La strategia sovietica in lotta per la Repubblica operaia #1

  • Data : maggio 10, 2017
  • Sezione : Teoria

A cura di Carlo Marselo

Sulla necessità di costruire una tradizione rivoluzionaria classista, senza revisionismi, senza apparato burocratico, e per approfondire ed arricchire il glorioso patrimonio di classe internazionalista: eccovi dei confronti tra diverse teorie sull’applicazione della Rivoluzione Permanente e sulla strategia sovietica di classe tratti dalla rivista Estrategia Internacional n°4/5, luglio 1995 che abbiamo tradotto. Di seguito la prima parte:

Emilio Albamonte e Fredy Lizarrague,

con la collaborazione di Manolo Romano

INTRODUZIONE: ANCORA SUL CARATTERE DELLA RIVOLUZIONE

L’89, tra le altre cose, ha messo alla prova tutte le teorie possibili. Con le nuove condizioni determinate da questa tappa aperta, non si può costruire una corrente internazionale trotskista che lotti per ricostruire la IV senza ricominciare a provare a ricostruire la teoria dei loro fondatori. In “Estrategia Internacional nro. 3” incominciammo questo compito limitandoci nella corrente dalla quale proveniamo e dal fondatore di questa: Nahuel Moreno. In questo lavoro avanziamo confrontando la teoria della rivoluzione di Moreno con una posizione analoga che sosteneva nel 1937 il dirigente centrista del POUM spagnolo e che fu criticata, da León Trotsky, così come le conseguenze nel programma e nella lotta per una strategia sovietica.

La teoria della rivoluzione di Moreno parte dal fatto certo del carattere anti-capitalista (non anti-feudale) di tutta la rivoluzione in questa epoca di dominio imperialista mondiale. Da qui si definisce che le rivoluzioni sono “oggettivamente socialiste”. Ma per Moreno la definizione di “oggettivamente socialista”, vuol dire, in realtà, automaticamente socialista, inevitabilmente socialista. (1. Vedere note alla fine).

Moreno sostiene che si è confermata la Teoria della Rivoluzione Permanente, ma in realtà la nega affermando che: “l’unica cosa che aggiungiamo è che la forza oggettiva della rivoluzione mondiale combinata con la crisi della direzione del proletariato mondiale è la crisi senza uscita dell’imperialismo, questo ha permesso che si andasse più in là delle rivoluzioni nazionali di Febbraio di quello che prevedevano le Tesi: quali partiti piccolo borghesi prendano il potere e inizino la rivoluzione socialista”. 

Secondo la sua revisione, Moreno prova a basarsi nelle rivoluzioni del dopoguerra che hanno dato luogo a stati operai deformati con orientamenti controrivoluzionari. Ma le rivoluzioni del primo dopoguerra nell’Est e nella Cina già erano messe, teoricamente, attraverso il Programma di Transizione come variante eccezionale. (2)

Da quanto si è visto nella sua teoria, conclude che “non è obbligatorio che sia la classe operaia ed il partito marxista rivoluzionario quello che diriga il processo dalla rivoluzione democratica a quella socialista.”

D’altro canto, come per la sequenza di cadute di dittature in Iran, Nicaragua e nel cono sud dell’America Latina, pone le basi che contro il fascismo, o le dittature militari nelle semicolonie capitaliste, è necessario “fare una rivoluzione nel regime politico: distruggere il fascismo per conquistare le libertà della democrazia borghese, anche se fosse nella sfera dei regimi politici della borghesia, dello stato borghese”. Questo, affermiamo, da luogo alla teoria delle tappe e semi-menscevica della “rivoluzione democratica”, “come parte o primo passo della rivoluzione socialista”. (3)

Come possiamo vedere questo non è un’aggiunta alla teoria di Trotsky e alle tesi della Permanente.

Affermiamo che Moreno costruisca una teoria di congiunzione, revisionista della teoria della Rivoluzione Permanente. Come già dimostravamo in E. I. Nro. 3 ed approfondiamo in questo articolo, la matrice logica di quella teoria è l’esacerbazione senza limiti dei fattori obiettivi. In realtà la sua teoria non ha nulla a che vedere con la Teoria della Rivoluzione Permanente, al contrario, è un attacco in piena regola alla stessa, la sua negazione.

