotta contro questa impostazione “Ma la coscienza dei dirigenti non è all’altezza della spinta spontanea, vasta e potente; fra i socialdemocratici l’elemento predominante è ormai costituito da militanti di un altro tipo che si sono formati quasi esclusivamente sulla letteratura marxista “legale”, tanto più insufficiente quanto più alta è la coscienza richiesta dalla spontaneità della massa. Non solo i dirigenti sono in ritardo teoricamente (“libertà di critica”) e praticamente (“primitivismo”), ma si sforzano di giustificare il proprio ritardo, con mille e un argomento altisonante.” Lenin – Che fare.

Per un “partito di propaganda”, come descritto dal documento congressuale della A, la priorità dovrebbe essere (anche) quella dell’elaborazione complessiva del proprio profilo politico, collegata alla formazione e all’elaborazione teorica, culturale, scientifica, e dunque alla costruzione di un’ossatura di quadri rivoluzionari. E’ la stessa piattaforma A ad ammettere, dopo dieci anni di vita di partito, di avere fallito in questo compito e di non voler costruire una scuola quadri centralizzata nel metodo e nei contenuti.
Su questo punto il Congresso ha discusso in modo acceso. Sono state mosse critiche dure sul modello di organizzazione che pensiamo sia necessaria. La natura politica centrista del gruppo dirigente della piattaforma A si è palesata nella concezione espressa in sede di dibattito: un partito quadri fortemente centralizzato e che non apra le porte dell’organizzazione a chiunque, così come proposto dalla piattaforma B, è stato più volte definito “stalinista” da parte di diversi quadri politici della piattaforma A. Secondo tale logica, lo stesso Programma di Transizione del 1938, documento fondativo della Quarta Internazionale, sarebbe “stalinista” poiché prevedeva un periodo di candidatura (cioè di militanza senza diritti decisionali) di tre anni per i nuovi iscritti non operai: “La IV Internazionale non intende affatto diventare una specie di rifugio per invalidi rivoluzionari, burocrati o carrieristi delusi. Al contrario, sono necessarie norme rigorose preventive […]: un lungo periodo di candidatura per coloro che non sono operai, soprattutto se si tratta di ex-burocrati, proibizione per costoro di assumere nel l’organizzazione posti di responsabilità per i primi tre anni”.

Essi hanno chiarito dinanzi a tutto il partito che il proprio modello è quello di un partito facilmente penetrabile, che sia a metà tra un partito quadri e uno di massa, facendo più volte riferimento al NPA francese, la cui nascita sarebbe “la capitalizzazione delle nuove sedimentazioni d’avanguardia prodotte dalle cicliche esplosioni di lotta”: in questo caso, vale precisamente la critica mossa in generale anche dalla piattaforma C alla piattaforma A, cioè di un avvicinamento nelle posizioni politiche al SUQI, dato che si vuole far passare come il frutto di un grande salto della lotta di classe in Francia quella che è stata una sostanzialmente manovra del SUQI francese (la vecchia LCR) all’insegna della politica dei “partiti ampi anticapitalisti” dove diluire il proprio profilo politico, mettendo da parte qualsiasi strategia rivoluzionaria, potendo così aggregare una platea più ampia di iscritti. In questo aspetto specifico si spiega il perché della difesa del doppio tesseramento collegato a una mancata politica militante – a riprova di ciò, in sede di aggiornamento dello Statuto è stato respinto un emendamento presentato dalla piattaforma B che prevedeva un criterio minimo di militanza (in realtà molto lasso: almeno una presenza ogni due mesi), a ennesima conferma del totale rigetto di una politica bolscevica da parte del gruppo dirigente del partito.

L’impostazione da partito di opinione ha delle implicazioni pratiche devastanti nel percorso politico del PCL. Riflette un profilo strategico che abbiamo il dovere di non sottovalutare.

3.2 Elettoralismo e sostegno alla (piccola) borghesia di sinistra alle elezioni. I documenti della piattaforma A usciti vittoriosi dal IV Congresso, confermano l’appoggio del PCL alle liste della (piccola) borghesia di sinistra. Citando a sproposito e strumentalmente le analisi di Lenin in “Estremismo, malattia infantile del comunismo” sul voto critico alle socialdemocrazie (una tattica rivoluzionaria che serve a sfidare e colpire nel fianco le dirigenze riformiste dinanzi alle proprie basi operaie), per giustificare la propria capitolazione alla borghesia.

E’ successo alle elezioni regionali del 2015 in Campania, Veneto e Abruzzo, dove la segreteria dell’epoca diede indicazione di voto alle sue sezioni per i candidati delle coalizioni liberali di sinistra (“liste Tsipras” e Sinistra e Libertà). Un voto a gruppi dirigenti senza alcun legame con la classe operaia e senza un programma operaio riformista. Così come nel 2011 nell’appoggio alle borghesie arancioni di Pisapia e De Magistris, rispettivamente alle elezioni di Milano e Napoli. Un modus operandi che ricorda molto da vicino quello del Partido Obrero in Argentina, (ex) partito fratello del PCL nel CRQI, e dei suoi partiti che hanno chiamato a votare sia Lula che Morales nel corso degli ultimi venti anni. Alle elezioni greche, questo partito centrista chiamò a votare Syriza, un partito neoriformista piccoloborghese senza relazioni organiche con la classe operaia, e, cosa più grave, facendolo apertamente contro il suo partito fratello (EEK), anch’esso presente alle elezioni in maniera indipendente. L’impostazione elettoralista del PCL si è confermata anche nella sua presentazione elettorale ad ogni costo pure nel 2016, in particolar modo alle elezioni di Portofino, un piccolo territorio borghese senza alcun peso nel conflitto di classe e nello scenario politico nazionale.

3.3 Confermata la struttura federale e accresciuti i poteri della segreteria politica.
Un ulteriore elemento di scontro strategico tra le due piattaforme è stato su come si articola l’organizzazione del partito. Le questioni organizzative non hanno un carattere autonomo, ma soltanto in esse si rispecchia integralmente la posizione assunta rispetto al programma e alla tattica. Di pari passo con la svolta verso il “popolo della sinistra”, il IV Congresso ha confermato la struttura federale. Sono stati aumentati i poteri della Segreteria, rendendola un organo che decide al di sopra del Comitato Centrale (i documenti del I Congresso del PCL affermavano tale organo, esautorando l’organo sovrano del Comitato Centrale, fosse incompatibile con la tradizione marxista rivoluzionaria). Allo stesso tempo, nella logica del “partito-dibattito”, sono stati aumentati i compiti di supervisione e gestione della politica di partito affidati ai coordinamenti regionali, rendendo di fatto il PCL un partito di federazioni regionali, un coordinamento tra più partiti locali politicamente autonomi, che gestiscono indipendentemente gran parte delle proprie risorse finanziarie, versandone solo una percentuale minoritaria alla cassa del CC, e che su punti generici aderiscono formalmente all’organizzazione.

L’esistenza di tante casse locali è il segnale politico chiaro dell’esistenza di diversi partiti, perché la cassa è uno degli aspetti centrali per la sopravvivenza di un’organizzazione. La sua costituzione è a tutti gli effetti un atto politico. Nel PCL esiste una cassa centrale soltanto parziale e tante casse locali del tutto indipendenti dal centro del partito. Questo ulteriore consolidamento del federalismo stimola una differenziazione progressiva di programmi con interventi differenti locali, talvolta in contraddizione gli uni con gli altri.
Il Comitato Centrale, già divenuto nel tempo poco più che un’appendice della Segreteria politica, diminuisce il numero di commissioni al suo interno, rendendosi inefficace e completamente subalterno alle decisioni della Segreteria stessa.

Le commissioni del CC, infatti, nonostante il III Congresso avesse loro dato potere decisionale sull’ambito d’intervento specifico di cui si occupano, sono state esautorate dalle loro funzioni.

Col IV Congresso l’impostazione lassa, non militante, è stata confermata, ma con un ulteriore elemento bonapartista di cancellazione dei poteri del CC.

3.5 Un intervento opportunista e settario nel movimento operaio, tra i giovani e nel movimento femminile

Nel movimento operaio Il gruppo dirigente della piattaforma A intende il proprio intervento come una strategia di occupazione di posizioni nei posti dirigenti dei sindacati maggioritari. La battaglia condotta in CGIL, infatti, si limita a un piano di discussione ed elaborazione di critica alle burocrazie. Non si utilizza, al contrario, il sindacato per entrare nei luoghi di lavoro e costruire la battaglia alle burocrazie attraverso le assemblee, picchetti e la lotta di classe, ma si preferisce una discussione contro Camusso, Landini e il loro apparato. Stesso discorso per l’atteggiamento dei suoi militanti nel sindacalismo extraconfederale: la prassi più diffusa è quella di una militanza sindacale “semplice”, senza alcuna seria battaglia contro le burocrazie e senza alcuna attività volta a organizzarsi in modo centralizzato come comunisti operanti nei sindacati, a organizzare e a collegare i lavoratori in lotta aldilà degli steccati sindacali, a conquistare le avanguardie al marxismo rivoluzionario. Lo dimostra platealmente il fatto che a guidare la battaglia dentro USB contro la firma del Testo Unico sulla Rappresentanza non furono i militanti del PCL, ma settori bordighisti e dirigenti (spesso già vicini o interni alla cupola della Rete dei Comunisti) che perlopiù sono poi usciti per aderire al SI Cobas o per fondare e dirigere SGB.

