I dipendenti della provincia e delle partecipate non si toccano

di Paolo Prudente

Giorni fa è stata indetta un’assemblea straordinaria di tutto il personale della Provincia di Caserta, presso la sede dell’ente in viale Lamberti. La situazione è più che drammatica, le casse dell’Ente sono vuote, i dipendenti non percepiscono lo stipendio, i lavoratori delle partecipate non lavorano per mancato rinnovo delle commesse e dei servizi. Insomma, la Provincia di Caserta per effetto dei tagli dello Stato e per l’entità insostenibile ed abnorme del contributo da riversare allo Stato, ai sensi e per gli effetti delle previsioni dettate dalla legge di stabilità 2015, rischia di chiudere materialmente i battenti. Per effetto di questi problemi i servizi alla comunità non possono più essere erogati, non ci sono soldi per manutenere i 1500 km di strade provinciali né tanto meno sistemare tutte le 96 scuole di pertinenza provinciale, nessuna di queste a norma. Pertanto il prossimo anno scolastico, dunque, non potrà iniziare, perché non ci sono i presupposti affinché le strutture scolastiche restino aperte. Quello che i rappresentanti Cgil, Cisl e Uil sono stati capaci di fare finora è pregare i confederali affinché possano interloquire col Governo per poter risolvere questa situazione che sembra non avere via d’uscita. Una soluzione sindacale concertativa e tipica di chi non vuole prendersi le responsabilità proprie di chi ricopre un importante ruolo di  rappresentanza di centinaia di dipendenti e lavoratori. Appare contraddittorio chiedere aiuto proprio a chi ha causato tale situazione, ad un Governo borghese la cui classe dirigente da decenni, alternandosi tra coalizioni di centro destra e centro sinistra, continua incessantemente a finanziare imprese, banche attraverso finanziamenti, agevolazioni fiscali e contributive, prestiti (mai restituiti), riducendo  progressivamente la spesa pubblica, i finanziamenti alla scuola pubblica, alla sanità, alla manutenzione delle strade ed alla cura dell’ambiente e degli spazi pubblici. Si veda ad esempio la legge Delrio del 2015 che ha lasciato pressochè inalterate le competenze ed i servizi in capo alle province tagliando però in maniera consistente le risorse per finanziare e garantire la continuità dei servizi.  Ma come si dice “oltre il danno la beffa”, infatti é ufficiale la notizia che è finito anche quel periodo transitorio di tre mesi in cui tutti i dipendenti della provincia percepivamo ancora lo stipendio, da questo momento 400 e più dipendenti dell’ente, compresi i centri per l’impiego, non hanno più alcun elemento contabile per percepire la retribuzione, né tanto meno i soldi per erogare i servizi, il bilancio è zero, e la questione investe in tutta la sua drammaticità anche gli oltre 100 dipendenti di Terra di Lavoro a rischio licenziamento perché il contratto alla partecipata non è stato rinnovato. È chiaro lo stato d’animo in cui versa il personale dell’Ente, spinto nei giorni scorsi anche in comportamenti da cui si è evinta la rabbia (in una recente assemblea i dipendenti avevano lasciato fuori dalla sede provinciale il Presidente imputando a lui la causa della crisi finanziaria dell’Ente), la delusione e la voglia di riscatto contro uno Stato ed una politica dominante che nulla fa per rappresentare e tutelare gli interessi di chi lavora e porta avanti concretamente la macchina provinciale. Ma al momento le organizzazioni sindacali sembrano prediligere soluzioni “speranzose”, attendere che qualcuno dal Governo dia risposta alle rivendicazioni dei dipendenti.E l’errore sta proprio in questo: Come può il Governo rinnegare la legge Del Rio e la legge di stabilità 2015 , entrambe responsabili di questo disastro ?
A questa risposta di certo i dipendenti sarebbero in grado di rispondere correttamente e con lucidità, perché è nei momenti difficili come questi che i lavoratori risvegliano quella coscienza assopita, quella consapevolezza della realtà che la classe dominante ha nascosto e continua a nascondere alle masse, quella cruda realtà capitalista in cui dove chi lavora viene quotidianamente sfruttato, dove un’esigua minoranza gode del plusvalore e dei profitti generati dagli operai nei processi di produzione, così come gli stessi capitalisti giovano dei privilegi e dei risultati prodotti dall’ erogazione di servizi di cui solo i lavoratori pubblici sono altresì gli unici e veri artefici, insomma una truffa quotidiana perpetrata ad arte, un meccanismo che solo una forte mobilitazione dei lavoratori può inceppare, una mobilitazione che a quanto pare è lontana, in termini di organizzazione, da un’iniziativa delle sigle sindacali maggioritarie, una mobilitazione che quindi dipenderà dalle capacità di autorganizzazione dei lavoratori stessi, e dal coordinamento delle più combattive avanguardie sindacali e delle varie e singole vertenze sparse per il territorio, al fine di addivenire ad un’unica e grande vertenza generale contro il parassitismo capitalista ed i suoi rappresentanti.

 

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