NIN E LA TEORIA DELLA RIVOLUZIONE SOCIALISTA PER “ESSENZA”

La teoria di Moreno non è nuova. Trotsky già combatté questi tipi di interpretazioni oggettiviste della rivoluzione contro chi, anche, si dichiarasse partigiano della Rivoluzione Permanente, ma interpretava questa ragionando come Moreno, per finire negandola. Durante la rivoluzione spagnola, Andrés Nin, il dirigente del centrista POUM, sostenne una posizione simile a quella di Moreno. Un articolo titolato “Los ultraizquierdistas en general y los incurables en particular” (“Gli ultra sinistri in generale e gli incurabili in particolare”) del 28 di Settembre del 1937, Trotsky polemizzava contro la concezione di Nin.

Il POUM era entrato nel governo del Fronte Popular in Catalogna. Nonostante ciò, Nin dichiarava, proprio come Moreno, la sua solidarietà a parole con la teoria della Rivoluzione Permanente: “La lotta che comincia non è la lotta tra la democrazia borghese ed il fascismo, come pensano alcuni, sennonché tra il fascismo ed il socialismo”, diceva correttamente il dirigente del POUM. Inclusa l’alternativa leninista “fascismo o socialismo” era la formula corrente del POUM. Perché allora qualcuno che “riconoscesse” il carattere socialista della rivoluzione entrava nel governo del Fronte Popolare, che per bandiera aveva l’implementazione della “Repubblica borghese” in Spagna?

Dice Trotsky su Nin “La radice del suo pensiero era approssimativamente questa: posto che questa rivoluzione sia una rivoluzione socialista “per essenza”, il nostro ingresso nel governo non può fare altra cosa che aiutarla”.” In effetti per Trotsky: “Nin ha trasformato nel suo contrario la formula leninista: è entrato in un governo borghese che aveva l’obiettivo di spogliare ed asfissiare tutte le conquiste, tutti i punti di appoggio della rivoluzione socialista nascente”.

E dopo affermava: “Il carattere socialista della rivoluzione, determinato dai fattori sociali fondamentali della nostra epoca, tuttavia, non può constare d’essere già pronto ed assicurato dal principio stesso dello sviluppo rivoluzionario. No; dall’aprile del 1931 il grande dramma spagnolo ha preso il carattere di una rivoluzione “repubblicana” e “democratica”. Durante gli anni che seguirono la borghesia ha trovato modo di imporre il suo sigillo ai successi, sebbene l’alternativa leninista: comunismo o fascismo, abbia conservato – in ultima analisi – tutto il suo valore. Quanto più i centristi di sinistra e i settari trasformano quest’alternativa in una legge sovra-storica, meno sono capaci di strappare le masse dall’influenza della borghesia (…) L’alternativa: socialismo o fascismo, significa solamente, ed è abbastanza importante, che la rivoluzione spagnola non può essere più vittoriosa più della dittatura del proletariato. Però questo non significa in nessun modo che la vittoria sia assicurata in automatico. Si tratta anche, e tutto il compito politico è qui, di trasformare questa rivoluzione ibrida, confusa, mezzo cieca e mezzo sorda, in rivoluzione socialista.

Non solo manca dire quello che è, sennonché anche saper partire da quello che è. I partiti dirigenti, includendo anche quelli che parlano di socialismo, compreso il POUM, fanno tutto

quello che possono per impedire la trasformazione di questa semi-rivoluzione, macchiata e trasfigurata, in rivoluzione cosciente e finita. La classe operaia, spinta dal suo istinto, arriva,

sicuramente, nel culmine rivoluzionario, mettendo importanti basi nel cammino del socialismo. Però non sono più che basi in questo periodo di transizione, spazzate via dai partiti dirigenti (…) manca superare le difficoltà iniziali mediante l’azione, cioè mediante una tattica adatta alla realtà (…) Si tratta di trovare un’attitudine giusta rispetto a questa lotta ibrida, per trasformarla dal di dentro nella lotta per la dittatura del proletariato”.

Come vediamo Trotsky parte dal “carattere socialista” oggettivo della rivoluzione spagnola. Ma immediatamente segnala che nel “grande dramma spagnolo” questa rivoluzione prese “il carattere di una rivoluzione ‘repubblicana’ e ‘democratica’… (ovvero, borghese. Ndr.).