Questa impostazione, oltre a dare una centralità d’intervento su un sindacato rispetto ad un altro, precludendosi un lavoro politico anche in aziende dove la CGIL non è il primo riferimento per iscritti, pone limiti anche di carattere formativo dei militanti del Partito stesso. Analizzando i documenti prodotti dall’area de “Il Sindacato è un’altra cosa” – la cui la dirigenza è in parte formata da quadri nazionali della piattaforma A – si evince il taglio di questi sia economicista e tradeunionista. Cioè: per la sua stessa impostazione politica, il gruppo dirigente del PCL non forma rivoluzionari che intervengono nel sindacato, al contrario si circonda di sindacalisti che fanno riferimento ai dirigenti del Partito. Questo atteggiamento politico è foriero di errate concezioni d’intervento e forma un apparato di militanti legati alla figura carismatica di un leader o di un rappresentante sindacale. Abbassa il programma della rivoluzione a quello delle rivendicazioni economiche.

Al contrario, invece, la proposta della piattaforma B è stata sempre quella di conquistare le avanguardie combattive del movimento operaio al programma transitorio. In termini espliciti, questo si traduce con la formazione di tendenze e frazioni rivoluzionarie programmatiche nel movimento operaio, in iniziative pubbliche di dibattito sulle questioni del lavoro, di momenti di agitazione agli scioperi dei lavoratori fuori i cancelli delle fabbriche, di proposta di costruzione di una piattaforma intersindacale dei settori d’avanguardia del mondo del lavoro (non delle sue dirigenze formali). In termini ancor più specifici, la piattaforma B ha proposto d’intervenire nell’attuale fase nel settore dei lavoratori immigrati, organizzati principalmente nel settore della logistica, con decine di migliaia di lavoratori sindacalizzati, che esprime da anni un’avanguardia di lotta, che non scende a compromessi con la burocrazia sindacale confederale e coi padroni L’intervento in questo ambito, effettuato con posizioni rivoluzionarie e col metodo dell’agit-prop costruito attorno a un vero giornale, avrebbe una duplice valenza politica: 1) di presentazione del programma transitorio e di lotta per il fronte unico operaio per smascherare le burocrazie sindacali; 2) di contrasto alla deriva populista e reazionaria che attraversa l’Italia.

Questo metodo nel PCL è oggi non soltanto cancellato, ma attaccato dal IV Congresso e bollato come una “torsione minoritaria”, avventurista, avanguardista e settaria.

Al contrario, rinnegare tale tipo di lavoro significa non voler sedimentare l’unità tra i rivoluzionari e il movimento operaio. E’ una chiara autocentratura di un gruppo interessato al mero dibattito politico piuttosto che al lavoro per prendere la direzione del movimento. E’ una concezione di chi esclude l’importanza della costruzione soggettiva nelle fasi non rivoluzionarie – elemento cardine di tutta la teoria di Lenin sul perché del Partito – aspettando di farlo durante le fasi di esplosione del conflitto di classe.
Nel movimento studentesco il gruppo dirigente conferma il proprio miopismo politico, frutto della mancata esperienza d’intervento in tale settore e di un approccio distorto ai classici del marxismo. Nonostante la Conferenza studentesca nazionale dei giovani del Partito avesse deciso un intervento di Tendenza tra gli studenti – senza una sovrapposizione tra le due strutture – il documento congressuale proposto dalla piattaforma A ribalta tale decisione e propone di tenere in forma organica l’intervento del Partito e della Tendenza, pretendendo in pratica che gli studenti del PCL intervengano pressoché contemporaneamente come CSR e come PCL. Inoltre, propone l’autocentratura del PCL nel movimento stesso. Un errore grossolano, perché l’ambito di autorganizzazione della vita delle masse studentesche non è il partito, ma le sue forme di organizzazione vertenziale, sui bisogni economici e di socialità, ovvero collettivi, strutture sindacali e associazioni.

I militanti giovani della piattaforma A, di fronte al nuovo compito di costruzione di una tendenza interna al movimento, hanno spesso scelto invece l’intervento effettuato esclusivamente come partito, presentandosi sotto le insegne del PCL in tutti i casi e a ogni costo – oppure non conducendo nessuna attività, né di partito né di tendenza, dedicando ad altre attività le proprie energie. Tale impostazione non ha portato, e non porterà mai, alcun risultato. Ha stabilito un atteggiamento equivoco dell’intervento politico e ha anche confermato un’impostazione autocentrata su di sé, piuttosto che sul programma transitorio, dando una caratterizzazione da setta al partito.

E’ il rischio reale che si corre quando in maniera astratta si propone l’adesione alla gioventù tra le sue fila, senza partire dai suoi bisogni concreti, dalle sue lotte, senza formare quadri nel movimento studentesco e giovanile. Una metodologia di adesione senza il principio del dibattito e della formazione della gioventù; una caratterizzazione che non favorisce l’autorganizzazione del movimento studentesco e la conseguente adesione militante al partito su basi ragionate.

L’impostazione del gruppo dirigente della piattaforma A nelle lotte della scuola conferma una caratterizzazione perdente, in quanto nonostante vi siano dei legami col movimento dei docenti dei militanti del PCL, non viene favorita la costruzione di una piattaforma tra studenti e professori o di un lavoro organico di questi settori all’interno dello stesso Partito.

I militanti della Piattaforma B hanno negli ultimi anni organizzato un importante intervento in questo settore, raccogliendo dietro di sé nel complesso migliaia di studenti – in particolar modo a Napoli –, facendo iniziative pubbliche, volantinaggi e organizzando un settore importante di gioventù a partire dalla propria presenza in prima linea nelle lotte del movimento a nome del CSR. Per questo, il metodo politico che abbiamo sempre sostenuto è stato quello di costruire una corrente rivoluzionaria nel complesso del movimento stesso, senza anteporre la propria soggettività alle stesse avanguardie degli studenti. Proprio perché pensiamo che uno dei compiti principali della IV Internazionale sia porre particolare attenzione alle lotte della gioventù e della nuova generazione del proletariato internazionale. Per questo abbiamo contributo a costruire il Coordinamento Studentesco Rivoluzionario, così come stabilito dalla Conferenza giovanile di partito del 2015, volto ad favorire l’aggregazione di studenti esterni al partito attorno a un programma transitorio, in una tendenza indipendente dallo stesso.

Nel movimento femminile il IV Congresso stabilisce una posizione interclassista sulla questione, equiparando l’oppressione di genere tra donna proletaria e donna borghese, dando centralità alla lotta nel campo delle idee, piuttosto che in quello delle condizioni di classe. Se è vero che le forme di maschilismo sono trasversali alle classi, per cui anche le donne borghesi possono ricevere in una certa misura tale discriminazione, è altresì vero che sono intrinseche alla struttura familiare che regge la proprietà privata e il capitalismo stesso. E’, dunque, soltanto attraverso la lotta per l’emancipazione delle operaie che può esservi anche emancipazione dal maschilismo, sovrastruttura figlia della società patriarcale.

Già Marx sulle questioni di oppressione di genere, etnica, ecc., ribadisce ne “Il Manifesto del Partito Comunista”, primo programma transitorio della Storia, che la classe operaia liberando se stessa libera tutta l’umanità e cioè anche la stessa classe borghese dalla competizione del mercato capitalistico e dalla sua morale bigotta.

La capitalista opprime e sfrutta le operaie della sua azienda. Non sono accomunate la sua condizione di donna e quella delle operaie salariate della sua azienda. La donna imprenditrice non è costretta a 8 ore di lavoro sulla catena di montaggio. Le donne operaie, oltre al lavoro usurante in fabbrica, sono costrette anche al lavoro domestico. La donna imprenditrice sfrutta in casa donne lavoratrici come cameriere. Non può esserci nessuna simmetria tra oppressori (le donne borghesi) e oppressi (le donne proletarie). Ogni allontanamento da questo orizzonte analitico si pone nel campo della borghesia.

La posizione della piattaforma A stabilisce una posizione codista alle direzioni riformiste e liberali di NiUnaMenos, i cui segnali già si presentarono nel comitato centrale di ottobre antecedente al congresso. I più importanti dirigenti che si occupano oggi nel Partito dell’intervento nel mondo femminile avanzarono l’ipotesi che non stesse per scoppiare alcun movimento di massa anche in Italia. Ancora oggi, nonostante le dimostrazioni di forza della piazza e del movimento delle donne, tendono a sminuire il peso politico che tale movimento può rappresentare nella dinamica dei rapporti di forza tra Capitale e Lavoro. E’ una impostazione ideologica, cioè di falsa coscienza, che serve a giustificare le proprie inadeguatezze politiche e la volontà di evitare il campo della battaglia.

