La paura che legifera: la riforma della legittima difesa

– di Rosa Scamardella

Aver votato una riforma inutile, confusa, blanda. Queste le accuse che da qualche giorno sono mosse da diverse parti politiche ai deputati del Partito Democratico e di Alleanza Popolare per aver fatto passare alla Camera la riforma della legittima difesa. Lo scarica barile, i fragili equilibri sui quali si fondano le alleanze in un Parlamento sempre meno rappresentativo di quello che è attualmente il sentire politico dell’elettorato, la tragica incompetenza: ad emergere, dopo la votazione, è la fotografia di un disastro dal quale nessuno riesce a salvarsi.

È naturale partire dal Partito Democratico: la proposta di legge era stata avanzata tra le sue fila dal parlamentare David Ermini, nella quale intenzione era modificare l’art.59 del codice penale sulle circostanze di reato in modo da attenuare il giudizio nei confronti di chi reagisce ad un’aggressione nel possesso legittimo di armi da fuoco e se interessato da un rilevante turbamento psichico derivante dalla situazione.
Una modifica pressoché inutile se si tiene conto della giurisprudenza affermatasi in questi casi: è consolidato l’orientamento tollerante nei confronti chi agisce in queste circostanze. Definirle in modo specifico ma confuso (perché è a questi paradossi che arrivano i nostri grandi legislatori) non farebbe che ostacolare la possibilità per i giudici di applicare questa tolleranza.
La colpa – la prima – del PD è quindi quella di aver mandato avanti, con fini populistici, una proposta confusionaria ed inutile.
È qui che entra in gioco anche Forza Italia. Per assicurarsi il voto di Berlusconi e dei suoi, il gruppo proponente ha dovuto accondiscendere ad una modifica che prevede la trasformazione dell’art.52 del codice penale dedicato alla legittima difesa. La Camera dei Deputati ha votato infatti affinché questo sia formulato in modo da considerare legittima difesa la “reazione ad un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nei luoghi con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno”.
Al momento del voto, però, FI è venuta meno nonostante le trattative che avevano solo recato ulteriore confusione ed inutilità al progetto dichiarato da Berlusconi “inadatto a compensare il bisogno di sicurezza degli Italiani”.

Chi resta? Ah, già. I populisti di destra: Salvini con la sua Lega Nord, la Meloni e i suoi Fratelli ed infine Di Maio coi pentastellati (sì, ci siamo appropriati  delle parole con le quali persino un professore lo ha presentato agli studenti di Harvard, venendo a capo della vera natura del Movimento con magistrale inconsapevolezza e celerità).
Mentre Salvini ed i Fratelli d’Italia sognano per il Mulino che vorrebbero un codice penale che alteri totalmente il concetto di proporzionalità per la legittima difesa, una normativa che consenta di ammazzare un aggressore che, per esempio, abbia già desistito e si sia allontanato, le critiche più divertenti sorgono da un’altra parte.
Parliamo del Movimento 5 Stelle. Gli abili governatori del domani e purissimi giuristi che hanno espresso l’on. Di Maio, curiosamente in disaccordo coi massimi esperti di diritto, sono chiaramente convinti della necessità di questa legge, alla quale rimproverano però di essere stata scritta con incompetenza. La fonte di queste dichiarazioni non richiede ulteriori analisi.

“Beppe Grillo con in braccio un piccolo Silvio Berlusconi tra le statuine di terracotta proposte a San Gregorio Armeno, la strada del centro storico di Napoli famosa per le botteghe degli artigiani del presepe.”

All’indomani delle votazioni, però, il PD ha voluto emergere sui suoi rivali: Matteo Renzi su Twitter ha preso le distanze dalla riforma esortando i suoi a modificarla in modo da renderla comprensibile, dichiarando di nutrire forti dubbi su alcune sue parti ed offrendo un assist all’attento osservatore Matteo Salvini il cui neurone è riuscito, senza troppe difficoltà, a fargli denunciare l’incoerenza dimostrata dal partito di maggioranza.
Quest’ultimo si proclama vincitore anche grazie all’approvazione di un emendamento che prevede, in quello che si è ormai appurato essere un pasticcio di analfabetismo giuridico più che una legge, il pagamento delle spese sostenute per tutto il processo da chi avrà agito, secondo il giudizio finale, per legittima difesa.

Pare sempre più chiaro il motivo della fragilità dei rapporti che tengono in piedi – in modo goffo e precario – la politica italiana: il Parlamento così formato è drammaticamente distante da quello che sarebbe “idealmente eletto” andando ai seggi in tempi brevi. E chi vi siede lo sa bene.
Renzi ed i suoi, insieme ai coraggiosi quanto allucinati parlamentari che ancora si definiscono di sinistra (in barba ad ogni necessità di restituire un senso a questa parola o di attribuirne uno nuovo), sanno bene che non è più la bella stagione delle unioni civili e del riformismo illuminato. La legislatura volge al termine e le elezioni sono dietro l’angolo: a legiferare è la paura.
La paura del PD e delle varie forze moderate di non riuscire a strappare poltrone nel prossimo Parlamento per perpetuare quest’incompetenza confusionaria e distruttiva. Soprattutto, però, la paura degli italiani, i quali durante questi anni a suon di Buona Scuola, Jobs Act e riforme varie ben antecedenti si sono visti strappare tutto quanto di decente potevano vantare, dal sistema sanitario a quello scolastico. Precari ed imbarbariti, cedono al richiamo delle destre di difendere quel poco che è rimasto con le unghie e con i denti da un nemico clamorosamente sbagliato che identificano nel loro prossimo, in persone che versano nelle loro stesse condizioni o nel diverso, nello straniero. Un nemico al quale, se la riforma passerà, si potrà sparare di notte per ritrovarsi l’indomani nella stessa merda del giorno prima.

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