Per Trotsky, sebbene la rivoluzione “nascente” è socialista, la controrivoluzione borghese attua non solo mediante il fascismo sennonché “impone il suo sigillo”, “democratico” e “repubblicano”, attraverso i “partiti dirigenti” per evitare che la rivoluzione si trasformi in una rivoluzione socialista “cosciente e finita” e si fermi nel suo stato primitivo.

Sebbene una classe “oggettivamente socialista” come la classe operaia (senza parlare di classi sfruttate non socialiste come i contadini), percorreva i suoi passi nel camino verso il socialismo, queste conquiste erano “spazzate dai partiti dirigenti”, cioè si ritornava indietro grazie alla parte soggettiva delle direzioni controrivoluzionarie. Giustamente per questo, per Trotsky contro Nin, “tutto il compito politico è qui”, nel trasformare questa rivoluzione ibrida, confusa, mezzo cieca e mezzo sorda, in una rivoluzione socialista.

È necessario chiarire che, lungi dal sollevare una politica che negava la necessità di sollevarsi dalle consegne democratiche, Trotsky in Spagna battaglia contro lo stalinismo nel “terzo periodo” di ultrasinistra ed i settari che la negavano. Ma quello che ci interessa di più qui, è che la logica di Trotsky nella rivoluzione spagnola, e quella della Rivoluzione Permanente, si separa la necessità imprescindibile del partito marxista rivoluzionario per lottare contro il “freno democratico” degli stalinisti, socialdemocratici ed anarchici “che impediscono il passaggio al socialismo”. Un partito capace di “sorpassare le difficoltà materiali mediante l’azione”, per applicare “una tattica appropriata” ed intervenire decisivamente in quella “semi-rivoluzione” socialista per “trasformarla dal di dentro nella lotta per la dittatura del proletariato.”

Dalla posizione di Nin (con molti punti di contatto con quella di Moreno) si separano conclusioni opposte. Dove Nin dice “socialista per essenza”, Moreno dice “oggettivamente socialista”. Per essere chiari, una volta di più, che siamo d’accordo con ambedue soltanto se si fosse trattato di una definizione del carattere socialista di tutta la rivoluzione “determinata per i fattori sociali fondamentali della nostra epoca”, come lo definisce Trotsky. Però tanto per Moreno quanto per Nin sono definizioni funzionali alla valorizzazione che i due fanno dei partiti controrivoluzionari che si trovano alla testa dei processi rivoluzionari e delle forme “democratiche” della controrivoluzione, ovverosia del “freno democratico” mediante la quale la borghesia “impone il suo sigillo” per impedire il trionfo della rivoluzione socialista.

In Nin, questo era una giustificazione (nel bel mezzo di una guerra civile) per coprire da sinistra la sua pratica politica di capitolazione del POUM al governo del Fronte Popolare. In Moreno mai si arrivò fino a quel punto, ma la cosa si tradusse abbandonando la teoria della Rivoluzione Permanente. Senza dubbio, sebbene Moreno non arrivò fino al tradimento come Nin nella politica con la sua partecipazione in un governo borghese, andò più in là di quello nella teoria.

Ugualmente a quella di Nin, quella di Moreno non è una teoria che nega il carattere socialista della rivoluzione nel vecchio stile stalinista, ne che adotti la sua distinzione tra paesi “maturi e non maturi” per il socialismo. Al contrario, parte, correttamente, dalla maturità data per l’economia mondiale a tutti i paesi, anche i più arretrati, che debbano ancora risolvere compiti democratici e nazionali. Ma per Moreno tutta la rivoluzione in un paese arretrato che parta da compiti democratici si trasforma in socialista, e con questo in Permanente, per “la forza oggettiva della rivoluzione mondiale” e la “crisi senza uscita dell’imperialismo”, che spinga quei partiti piccolo-borghesi che “inizino la rivoluzione socialista”. Infine, che tutta la rivoluzione possa trasformarsi in socialista finita e consumata per la forza senza limiti, esacerbata dai fattori obiettivi in quanto alla rivoluzione “antifascista”, Moreno la definisce come una “rivoluzione democratica trionfante”. In questo è diametralmente opposto a Trotsky che all’impostazione di una repubblica borghese per la caduta del fascismo la chiama “aborto della rivoluzione proletaria insufficientemente matura e prematura” o “una controrivoluzione borghese obbligata dalle circostanze a rivestire, dopo la vittoria ottenuta dal proletariato, forme pseudo-democratiche”.