La condotta reale post-congresso della piattaforma A si sta di fatto opponendo alla costruzione rapida di una tendenza femminile rivoluzionaria all’interno di questo movimento di massa scoppiato nel mondo, così come in Italia, limitandosi agli sterili rapporti con le piccole realtà riformiste, che hanno messo per ora il cappello politico sul movimento, e che non hanno alcun atteggiamento democratico tale da poter accettare una politica di reale fronte unico.

E’ la scelta da parte dei dirigenti della piattaforma A di non costruire una battaglia dal profilo strategico nel movimento. E’ la rinuncia alla presentazione del programma transitorio, della rivoluzione comunista, del legame tra i diritti delle donne e l’emancipazione della classe lavoratrice dal capitalismo. Una posizione anche qui opportunista che non osa lanciare una sfida alle direzioni riformiste e centriste del movimento e a impegnarsi a fondo per dare un’alternativa politica rivoluzionaria al movimento nel suo complesso. La piattaforma B, al contrario, parte dal presupposto classista per costruire una proposta nel movimento femminile di carattere anticapitalista, rivoluzionario, che rivendichi a viso aperto l’assunto teorico che la donna potrà liberarsi dall’uomo solo se entrambi si liberano dalla schiavitù del lavoro salariato e dallo sfruttamento capitalistico. Per farlo propone di costruire una tendenza rivoluzionaria, che non si limiti al dibattito coi gruppi antidemocratici del movimento NiUnaMenos, ma che costruisca tra le donne lavoratrici e tra le studentesse il suo baricentro d’intervento.

  1. L’INTERNAZIONALISMO DELLA PIATTAFORMA A: UNO ZIG-ZAG INCONCLUDENTE CHE DISTORCE LA POLITICA DI COSTRUZIONE DELL’INTERNAZIONALE OPERAIA RIVOLUZIONARIA

4.1 Un dibattito congressuale fallimentare

Il dibattito congressuale, anche nella sua parte internazionale, ha mostrato profonde lacune concettuali e politiche in generale: a partire dal documento internazionale della maggioranza uscente (non molto diversamente dal documento politico), la discussione non ha prodotto un’analisi approfondita della situazione economica mondiale e in particolare delle situazioni economiche politiche di intere aree geografiche, concentrandosi sullo stato politico ed economico della Cina. La mancanza di nodi e compiti politici immediati sul piano internazionale avrebbe dovuto permettere un dibattito più franco e approfondito a proposito del CRQI e del raggruppamento rivoluzionario, ma anche qui abbiamo registrato un’impreparazione e una povertà di argomenti disarmante, arrivando addirittura ad assumere un identico vago giudizio per FT, LIT e UIT. Queste organizzazioni non possono essere poste sullo stesso identico piano: hanno una dimensione e un’influenza sulle avanguardie di classe anche molto diversa, e si sono caratterizzate per linee politiche diverse sulle principali questioni politiche internazionali degli ultimi tempi, per quanto riguarda il Brasile, il Venezuela, la Siria, l’Egitto, l’Ucraina ecc. Sostanzialmente, si paragona chi ha superato le tare storiche della corrente “trotskista” fondata dal dirigente della Quarta Internazionale Nahuel Moreno (il “morenismo”), cioè la FT (Frazione Trotskista) a chi invece rivendica pienamente tale tradizione (la LIT, Lega Internazionale dei Lavoratori, e la UIT, Unione Internazionale dei Lavoratori). Si è dunque fatto un passo indietro rispetto al documento votato dal Comitato Centrale dello scorso maggio, arrivando al paradosso per cui a tali soggetti si riconosce semplicemente una linea “classista”, ma ci si lamenta del fatto che non si siano già fusi col PO e col CRQI – e al contempo si argomenta (giustamente) che non si può può esaurirsi nella prospettiva di “fronti strategici” con i soggetti centristi: infatti ci si auspica direttamente la fusione con tali soggetti – cosa che potrebbe avvenire anche oggi, se si trattasse solo di sottoscrivere i quattro punti fondativi del CRQI, e che nel 2004 fu rifiutata dal CRQI stesso (dirigenti italiani compresi) nei confronti della FT, che ovviamente non aveva alcun problema a sottoscrivere tali punti. Un cortocircuito logico sintomo della mancanza di un metodo coerente di analisi e di costruzione.

Sul piano pratico, siamo usciti dal congresso ribadendo una linea di raggruppamento astratta e parolaia, che non fa alcun bilancio critico della genesi del CRQI, ma che al contrario ne replica le tare, con la quale vorremmo interfacciarci con realtà, come la FT e la sinistra del Segretariato Unificato – Quarta Internazionale (SUQI) che, al contrario del PCL, rivendicano percorsi di raggruppamento a partire da una convergenza politica concreta, sperimentata nell’intervento nella classe e nella prassi, che punti alla costruzione di reali partiti rivoluzionari: in questo senso, va chiarito una volta per tutte che, aldilà del nome che un gruppo si può dare, un partito dell’avanguardia di classe, per considerarsi tale, dovrebbe avere un radicamento significativo e riconosciuto, appunto, nell’avanguardia di classe del proprio paese e nelle sue lotte. Cosa che, con i suoi numeri modestissimi e la sua assenza da settori strategici del conflitto di classe in Italia, il PCL non può vantare.

4.2 Salvare il CRQI? Mito e realtà

Significativo è il messaggio costituente il saluto del DIP (sezione turca del CRQI) al quarto congresso del PCL, dove afferma con grande sprezzo del reale che il CRQI sarebbe stato il solo e unico ad avere tratto (non solo sul momento, ma anche negli anni seguenti) un corretto bilancio marxista del ciclo controrivoluzionario mondiale legato alla caduta dell’URSS, così come falsamente rivendica un’identità di vedute del CRQI sulla ribellione che ha portato alla caduta di Gheddafi in Libia (il PCL appoggiò inizialmente la ribellione, a contrario del DIP). Il DIP insomma conferma la posa settaria per cui, al di fuori del CRQI stesso, sostanzialmente nessuno ha avanzato una corretta analisi del capitalismo della nuova fase post-crisi 2007-8, e quindi non si trovano ad oggi forze politiche trotskiste vere e proprie. Un ragionamento ripreso, anche se più velatamente, dal compagno Ferrando, portavoce della Piattaforma A, nel suo messaggio di saluto al recente congresso del DIP, dove “la comune politica rivoluzionaria su tutte le scelte fondamentali” (che purtroppo non esiste, vedi sopra caso libico, vedi questione ucraina con posizioni semi-campiste dell’EEK (sezione greca del CRQI), vedi questione siriana dove c’è la più totale e anarchica moltiplicazione di analisi e prese di posizione separate, e vedi la polemica pubblica come al solito vistosa del Partido Obrero contro l’EEK perché non aveva dato indicazione di voto all’elezione che incoronò Tsipras premier greco) “ha segnato di fatto la linea di demarcazione del CRQI dal centrismo e riformismo internazionale, in tutte le loro articolazioni”. Dunque, il CRQI (e solo il CRQI) grazie alla sua comune linea politica rivoluzionaria (che tecnicamente in realtà non esiste, dato che non c’è nemmeno un minimo corpo dirigente del CRQI a elaborarla) si distinguerebbe da tutte le altre organizzazioni che, evidentemente, nel caso migliore sono “centriste”. Una concezione che cozza con le posizioni espresse da Grisolia e Ferrando a seguito della pubblicazione della piattaforma di apertura della battaglia congressuale della “sinistra” del SUQI: per la piattaforma A, questi compagni sarebbero passati ultimamente dal campo del centrismo a quello del“trotskismo conseguente” dopo aver scritto un solo documento di battaglia politica, le cui posizioni peraltro saranno tutte da verificare nella pratica, così come andrà verificata l’effettiva rottura con l’eredità politica del Segretariato, ad oggi assolutamente non avvenuta. Un concetto, quello della verifica del proprio “trotskismo conseguente” nella pratica che d’altronde manca proprio a partire dal PCL, dal reclutamento e dalla (mancata) formazione dei suoi militanti alla mancata costruzione internazionalista. Un concetto che è venuto a mancare a tutto il CRQI quando ha limitato il terreno del suo raggruppamento a quanto punti politici generali, che non si esprimevano minimamente sui compiti programmatici concreti, legati al fatto che si vive in una fase concreta della storia e non in un’altra, e che non individuavano alcun criterio di analisi, di intervento politico e di organizzazione. Un approccio che, al contrario di quello che Grisolia e Ferrando vanno affermando da anni, non è assolutamente lo stesso di quello della Terza e della Quarta Internazionale – basta leggere i rispettivi testi con i criteri fondativi di delimitazione per verificarlo. La realtà cruda dei fatti è che i partiti che compongono il CRQI hanno utilizzato per un ventennio tale “coordinamento” per coprire la propria politica “nazional-trotskista”, basata su relazioni diplomatiche e patti federativi completamente opposti a una politica internazionalista e centralizzata, degna di partiti rivoluzionari. A partire questo impianto federalista di fondo, il PCL ha sviluppato una politica opportunista di apertura di molteplici fronti di interlocuzione con soggetti molto diversi, nella speranza di trovare in tempi brevi un appiglio per sopravvivere alla dissoluzione del CRQI: agita contro la piattaforma B la possibilità di non si sa quale battaglia politica nel CRQI (di sicuro, una cosa di cui i dirigenti del nostro partito non hanno grande esperienza, dati i movimenti passati che a tutto assomigliano tranne che a una seria battaglia politica nel CRQI); apre contemporaneamente un canale preferenziale con la Sinistra del SUQI e con Sinistra Anticapitalista, sezione italiana del SUQI stesso (che ha mandato ben due oratori all’ultimo congresso del PCL), con la quale ha condiviso il posizionamento all’opposizione CGIL. Il tutto, senza aver tirato un bilancio del fallimento e dell’inconsistenza della propria strategia di “raggruppamento rivoluzionario”.