UN’IMMAGINE MOLTO DIDATTICA

L’immagine usata da Moreno per spiegare la sua teoria è molto didattica. Moreno spiega la rivoluzione come una locomotrice che avanza “oggettivamente” verso la rivoluzione socialista, ma si ferma in diverse stazioni. Se si ferma nella stazione “democrazia borghese” è una “rivoluzione democratica” per ottenere libertà politiche, e anche se “nel quadro dello stato borghese” è “parte” della via al socialismo o un “primo passo della rivoluzione socialista”. Incluso per la forza dei fattori oggettivi, la locomotrice è capace di arrivare fino la stazione “espropriazione della borghesia”, ad “iniziare la rivoluzione socialista” nel terreno nazionale, senza che sia importante chi sia il macchinista. Secondo Moreno i trotskisti sono quelli che devono condurre la locomotrice perché non si fermi ed arrivi alla stazione “democrazia operaia” ed “estensione della rivoluzione mondiale”, mentre nelle altre “stazioni” il treno può essere condotto da altri “macchinisti” borghesi o riformisti. Non si può negare che esistano “tappe” di tipo episodico nel camino della rivoluzione proletaria, dalla caduta di una dittatura fascista, le rivoluzioni di febbraio, fino agli stati operai deformati: devono essere considerate, seguendo il metodo di Trotsky, “vittorie ottenute per il proletariato”. Ma Moreno trasforma tutte le “tappe episodiche” o trionfi parziali, in tappe indipendenti e necessarie. In questo consiste il “tappismo” di Moreno e per quello diciamo che la sua teoria è semi-menscevica(*).

Dalla sua ottica oggettivista, per Moreno tutte la lotta delle masse, tutti i trionfi parziali, e come tale contraddittorio, finivano inevitabilmente in “trionfi” niente più, che facevano parte della rivoluzione “oggettivamente socialista”, con l’esensione che la controrivoluzione adottasse la forma fascista o di colpo militare con metodi di guerra civile aperta contro il proletariato. Egli vede la controrivoluzione solo come un’altra “locomotrice” che si scontra frontalmente con quella della rivoluzione. Cioè, una teoria che non spiega e disarma davanti alle forme “pseudo-democratiche”, che aderiscono, nelle sue nove decime parti, alle controrivoluzioni borghesi prima di chiamare la scelta fascista(**).

La controrivoluzione si attua sviando la rivoluzione sulla “via morta” del parlamentarismo, facendo “cambi di via”, cavalcando nella sua guida controrivoluzionaria per porre un “freno democratico” ai suoi trionfi parziali ed anche, prepararando la ritirata della rivoluzione fino alle “stazioni” precendenti. In ultima analisi, anche se Moreno ha preso il termine di “reazione democratica”, la stessa categoria di “reazione” è una prova di quello che diciamo. Se quello che si vuole affermare è che le forme “pseudo-democratiche”, che prende la “controrivoluzione borghese” sono

categoricamente diverse dalle forme fasciste, non possiamo che essere d’accordo, ma questa stessa definizione nasconde, dietro la forma politica, il carattere sociale della controrivoluzione. Nella teoria di Moreno, la categoria “controrivoluzione” è utilizzata solo quando la borghesia sconfigge fisicamente il proletariato.

Incluso Moreno, andando più in là di Nin, lasciò completamente “l’alternativa leninista : fascismo o socialismo”,che per Trotsky in Spagna, anche se in mezzo a una guerra civile con campi militari affrontati tra “repubblicani”e fascisti, e dove era obbligatorio stare nel campo militare repubblicano, conserva “tutto il suo valore”strategico. Cosi tanto che proprio il centrista e capitolatore Nin potrebbe contestare teoricamente Moreno che, sotto una dittatura, “la lotta che inizia non è tra la democrazia borghese ed il fascismo, come pensano alcuni”.

Tanto Nin quanto Moreno, per il bene di una rivoluzione “in essenza” socialista o socialista “oggettiva” portano ad attuare politiche opportuniste: entrando nel Fronte Popolare capitolando al “freno democratico” della rivoluzione, sotto pretesto di “aiutare” la spinta di quella rivoluzione, secondo Nin in Spagna; o in politiche di pressione sui partiti controrivoluzionari alla testa dei processi e cedere alle “forme pseudo-democratiche” che prende la controrivoluzione borghese, secondo la logica di Moreno.

Senza arrivare al tradimento, come Nin, Moreno utilizzò una revisione in chiave opportunistica, con l’obbiettivo di servire da copertura della Teoria della Rivoluzione Permanente, ed armò centinaia di quadri della LIT con una “nuova teoria” della rivoluzione che portava a capitolare alla democrazia borghese ed imbellire le direzioni che guidavano eccezionalmente alcune rivoluzioni socialiste deformate del dopoguerra. Trionfi, quest’ultimi, che mai disconosciamo e difendiamo in forma incondizionata davanti a qualsiasi attacco imperialista, ma lontano di essere “colossali” furono cosi contraddittori, così poco “economici” per la classe operaia mondiale, che approfondirono la crisi di direzione rivoluzionaria del proletariato quando si rafforzò lo stanilismo come “apparato” controrivoluzionario mondiale, aiutarono a consolidare per tutto un periodo il dominio imperialista USA che ancora dopo la sconfitta del Vietnam ha potuto mantenersi e passare all’offensiva con il reaganismo-tatcherismo, denigrarono davanti alle masse le idee marxiste creando una coscienza progressivamente “ostile al socialismo” e cadendo infine nella forma tanto contraddittoria che vediamo oggi, dove i controrivoluzionari che li hanno diretti, giocarono e giocano, un ruolo determinante per scomporre le basi sociali di quegli stati operai.

Nel ’89, con la caduta di regimi burocratici è caduta anche, tutta la teoria di Moreno che li abbelliva. Se il centrismo di Nin ed il POUM divennero un ostacolo per la costruzione del partito marxista rivoluzionario che occorreva alla rivoluzione spagnola; la teoria semi-menscevica della rivoluzione di Moreno è un ostacolo che è necessario abbattere se si vuole costruire una corrente trotskista di principi internazionali che si prefiguri il compito di lottare per ricostruire la IV Internazionale, con la sua teoria, il suo metodo ed il suo programma,spurgata da revisionisti, nelle condizioni della tappa aperta nel ’89.

Note

1) Come abbiamo criticato in Estrategia nro. 3, sotto il titolo “¿Come caratterizzare una rivol uzione?”, Moreno,analogamente alla posizione di Preobrajhensky di fronte a Trotsky in Chi na, deduce il carattere di unarivoluzione per una logica astratta della base economica”. Pre obrajhensky in quella vecchia discussione del 28segnalava che l’economia arretrata nazion ale cinese impossibilitava la dittatura del proletariato, e desuma che icompiti democratico b orghesi della rivoluzione cinese corrispondeva una tappa, anteriore alla dittaturaproletaria, una rivoluzione inevitabilmente democratico borghese. Moreno parte dal fatto certo della ba seeconomica internazionale del sistema capitalista in decadenza per dedurre che tutto proc esso rivoluzionario,all’essere “obbiettivamente socialista”, spinge verso l’espropriazione dell a borghesia, a “iniziare la rivoluzionesocialista” più in lá che classe e partiti dirigano il proce sso. Il primo parte di una “logica astratta della baseeconomica nazionale arretrata; Moreno da una logica astratta della base economica” matura per la rivoluzionesocialista in scala mo ndiale.

In Estrategia nro. 3 rispondiamo, seguendo a Trotsky contro el oggettivismo di Moreno, che il carattere di unarivoluzione non può essere dedotto in principio per la sua base economic a, che in una rivoluzione tanto “lameccanica (ponendo sotto questo nome non solo la forza motrice, ma anche la sua direzione) e i risultati… posseggono un carattere sociologicamente indeterminato”; che dipenderà della lotta di classe e i partito, dei risultati della lotta tra le forze vive della rivoluzione e la controrivoluzione, nazionale e internazionalmente, e della sua “espressione politica”, cioè, le sue direzioni.