4.3 Raggruppamento rivoluzionario e trotskismo conseguente

Il compagno Grisolia, tra i principali leader della piattaforma A, al Congresso ha ribadito che il CRQI sia stato “il primo serio tentativo di realizzare un raggruppamento di esperienze diverse nell’ambito del trotskismo conseguente”: rigettiamo questa definizione. Un coordinamento che perde immediatamente pezzi e collassa sul piano del centralismo democratico già dopo tre anni dalla fondazione ufficiale, rifiutandosi di celebrare il suo (secondo) congresso, non è una cosa “seria”, e d’altronde non è il primo tentativo storico (“serio” o meno che sia) di aree a sinistra rispetto al SUQI che tentarono di costruire un’alternativa al Segretariato stesso: vi fu la tormentata vicenda del Comitato Internazionale così come quella del CORQI lambertista degli anni Settanta (di cui fece parte anche Politica Obrera, la lega madre del Partido Obrero) e del Comitato che riunì tra 1980 e 1981 il CORQI e la corrente di Nahuel Moreno dal SUQI. Analogamente ai protagonisti di queste passate esperienze, incapaci di darsi un’organizzazione internazionale appunto centralista democratica, i partiti del CRQI hanno dimostrato di non essere in grado di porsi ancora su un piano marxista rivoluzionario (“trotskista conseguente”) maturo e realizzato nella prassi – nessuno di essi. Certo, se il criterio per avere costruito un’organizzazione rivoluzionaria è quello di essersi contrapposti alle posizioni pabliste e moreniste (come rivendicato dalla piattaforma A al Congresso in favore del PO), allora la platea dei “trotskisti conseguenti” dovrebbe allargarsi molto oltre i paletti posti storicamente dalle analisi del PCL. Così come vorrebbe dire che qualsiasi tradizione limitata a un piano nazionale o sub-continentale possa rivendicare il proprio “trotskismo conseguente”, rivendicando come “ortodosso” un internazionalismo federale separato per zone di influenza, così come praticato storicamente dal lambertismo (da cui non a caso proviene la corrente fondatrice del PCL).

In realtà, c’è pure una forte contraddizione tra le posizioni espresse dal compagno Ferrando nel suo libro “Cento anni” (uscito all’inizio dell’anno scorso e redatto presumibilmente nel 2015) e quelle del Quarto Congresso e dagli ultimi Comitati Centrali rispetto al FIT, il quale, per Ferrando, sarebbe composto da tre “partiti marxisti rivoluzionari”, che dovrebbero unirsi al più presto superando le loro “differenze minori”. La concezione elettoralista di partito si evince anche in questa analisi. Un accordo di tipo elettorale, finalizzato alla polarizzazione a sinistra del movimento operaio sarebbe “la base di adesione per un nuovo partito unitario”. Un’alleanza tattica viene confusa con un’alleanza strategica.

Risulta quindi “minore”, evidentemente, la pregiudiziale del bilancio e della lotta contro il morenismo, che al contrario è stata reputata essenziale dal compagno Grisolia, nel suo intervento congressuale, per ribadire il carattere trotskista conseguente del Partido Obrero. Se tutti i gruppi dirigenti legati al CRQI hanno sempre dato per buono il concetto per cui si è storicamente spezzata la continuità organizzativa dell’Internazionale operaia rivoluzionaria, evidentemente ne consegue che LIT e UIT, rivendicando il “morenismo”, non si pongono sul terreno del trotskismo conseguente, e dunque IS, partito membro del FIT argentino e della UIT, non è un “partito rivoluzionario”. Questa posizione, insieme in realtà a molte altre, è cambiata nelle posizioni del PCL nell’arco di un anno senza che si trovi una sola sostanziale traccia analitica, col risultato di sminuire il dibattito sulla natura politica dei gruppi “trotskisti” specialmente per il caso argentino, dove spesso si utilizzano ricostruzioni e giudizi sul FIT presi acriticamente da quelli del PO per cui, ad esempio, la perdita di voti alle ultime elezioni politiche sarebbe colpa del PTS, che avrebbe portato irresponsabilmente il FIT alle primarie poiché indisponibile a pervenire a un accordo sui candidati presidente e vice presidente; in questo caso, come in altri, si ribalta la realtà dei fatti, che ha visto un blocco tra PO e IS (forza, quest’ultima, di minori dimensioni rispetto a PO e PTS) per emarginare il PTS durante il periodo elettorale. Un metodo scorretto di giudizio che è d’altronde la naturale conseguenza degli ondeggiamenti sul versante dell’analisi politica di questi partiti.

4.4 CRQI: bilancio di un fallimento

La ricostruzione dell’Internazionale operaia e rivoluzionaria parte da una chiara filiazione storica, ma non può rivendicare una continuità organizzativa. Il Segretariato Unificato della IV Internazionale si è convertito, almeno nel complesso, in un’appendice della piccola borghesia progressista, perfino nei paesi imperialisti. La prossima Internazionale operaia sarà progettata per avvenimenti storici di straordinaria grandezza. È ozioso congetturare sulle sue caratteristiche. Tuttavia, non si può lottare per quella futura internazionale senza un programma ed un partito. Il nostro appello a rifondare immediatamente la IV Internazionale significa che respingiamo la politica dell’attesa passiva dei grandi avvenimenti futuri. Per questo il nostro progetto consiste nel raggruppare l’avanguardia operaia in un partito internazionale che lotti per la futura grande Internazionale Operaia Rivoluzionaria. In opposizione al metodo settario che consiste nel condizionare la rifondazione immediata della IV Internazionale alla previa risoluzione, puramente letteraria d’altro canto, delle discrepanze politiche che possono esistere, progettiamo l’organizzazione di un partito rivoluzionario internazionale, la IV Internazionale, sulla base di una precisa delimitazione politica di tutte le divergenze. Costruire il partito internazionale è il punto del programma che distingue i marxisti rivoluzionari delle sette. [Progetto di Tesi Programmatiche per il Congresso per la Rifondazione della Quarta Internazionale, Tesi 31]

Nel 2004, con il più grande fervore e con toni entusiasti, l’AMR, associazione madre del nostro partito, sottoscriveva questa dichiarazione e in generale le tesi programmatiche su cui si fondava la costruzione del CRQI: un progetto per il concreto raggruppamento dei rivoluzionari in un unico partito mondiale, la Quarta Internazionale rifondata. Un progetto che, nascondendosi dietro ad un astratto anti-settarismo di principio, giustificava la possibile fusione tra gruppi ampiamente divergenti sull’analisi strategica del capitalismo, e quindi sul programma e sui compiti concreti a partire dai quali costruire un’organizzazione internazionale rivoluzionaria. Un progetto che si caratterizzava come “immediato” ponendosi immediatamente sul terreno del soggettivismo e del volontarismo: rifonderemo subito la Quarta poiché così intendiamo fare.

Un progetto che, a conclusione di un ventennio, non può vantare né un effettivo raggruppamento né tanto meno la rifondazione (“immediata”!) dell’Internazionale. Anzi, perse in tempi brevi il PCO che, a dimostrazione che quattro punti generali non bastavano a gettare le basi di una politica rivoluzionaria, finì col votare il PT di Lula alle elezioni brasiliane.

Il progetto del CRQI si basa(va) su questi quattro punti di delimitazione:

1) la validità della lotta per la rivoluzione socialista mondiale e la dittatura del proletariato;

2) la necessità di riaffermare la definizione contenuta nel Programma di transizione del fronte popolare come blocco con la borghesia democratica, che riduce il partito del proletariato ad appendice del capitale;

3) la necessità della rivoluzione sociale e/o politica nell’ex Urss e nell’Europa orientale, in Cina, Indocina, Nord Corea e Cuba;

4) l’elaborazione di una strategia anticapitalistica basata su rivendicazioni transitorie e sul metodo transitorio. [Dichiarazione di Genova, 1997]

Appare evidente che, basandosi su principi politici generali gli altri tre, il terzo punto dovrebbe essere implicito: nel 2004 come oggi, è sottinteso che la rivoluzione deve essere mondiale, o non può essere. Siamo per la rivoluzione sociale in Russia come anche in Italia, in Grecia, in Argentina eccetera: essa è necessaria in tutti i paesi, poiché nessuno di essi è paragonabile all’URSS pre-stalinista, cioè a uno stato operaio vero e proprio, e, appunto, questo era chiaro (o avrebbe dovuto essere chiaro, per dei marxisti ) anche nel 2004 così come nel 1997. La negazione della necessità di una rivoluzione socialista complessiva, mondiale, porterebbe a confluire di fatto con la tesi di diversi “settori della rivoluzione” che sancì la “riunificazione” senza principi della Quarta Internazionale nel 1963. Date le premesse deboli del percorso del CRQI, i risultati più probabili del suo sviluppo non potevano che essere un arretramento a setta autocentrata, come tante altre nel panorama del “trotskismo”, o un’involuzione nel lassismo organizzativo – che alimenta sempre, in vari gradi, un maggiore lassismo politico.

L’ipotesi di lavoro del nostro Terzo Congresso prevedeva lo svolgimento del II Congresso del CRQI e il rilancio della battaglia per la rifondazione della Quarta Internazionale, per tirarne le fila dopo “2-3 anni” ai quali fare seguire un ulteriore congresso del CRQI o, in caso di reale convergenza di altre forze, di un congresso internazionale più largo, dove sciogliere il CRQI e proclamare la rifondazione dell’Internazionale. Ora, nulla di tutto ciò si è verificato, né è verosimile che si verifichi prossimamente con tali precise modalità. Del resto, la stessa Conferenza sul CRQI tenuta dal nostro partito nel 2011 affermava che un mancato Secondo Congresso del CRQI nel 2012 “significherebbe avvitarsi nella crisi politico organizzativa del CRQI e non riuscirne a uscire”. Se le parole hanno un senso, questi cinque anni hanno precisamente visto l’avvitarsi della crisi politico-organizzativa del CRQI.

A fronte di questa involuzione, rimane, e va rivendicata senz’altro, la strategia del raggruppamento rivoluzionario e della rifondazione della Quarta Internazionale: il compito dei rivoluzionari è ancora quello di superare questa contraddizione [tra condizioni oggettive della rivoluzione socialista e l’immaturità del fattore soggettivo] attraverso una politica rivoluzionaria nella lotta di classe e la costruzione di partiti rivoluzionari in tutto il mondo quale condizione decisiva per la vittoria della rivoluzione socialista. Proprio perché è giunto il momento (in realtà è giunto già da parecchi anni) di impegnarsi realmente, fattivamente, con uno sforzo soggettivo cosciente, per ottenere risultati seri in questo senso, tale strategia deve trovare un nuovo percorso tattico che le permetta di svolgersi. Avendo ben presente, e rivendicando nel concreto la sacrosanta prospettiva del nostro Primo Congresso, rimasta sulla carta:

Il nostro internazionalismo non si riduce alla solidarietà. Riguarda la natura stessa del programma socialista come programma di rivoluzione internazionale.

Come sul piano nazionale non ci limitiamo ad un’azione di sostegno delle lotte dei lavoratori e dei settori oppressi, ma ci impegniamo a ricondurle ad una prospettiva di alternativa di potere, così sul piano internazionale lavoriamo a ricondurre ogni istanza di emancipazione sociale, nazionale o di genere alla rottura con l’ordine capitalista e imperialista che oggi domina il mondo. Allo stesso modo, come sul piano nazionale lavoriamo a costruire il Partito Comunista dei Lavoratori quale strumento indispensabile per collegare le lotte immediate ad una prospettiva socialista; così siamo impegnati a costruire, per la medesima ragione e sulle medesime basi, un partito comunista internazionale; che lavori ad unire, al di là delle frontiere, le forze di avanguardia della classe operaia e delle masse oppresse del mondo intero attorno allo stesso programma di fondo: il potere consiliare dei lavoratori, delle lavoratrici delle classi subalterne, basato sulla loro autorganizzazione democratica di massa.

Il CRQI, costruito attorno al metodo della sommatoria di partiti nazionali, è naufragato completamente e d’altronde non poteva diventare quello strumento di lotta aperta per ricostruire la Quarta Internazionale come reale partito mondiale dell’avanguardia sociale e politica del proletariato.

Di fatto, poco dopo il suo Primo Congresso il CRQI si è trasformato in un coordinamento estemporaneo, lasso, di diverse organizzazioni nazionali, senza struttura centralizzata (organismi dirigenti, quote, strumenti di propaganda, ecc) e democrazia internazionale (elezione organismi, verifica della linea politica, confronto di posizioni, bollettini di discussione, ecc). Ma soprattutto, il CRQI non si è costruito su un internazionalismo di tipo teorico, di tipo politico, non soltanto organizzativo.

Se è vero che diversi partiti che si rifanno al CRQI hanno allargato il loro corpo militante (mentre il PCL ha visto un calo formale di oltre il 20% dei propri membri), il CRQI come organizzazione ha semplicemente smesso di esistere: non ha mai più convocato il Secondo Congresso (che si doveva tenere nel 2007, e del quale il Terzo Congresso riteneva “necessario” lo svolgimento entro il 2015) e tanto meno riaperto il suo giornale internazionale; non pubblica dichiarazioni condivise sulla fase internazionale dal 2010; non è in grado di organizzare campagne politiche internazionali che coinvolgano tutte le sezioni “sul campo” nei rispettivi paesi; non è riuscito nell’attrarre realtà minimamente significative sul piano politico. E’ stato in grado di organizzare alcune conferenze internazionali, le quali però sono state quasi sempre eventi di una o alcune sezioni nazionali, alle quali talvolta le altre sezioni hanno deciso coscientemente di non partecipare (significativo il caso della totale assenza dei compagni del PO al decennale della nascita del PCL). Nel complesso, un’organizzazione internazionale che in quanto tale non esiste propriamente.

Questa situazione non è stata determinata dall’approfondirsi di divergenze politiche esplicitate, dallo scontro tra diverse linee in un ambiente centralista democratico. Non è stata un’applicazione del criterio di Lenin «prima di unirci e al fine di unirci, discutiamo le nostre divergenze», con lo scrupolo del maggior chiarimento possibile sulle questioni principali tattiche e d’analisi.

Il fallimento del CRQI non può essere imputato a una generica “degenerazione”: sarebbe il caso di un’organizzazione già radicata, centralista democratica che cade vittima nel tempo di pratiche burocratiche e distorsioni della linea politica generale. Il CRQI però non ha mai raggiunto lo stadio di organizzazione centralista democratica internazionale consolidata. Il suo è un caso di mancata Internazionale-setta (più che “internazionale-frazione”, termine originale usato, un po’ come “popolo della sinistra”, nella sinistra di ispirazione marxista solo dal PCL) nella quale il PO, fortemente influenzato dagli atteggiamenti bonapartisti del compagno Jorge Altamira e forte della sua preponderanza numerica, ha tentato di sottomettere a sé l’intera organizzazione, sul piano politico e organizzativo, senza una corretta e legittima battaglia per l’egemonia delle proprie specifiche posizioni nel normale corso del dibattito interno centralista democratico. Senza superare una sua certa tara storica tendente al nazional-trotskismo, di cui il rifiuto concreto di costruire il CRQI come organizzazione internazionale centralista democratica è il sintomo più importante.

Il fallimento di questo progetto, legato a un atteggiamento settario verso chiunque (fuori e dentro il CRQI) non condivida la politica del PO e in particolare il suo catastrofismo di maniera, ha portato questo partito a una “ritirata strategica”, che ha significato da una parte la salvaguardia del suo corpo militante (il quale, in massima parte, non ha la più pallida idea degli sviluppi del CRQI e non se ne è mai posto il problema) da un possibile avvicinamento alle posizioni di altre aree del CRQI, tramite un normale democratico dibattito; dall’altra parte, la liquidazione di fatto del CRQI stesso. Analogamente, la rottura ormai palese dello sviluppo del FIT in Argentina come alleanza tra partiti dei lavoratori e della sinistra non è il frutto di un destino cinico e baro: è la conseguenza del fallito progetto di crescita del PO e di egemonia sul FIT stesso a danno delle altre organizzazioni che ne fanno parte. Il forte successo del PTS in termini di crescita numerica, di influenza nell’elettorato del FIT e di radicamento nella classe operaia industriale, così come tra i lavoratori dei servizi (superiore a quello del PO) ha portato anche a livello nazionale il PO a barricarsi e a ritirarsi; una ritirata cominciata da qualche tempo e della quale non si vede la fine. Aldilà dei singoli errori, delle singole posizioni errate all’interno delle componenti del CRQI e del FIT, la linea di costruzione del PO è sostanzialmente la stessa: quella di una battaglia non basata su metodi di lealtà e di merito politico.