2) Nel Programma di Transizione, dentro del capitolo di “Governo Operaio e Contadino”, Tr otsky segnala: “…non si può negare categoricamente, anteporre, la possibilità teorica che, sotto l’influenza di circostanzecompletamente eccezionali (guerra, sconfitta, crack finanziari o, pressione revoluionaria delle masse,etc.),i partiti piccoloborghesi, includendo agli staliniste, possano andare più lontano di quello che loro stessivog liono in via di una rottura con la borghesia”.

Moreno intenta dare una base di fatto alla sua teoria sostenendo che la eccezione del Programma de Transizione, lasciò di essere una eccezione y e mutò in regola in tutto il dopoguerra: “La nuova tappa rivoluzionaria che inizia con la sconfitta di Stalingrado del esercito nazista e apre una tappa di rivoluzioni trionfanti che si estende fino al presente… “, diceva Moreno nel 1984 in “Rivoluzioni del Secolo XX”. È ovvio che questo solo potesse sostenersi nel immediato dopoguerra, tra il 43 ed il 48; mentre sotto il “ordine di Yalta” le rivoluzioni trionfanti cubana e vietnamita furono delle vere eccezioni isolate in una miriade di rivoluzionisocialiste sconfitte, e tradite nel mondo s emicoloniale. Con la stessa logica di mutare l’eccezione in regola, maper dimostrare il contrario, certi fans del capitalismo oggi sostengono che in base al “boom” capitalista in Coreae alcuni paesi del sudest asiatico, si sviluppano le forze produttive ed il capitalismo a vanza in tutti paesi semi-coloniali.

Allora, come vediamo, è una generalizzazione di quelle eccezioni diventate in una nuova n ormaprogrammatica, o lo stesso come un’altra teoria, distinta alla Permanente.

A chi difendono la teoria di Moreno bisogna domandarli, Quali furono le cause che non trion ferà la rivoluzionesocialista nella schiacciante maggioranza dei processi rivoluzionari nelle c olonie e semi-colonie? Perrispondere a questa domanda ci sono sole due risposte.

Se la teoria morenista è corretta e si possono fare, come norma, rivoluzioni socialiste trionf anti per la forza deifattori obbiettivi, allora quelle che non trionfarono, la maggioranza, fu do vuto anche a cause obbiettive, e nonimporta, o solo importa secondariamente, il ruolo che hanno giocato gli stalinisti o piccoloborghesi. Ma, come sostenere che le condizioni obbiettiv delle rivoluzioni socialiste che trionfarono con direzioni controrivoluzionarie che sono state presenti in tutto il dopoguerra (e non solo in un periodo eccezionale di “guerra, crack, crisis… dal 43 al 48), ed ammettere, allo stesso tempo, che la maggioranza fu sconfitta per questioniobbiettive? È un controsenso: Le condizioni del 43 al 48 si mantennero durante tutto il dopoguerra salvo…nella schiacciante maggioranza dei casi ?

Non disconosciamo che tanto correnti “mandeliste” quanto quelle “moreniste” pretendono di considerare come una bussola l’interpretazione che Trotsky prevedeva nel Programma di Transizione i fenomeni delle dittature proletarie deformate del secondo dopoguerra, nella sua celebre citazione (che riproduciamo all’inizio di questa nota).

“Mandelistas” e “morenistas” pretendono che fenomeni come quelli delle rivoluzioni cinese e o cubana completamente “nuovo” e imprevisti per la teoria marxista visto che Trotsky mai predette che la “rottura con la borghesia” (della quale si parla con la citazione in questione) potrebbe arrivare a quelle stesse direzioni ad espropriare la borghesia, quindi, instaurino dittature del proletariato benché burocraticamente deformate.

Noi crediamo che l’unico abuso che c’è, è quello dei nostri teorici: i “mandelisti” per fare una apologia del carattere rivoluzionario delle direzioni piccoloborghesi che hanno diretto le rivoluzioni del dopoguerra, i”morenisti” per sostenere la teoria della “rivoluzione obbiettivamente socialista”. Ambedue le interpretazioni,anche se per diverse vie, “rivedono” a Trotsky in chiave revisionista.

3) La teoria della rivoluzione di Moreno afferma contro la teoria della Rivoluzione Permanente di Trotsky il seguente:

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