Il nostro partito ha già affermato che la mancata fusione PO-PTS (e, se il reale è razionale, del CRQI con la FT) sia “un assurdo politico”. La nostra coscienza ci impone di aggiungere che la colpa di tale situazione ricade, in ultima istanza, sul PO (senza scusanti di un partito “ingannato” da Altamira, o cose del genere): il PO ha rigettato, senza nemmeno chiarire seriamente i motivi di tale scelta, i molteplici inviti del PTS e della FT a un serio confronto su una possibile fusione, sulla base di quel raggruppamento rivoluzionario che pure il PO stesso astrattamente da sempre rivendica. Analogamente, il PO ha bloccato unilateralmente il Secondo Congresso del CRQI senza motivo, se non quello, appunto, di una scalata, non dichiarata e fallita, allo stesso CRQI.

La gravità politica di una tale condotta è moltiplicata dalle particolari condizioni del FIT: una fusione tra PTS e PO basata su una chiarificazione sui principi politici e sulla strategia complessiva avrebbe significato la nascita del partito marxista rivoluzionario di gran lunga più grande e forte dell’intero pianeta. Avrebbe significato un importante passo in avanti nella ricostruzione della Quarta Internazionale, portando il resto del CRQI e l’intera FT a convergere in un’unica organizzazione mondiale centralista democratica, con pieno diritto di tendenza e frazione. Tale processo, in controtendenza con la crisi delle Internazionali centriste di destra (IMT e CWI) e di quelle centriste di sinistra, settarie e/o opportuniste (LIT e UIT in particolare), avrebbe potuto esercitare un’attrazione molto potente per l’apertura di un ulteriore salto nel raggruppamento in tempi rapidi, attirando importanti forze da queste organizzazioni, dai gruppi “trotskisti” minori e dalla minoranza di sinistra del Segretariato Unificato (sempre sulla base di un confronto teorico per il superamento dei suoi propri limiti). Il tutto avrebbe potuto realizzarsi sull’onda dell’importante successo elettorale del FIT nel 2013, come risposta propositiva e anti-settaria del CRQI al “Manifesto per un movimento per un’internazionale della rivoluzione socialista” pubblicato nell’agosto 2013 della Frazione Trotskista – Quarta Internazionale. Manifesto che non ha ricevuto la benché minima risposta dal PO, né tanto meno dal CRQI, in tre anni! Dall’altro versante, cioè dal nostro, la battaglia per “salvare” il CRQI, per evitare la sua dissoluzione, che risale grosso modo al 2009 (a seguito di un incontro del Segretariato del CRQI, come descritto dal DIP in una sua lettera del 2015), è fallita in tutte le sue fasi. Troppo a lungo e con un profilo troppo basso si sono tollerati gli stravolgimenti di quello che sarebbe dovuto essere il “naturale” percorso del CRQI. Negare tale realtà, palese anche per chi ci osserva dall’esterno, sarebbe non solo assurdo, ma soprattutto un atteggiamento che ci garantirebbe ulteriori fallimenti. E oggi non si può salvare o rigenerare ciò che di fatto non esiste più: esistono i singoli compagni, esistono le loro organizzazioni nazionali, ma il CRQI come organizzazione internazionale, anche come coordinamento, oggi non esiste. Paradossale (e ridicolo) sarebbe il compito di “costruirlo” a 13 anni dal suo primo e unico congresso. Un accanimento ulteriore sarebbe inoltre una prassi piuttosto antistorica, data l’esperienza del trotskismo dopo la bancarotta pablista: oltre sessant’anni di ricomposizioni e scissioni dovrebbero convincerci che dei passi falsi, dei fallimenti nel percorso complessivo verso la rifondazione dell’Internazionale sono del tutto fisiologici. Persino quando le ricomposizioni avvengono su livelli politici “alti” – quello del CRQI originale non è di certo paragonabile alla “riunificazione” senza alcun principio, se non quello del filo-castrismo, dei due tronconi della Quarta Internazionale nel 1963. Ma è pure ingiustificabile l’esagerata lentezza di questo (impalpabile) processo di raggruppamento, che di fatto non ha portato nessun significativo risultato dopo un ventennio. Con questi ritmi, dopo che il Segretariato e i gruppi antipablisti hanno mancato le ondate rivoluzionarie degli anni Sessanta e Settanta, la nostra marginalità internazionale rispetto a ulteriori ondate di mobilitazione e radicalizzazione del proletariato sarebbe non solo possibile, ma certa.

L’unica possibilità che abbiamo di rilanciare la nostra battaglia per il raggruppamento rivoluzionario è di archiviare l’esperienza fallimentare del CRQI e di rifondare tale strategia su basi totalmente differenti. Su un chiarimento e una convergenza sostanziale dell’applicazione del programma marxista alle questioni fondamentali di oggi: non possiamo solo indicare la strada per l’emancipazione del proletariato, ma dobbiamo anche riconoscere e combattere gli ostacoli che bloccano tale strada. Così come dovremo evitare divergenze, nella concezione della costruzione del partito rivoluzionario, così ampie da diventare strategiche: non possiamo che impegnarci per la fondazione di un unico partito di tipo bolscevico mondiale, e non di una federazione di partiti di fatto divergenti.

Una prospettiva che la breve lettera scritta dal PO lo scorso settembre rigetta nei fatti, etichettando il PCL come una setta “avventurista”, che usa un metodo “teologico stalinista”, e bollando tutti i compagni al di fuori del CRQI con cui dialoghiamo come “centristi”. Il fatto che i dirigenti dell’EEK condividano di fatto quest’ultima presa di posizione settaria, conferma che attualmente sono interessati più a mantenere un collegamento opportunista e fittizio con il PO che a rifondare l’Internazionale. Deve quindi esserci massima consapevolezza che un serio lavoro di raggruppamento rivoluzionario, che superi tra l’altro il fallimento del CRQI, troverà, perlomeno inizialmente, l’accanita resistenza di gran parte degli attuali dirigenti del CRQI.

  1. IL CENTRISMO DEL GRUPPO DIRIGENTE STORICO DEL PCL

Per indagare i perché dei limiti politici di questo gruppo dirigente e i motivi politici del IV Congresso del PCL è necessario identificare alcuni percorsi che hanno influenzato la formazione politica del gruppo fondatore del PCL.

Negli anni ‘70, coloro che oggi rappresentano i quadri dirigenti della Piatt.A militavano in gruppi molto diversi tra loro del panorama italiano, in particolar modo GCR, Lotta Comunista e Avanguardia Operaia. Queste tre componenti si sono interfacciate rispettivamente con il lambertismo, il pablismo e il post operaismo dei gruppi extra-parlamentari anni ’70. Tra queste tendenze quelle che hanno maggiormente influenzato l’asse ideologico del PCL sono state sicuramente l’esperienza nell’internazionale lambertista (CORQI) e quella con Livio Maitan (dirigente della corrente che ha fondato successivamente Sinistra Critica). Dalla prima corrente, il PCL ha interiorizzato la concezione della costruzione di un’internazionale per aree di influenza e per sommatorie di partiti nazionali – concezione estranea alla formazione della IV internazionale e contro cui Trotsky polemizza aspramente – e una relazione intollerante con le frazioni interne. E’ in questa esperienza che, infatti, c’è l’incontro con il gruppo di Jorge Altamira chiamato “Politica Obrera”, precursore del Partido Obrero. Un partito sicuramente “lambertista ortodosso” rispetto al Partito Comunista dei Lavoratori. Il CORQI di Pierre Lambert era composto di partiti che potevano vantare diverse migliaia di militanti, alcuni dei quali, come il POR Boliviano, molto influenti nelle organizzazioni sindacali (la COB boliviana su tutti).

Il PCL eredita dal lambertismo soltanto il metodo di costruzione politica nazionale e internazionale, cioè l’adesione a pochi punti di principio larghi ed astratti e il raggruppamento per sommatorie locali e spartizione di aree di influenza tra gruppi dirigenti contrapposti.
Tale metodo favorisce l’ingresso nel Partito di burocrazie, opportunisti ed elementi piccolo borghesi di ogni provenienza, in quanto non fondato su una vera e progressiva assimilazione dei sunti teorici del marxismo e di una prassi di metodo inerente alla tradizione rivoluzionaria.

Durante l’ultimo Congresso dei GCR, che si trasformarono poi in LCR, coloro che componevano la direzione di quell’organizzazione proponevano di sviluppare il partito su una “crescente centralizzazione”, “risolvere i problemi di federalismo”, “darsi un giornale con cadenza periodica”. Gli stessi obiettivi che proclamava di darsi il PCL in tutti e quattro i suoi congressi e puntualmente disattesi.

Da Maitan, invece, eredita la struttura larga e federale, tipica dei partiti non di lotta. Il Segretariato Unificato, infatti, è anch’esso una struttura internazionale costruita sul rapporto d’indipendenza delle proprie sezioni nazionali, tenute assieme da una burocrazia internazionale abituata da lungo tempo a interventi repressivi rispetto alle opposizioni “da sinistra”.

Dell’esperienza in Rifondazione Comunista eredita, al contempo, la concezione lassa di militanza e la sua trasformazione in un gruppo di mero dibattito teorico. Assimila da questa esperienza il concepirsi come l’ala sinistra “rivoluzionaria” di un partito ampio riformista, eludendo la costruzione di una propria tradizione militante e formando i propri quadri al solo dibattito coi gruppi dirigenti delle aree a esso contrapposte.

L’esperienza di tredici anni di entrismo nel Partito di Bertinotti ha ulteriormente indebolito l’iniziativa politica esterna del gruppo dirigente della piattaforma A. Potendo vantare un partito di oltre 120.000 iscritti iniziali, l’AMR, infatti, non ha mai fatto battaglia nel movimento operaio costruendo tendenze e frazioni classiste rivoluzionarie nei sindacati, nel movimento giovanile, preferendo il dibattito interno, in qualche modo giustificato dall’ampiezza dei numeri del PRC come partito massa. Uscendo da questo partito, dovendo costruirsi a partire da sé stessi in relazione dialettica con la lotta di classe, il declino del gruppo storico degli ultimi venti anni del “trotskismo italiano” è stato inesorabile.

Questa ulteriore metamorfosi ha avuto come risultato un partito ibrido tra diverse concezioni e storie. Rinunciato al metodo marxista di costruzione del Partito internazionale, il PCL ripiega sull’idea di un partito non centralizzato, non di quadri, largo e federale (strutturazione rivendicata esplicitamente e in questi termini da uno dei maggiori dirigenti della piattaforma A), formato attorno a un leader carismatico.

Non è un caso questa particolare strutturazione. Non è neanche il frutto di errori commessi bonariamente. E’ il riflesso politico di una concezione teorica precisa. E’ un’idea di partito che possa tenere dentro, in un blocco senza principi, linee politiche differenti per garantirsi un minimo di adesione larga (cosa per altro non riuscita visti gli scarni numeri dei tesserati). E’ sempre stata la metodologia utilizzata dai gruppi opportunisti.
Non esiste, come ebbe a dire Trotsky, una caratterizzazione univoca del centrismo. Esso è espressione eclettica di posizioni oscillanti continuamente tra marxismo e riformismo. Ha, però, una caratteristica sempre presente che è quella del formare gruppi senza principi teorici chiari, che non sviluppano un reale dibattito interno, che non parlano del proprio centrismo, cioè non vogliono parlare dei propri stessi limiti e che, se ossidati su tale impostazione – così come lo è il gruppo dirigente odierno da 40 anni – finisce con appoggiare correnti riformiste non operaie.

5.1 La mancanza di discussione teorica

Conseguenza della linea politica sopra descritta è la totale mancanza di un dibattito interno. Anche qui: non un limite semplicemente organizzativo, ma una scelta politica chiara. Il non volere avviare un dibattito e una formazione conseguente nel partito è la condizione necessaria per l’autoconservazione degli attuali gruppi dirigenti.

Come abbiamo già sottolineato, già in passato altri gruppi poi fuoriusciti dal PCL avevano provato a mettere insieme alcune critiche e proposte per coordinare le attività dei militanti del partito. Il problema di tutti questi compagni è che non riuscivano a capire che costruire un partito centralizzato non fosse semplicemente “coordinare l’intervento” dei suoi militanti, ma uniformarlo con delle direttive dal centro e costruendo l’ossatura del partito a partire dal giornale come “organizzatore collettivo”. Nel PCL un dibattito serio, franco e aperto su tali questioni è sistematicamente impedito e chiunque muova critiche viene facilmente ignorato, liquidato o calunniato.

Costruire dibattiti, infatti, significherebbe dover affrontare una discussione sugli stessi limiti della linea politica, riconoscendoli per impegnarsi a superarli.

Per questo motivo il gruppo dirigente della piattaforma A si è sempre rifiutato di organizzare una Scuola Quadri centralizzata ed omogenea nei contenuti. Preferisce formare con comunicati i propri militanti su un impianto fortemente identitario, su una retorica ortodossa, ma opportunista nella pratica.

Deve, cioè, demarcarsi autocentrandosi dinanzi al resto della sinistra politica e per farlo istruisce i propri militanti con una propaganda astratta.

In tutti i comunicati del Partito, infatti, si ribadisce che “il PCL è l’unica sinistra che non tradisce i lavoratori” e che sia “l’unico partito che lotta per il governo dei lavoratori”. A parte il contenuto quantomeno discutibile di tali affermazioni, la ripetizione continua di questo messaggio all’esterno finisce col diventare il grido di battaglia di una setta che si autoproclama e all’interno produce l’effetto di formare militanti con un’impostazione quasi teologica, che ripetono come un mantra la parola d’ordine del gruppo dirigente. E’ un metodo diffuso tra i giovani della piattaforma A. Trotsky si è sempre espresso contro questo tipo di militanza:

<<La nostra gioventù non deve limitarsi a riprendere le nostre formule. Le deve conquistare, assimilare, formarsi la sua opinione, la sua fisionomia, ed essere capace di lottare per i suoi punti di vista col coraggio dato da una profonda convinzione e da un carattere indipendente. Fuori dal partito l’obbedienza passiva che fa seguire meccanicamente il capo; fuori dal partito la mancanza di personalità, il servilismo, il carrierismo. Il bolscevico non è soltanto un uomo disciplinato, ma è un uomo che, in ogni caso e su ogni questione, si forgia un’opinione solida e la difende coraggiosamente, non solo contro i suoi nemici, ma anche in seno al suo partito.>>

Un metodo che, infatti, delinea quale sarà il militante del PCL del futuro. Cosa che vogliamo evitare ad ogni costo. Succede sempre in quei partiti che si costruiscono attorno alla figura di un leader e che instaurano un rapporto uno ad uno tra il capo e la base, facendo leva sul carisma del personaggio.

Tale impianto caratterizza come pienamente centrista il profilo politico del PCL. La sua particolarità è una apparente retorica fortemente trotskista, che nella teoria difende il programma transitorio, ma che nella pratica sostituisce la classe operaia con il popolo della sinistra, cancellando tutto il patrimonio del marxismo come base di riferimento per il superamento del capitalismo.

Per questo motivo, lottare contro questo tipo di centrismo è essenziale per la costruzione di un’alternativa marxista rivoluzionaria coerentemente internazionalista, che sappia conquistare al programma transitorio e al metodo centralista democratico l’avanguardia del movimento operaio e di conseguenza costruire l’egemonia di direzione rivoluzionaria tra le masse. Una questione non riservata al dibattito tra gli addetti ai lavori, ma che riguarda la possibilità del riscatto dell’umanità.

5.2 Un giornale inadeguato: un’organizzazione senza “organizzatore collettivo”

Uno degli aspetti centrali per un’organizzazione leninista è una corretta interpretazione dell’agitazione e della propaganda. Due componenti di una stessa metodologia che la piattaforma B ha ribadito essere dialettici. La piattaforma A al IV Congresso ha confermato l’intenzione di essere un’organizzazione di mera “propaganda combattiva”. Una scelta che potrebbe essere anche valida in fasi di estrema debolezza della propria organizzazione o in condizione di regime borghese autoritario, elementi che limitino fortemente l’agitazione, ma che cozza con la mancata volontà di una qualsiasi iniziativa politica d’impegno dei dirigenti della piattaforma A. Il problema, inoltre, sta nella teorizzazione di tale concetto da parte della Piattaforma A, che ha un concetto di “propaganda” e “agitazione” molto confuso, diverso da quello classico del marxismo rivoluzionario, che tende a inglobare nella “propaganda” buona parte della attività “agitatoria”, diffondendo confusione tra i militanti, alcuni dei quali durante la fase congressuali erano convinti che “oggi non si può fare agitazione”, quando magari erano intenti proprio negli stessi giorni a distribuire volantini agitatori.

La propaganda nella prassi leninista è tutt’altra cosa. E’ la costruzione di momenti assembleari pubblici, la produzione di volantini, articoli, opuscoli, la stesura di una letteratura rivoluzionaria: il tutto volto a diffondere il proprio profilo politico strategico, teorico ed organizzativo, nell’avanguardia di classe e di lotta. Per fare ciò è imprescindibile un giornale.

La linea uscita dal IV Congresso conferma una concezione del giornale vecchia, ma soprattutto inadeguata e senza chiarezza di metodo. Nel suo centrismo ortodosso, infatti, il gruppo dirigente della piattaforma A non concepisce i moderni strumenti di comunicazione, li sottovaluta e li considera marginali ai fini della propria costruzione. Altra dimostrazione chiara dell’estraneità dalle dinamiche reali della lotta di classe. Ma il problema principale è la concezione di giornale che ha la piattaforma A. Questo viene concepito come poco più che un bollettino interno su cui far scrivere qualche dirigente del partito e alcuni militanti “prescelti”, dove inserire talvolta articoli di carattere storico che invece, se sviluppati adeguatamente, andrebbero inseriti in una rivista teorica, organo centrale della propaganda.

Un giornale che esce a cadenza quasi trimestrale, su cui ci sono articoli quasi sempre vecchi rispetto al contesto politico, alla cui stesura non partecipano i suoi militanti, ma solo una cerchia ristretta di dirigenti e articolisti “scelti”, dominati da un direttore che non rende conto a nessuno della gestione del giornale. Un andazzo che, in realtà, è una scelta politica ben precisa da parte del gruppo dirigente di maggioranza, perché sin dagli anni ‘70 il loro giornale veniva prodotto a cadenza bimestrale o trimestrale. E’ una concezione che considera questo strumento come del tutto marginale nella costruzione del Partito.

Il giornale nella concezione leninista è un organizzatore collettivo; è un metodo attorno al quale si uniforma e centralizza l’attività militante, si formano e cimentano nuovi militanti sul terreno dell’agit-prop. E’ uno strumento che si utilizza nelle lotte come agitatore e nella campagne politiche come propagandista. Nel 2017 non avere un giornale online significa condannarsi ai margini del movimento operaio. In un contesto come quello odierno dove gli strumenti cartacei hanno perso la loro forza di diffusione (solo il 2% della popolazione compra un giornale) e dove internet è diventato il secondo principale canale d’informazione, è un errore strategico non dotarsi di un giornale di questo tipo, attorno al quale formare i propri militanti nella gestione quotidiana di articoli, nell’intervento nelle lotte di classe, nel commento del dibattito politico pubblico. In un’ultima istanza, nella proiezione esterna del partito.

Il centrismo ortodosso è incapace d’intendere il marxismo come un metodo politico e non come un’etichetta. Sul giornale, infatti, diversi congressi del PCL hanno visto un’accesa polemica, ma tutti hanno confermato la gestione di maggioranza di questo strumento. Il fallimento e la crisi del PCL si sostanziano nel fallimento del suo giornale.

5.3 La relazione con le opposizioni interne: i fatti post congresso

La tradizione lambertista, come abbiamo scritto sopra, ha sempre avuto problemi nella gestione delle dinamiche interne con le sue opposizioni. La dinamica post congressuale dei primi tre mesi, ci pare confermare questo aspetto anche per il PCL: si sono registrati attacchi di varia intensità ed estensione, dagli insulti ai singoli membri della piattaforma B in quanto tali, alle intimidazioni contro la libera espressione delle posizioni dei compagni, fino a un processo disciplinare strumentale e grottesco, con un’atmosfera da santa inquisizione, contro due compagni già al primo Comitato Centrale post Congresso.

Durante il primo Comitato Centrale del 28-29 Gennaio post IV Congresso, la maggioranza ha imposto la votazione di un provvedimento disciplinare contro due compagni dell’opposizione, sulla base di accuse strumentali e grottesche, costruite ad hoc per attaccare la minoranza. L’intento era cercare di colpire, in realtà, non soltanto i due, ma le ragioni politiche dell’intera piattaforma. Sono stati processati senza dare a entrambi la piena possibilità di difendersi, con un fare antidemocratico.

La piattaforma B sostiene e difende una concezione di partito che permetta il più libero dibattito interno; che garantisca le posizioni delle sue frazioni e tendenze sugli organi di informazione del partito (giornale e sito); che non formi i propri militanti nell’esaltazione di sé stessi (come personalità e come partito stesso); che permetta ai suoi giovani di fare le proprie esperienze imparando dai propri errori e camminando sulle proprie gambe, ma mantenendo la centralità politica del partito. Questo è lo spirito di tutta la tradizione bolscevica. Al contrario, il PCL è un’organizzazione strutturata come un partito ampio e federale, senza una concezione militante chiara e senza una visione strategica chiara. Ma allo stesso tempo mantiene un regime interno antidemocratico.

  1. LA PIATTAFORMA B: IL NOSTRO PROGETTO INTERNAZIONALISTA E RIVOLUZIONARIO

La piattaforma B si è costruita per il IV Congresso del PCL per contrastare le derive sopra descritte, per ristabilire la centralità operaia nella sua costruzione, per lottare contro il suo mancato internazionalismo rivoluzionario, per lottare contro il suo elettoralismo, la sua impostazione federale, la sua prassi non militante, il suo sostegno ai partiti piccolo borghesi alle elezioni e la sua posizione non coerente nella lotta alle burocrazie sindacali.

La piattaforma B ha espresso chiaramente nella sua presentazione e nei suoi testi un profilo politico strategicamente alternativo alla piattaforma A, presentando un emendamento sulla questione internazionale che indicava la necessaria chiusura del percorso del CRQI, basato sulla metodologia dell’Internazionale per addizione di partiti nazionali federati. Abbiamo proposto un cambio radicale di tutta la linea del Partito su tutti gli aspetti della sua vita.

Il nostro obiettivo rimane quello avanzato al congresso: trasformare il PCL in un partito marxista rivoluzionario e internazionalista coerente, che si costruisca sulla base di un programma teorico chiaro, di un’analisi di fase del del capitalismo sul piano internazionale, su metodi di dibattito, su una struttura unitaria – non federale – centralista democratica su base internazionale, su un intervento nelle lotte degli sfruttati e degli oppressi fondato su un’agit-prop all’altezza dei nostri compiti politici, e su criteri di militanza uniformati a partire dalla redazione del giornale. Presupposti basilari per un partito rivoluzionario internazionale e per la rifondazione della Quarta, al fine di evitare un metodo di costruzione da blocco senza principi, tra gruppi locali e nazionali con strategie differenti.

La Piattaforma B ha proposto un complessivo e strategico cambio di direzione al IV Congresso, che è possibile sintetizzare in alcuni punti chiave:

1) Costruire un partito internazionale e chiudere con la tradizione nazional-trotskista
Nel Congresso abbiamo proposto un emendamento che facesse un bilancio nel merito e nel metodo del CRQI, contestandone la teoria di costruzione dell’Internazionale per sommatorie e addizioni di partiti locali con divergenze strategiche. Una tradizione estranea al marxismo rivoluzionario e alla IV di Trotsky a cui vogliamo contrapporre una reale teoria internazionalista da cui conseguire una prassi di dibattito, confronto e unità con la migliore tradizione del bolscevismo. In questo quadro, abbiamo proposto di rispondere all’appello lanciato dalla Frazione Trotskista – Quarta Internazionale col “Manifesto per un movimento per un’Internazionale della Rivoluzione Socialista – Quarta Internazionale”, in cui questo raggruppamento lancia una sfida di discussione e dibattito alle correnti del panorama internazionale per la Rifondazione della IV Internazionale, ma su basi politico-programmatiche chiare, su una strategia condivisa elaborata a partire dall’analisi di fase, e su un metodo chiaro di applicazione del centralismo democratico e d’intervento nelle lotte di classe; a partire da tale risposta, sarà possibile avviare un reale confronto politico complessivo volto a verificare le basi teoriche, strategiche, pratiche sulle quali poter eventualmente compiere passi in avanti reali nel raggruppamenti rivoluzionario e nella lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale, liquidando una volta per tutte gli ondeggiamenti opportunisti, le politiche settarie così come quelle lasse e federali;

2) La centralità operaia nella costruzione del partito e del fronte unico
Nel documento politico abbiamo ribadito la centralità del movimento operaio nella lotta al sistema capitalistico. Tale centralità è diretta conseguenza della teoria del valore, che Marx esplica ne “Il Capitale”. Per farlo propone di lottare non in astratto per la proposta del fronte unico operaio come risultante del dibattito con le burocrazie dell’apparato sindacale, ma di sfidare queste attraverso l’organizzazione delle migliori avanguardie dei lavoratori, con la costruzione di coordinamenti intersindacali della classe operaia combattiva;

3) La formazione di tendenze rivoluzionarie nella gioventù e tra le donne
Nel solco della tradizione quartinternazionalista abbiamo lanciato come proposta la costruzione di un movimento femminile con un piano strategico rivoluzionario, al fine di portare una coscienza comunista in questo settore di lotta, che oggi esprime una enorme potenzialità di conflitto. Allo stesso tempo abbiamo proposto di continuare nella costruzione centrale del nostro intervento nella gioventù e tra gli studenti, ma senza una impostazione settaria e autocentrata.

La nostra battaglia politica ha sempre seguito l’orizzonte di lotta per la vittoria della classe operaia e l’instaurazione di una democrazia operaia comunista, un governo internazionale dei lavoratori, per l’emancipazione e la liberazione di tutta l’umanità.

Tale è stato lo scopo della produzione della Piattaforma B al IV Congresso e questi rimangono i nostri obiettivi, sulla base dei quali ci organizziamo come “Frazione Internazionalista Rivoluzionaria” del PCL.

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