La pubblicità: uno specchio sull’andamento della società

Da sempre siamo abituati ad essere bombardati, in ogni frangente della nostra giornata, da pubblicità incalzanti, che promettono la risoluzione di questo o quel problema o la felicità, acquistando questo o quel prodotto. Con il termine pubblicità, si intende la “forma di comunicazione di massa usata dalle imprese per creare consenso intorno alla propria immagine, con l’obiettivo di conseguire i propri obiettivi di marketing.”

Ma cosa vuol dire tutto ciò?
Nel campo pubblicitario abbiamo diverse categorie (pubblicità sociali, politiche, economiche ecc.) che, tuttavia, hanno un unico scopo: quello di sedurre l’ascoltatore (l’eventuale consumatore) al fine di vendere un prodotto, o molto più spesso, un’idea associata a quel prodotto. Storicamente la pubblicità è sempre esistita, anche se solo nel 1800 possiamo dire che ha assunto la forma più simile a quella odierna, con la nascita di vere e proprie agenzie pubblicitarie, che prestavano il proprio lavoro intellettuale al servizio di privati sotto forma di affissioni.

Con l’avvento della radio e, poi, del televisore, si denota la crescita esponenziale di tale fattore: il numero di pubblicità è stato direttamente proporzionale all’avanzamento della tecnologia, in quanto, nei canali di comunicazione di massa, vede il suo più florido terreno di coltura, andando a bussare alle case dei consumatori per eccellenza, i proletari. Negli anni ’60 si vede un’ulteriore evoluzione nel campo pubblicitario. Per la prima volta in Italia la classe lavoratrice ha una disponibilità economica che eccede, anche se di poco, quella necessaria per bisogni primari ed esiste, quindi, una quota di denaro che può essere destinata a consumi “non essenziali”, finalizzati a migliorare la qualità della vita.
Economicamente, tutto ciò si traduce in un aumento della domanda su di un mercato garantito con ampi margini di profitto. Ciò comportò un dislivello tra domanda ed offerta, per il quale le aziende produttrici concentrarono le proprie risorse sull’aumento dell’efficienza produttiva che consentisse la riduzione dei costi di produzione ed un incremento della produttività. Negli anni ’70, viene potenziato il concetto di “codino”, secondo cui, utilizzando il TV, c’erano circa 1-2 minuti di pubblicità, che seguivano i programmi televisivi (carosello principalmente).

Negli anni ’80, invece, vediamo un ulteriore rialzo della posta in gioco: le agenzie pubblicitarie iniziano a fare dei veri e propri studi di mercato per poter elaborare appieno un piano di convincimento di massa, garantendo buone vendite del prodotto oggetto della stessa. Nacquero le prime “saghe pubblicitarie” -basti pensare alla pasta Barilla-, le prime spettacolarizzazioni degli spot, e soprattutto, gli stessi spot vennero introdotti all’interno dei programmi televisivi, al fine di garantirsi la visibilità agli occhi degli spettatori.
Finiamo poi con gli anni ’90, dove il potere d’acquisto degli operai Italiani diminuì considerevolmente, e ciò comportò un ostacolo molto alto da superare da parte del marketing aziendale.

I proletari Italiani han da pensare ai beni primari, al futuro, al risparmio, e non possono più dedicarsi a spese finalizzate al miglioramento della qualità della vita, ciò comporta un calo drastico negli acquisti, che si traduce nel fallimento di molte aziende che, una decade prima, invece, avevano fatto fortuna, mentre di riflesso vengono aumentati i tempi pubblicitari degli spot televisivi: venne quindi potenziato il potere di comunicazione.

Nel 2000, con la globalizzazione, vediamo una maggiore apertura di mercato, e, sebbene il potere d’acquisto dei consumatori non si sia elevato particolarmente, vediamo un approccio pubblicitario molto più soft, incentrato sul cercare di creare nell’ascoltatore l’idea di avere necessità di quell’articolo, mentre nei decenni precedenti gli spot erano incentrati molto più sull’esaltazione delle qualità del proprio prodotto, a discapito della concorrenza.
Con un campo d’intervento totalmente nuovo, internet e i social media, chiunque vede e percepisce lo stimolo al consumismo che si cela dietro tali operazioni di marketing, che si tratti di un’auto nuova o di una crema di bellezza. La pubblicità, segue un’unica ferrea regola che è quella di creare nel consumatore il bisogno.
E, quindi, tutto diventa una necessità, quella di comprare l’auto nuova per aumentare il proprio stato sociale, il bisogno di acquistare prodotti cosmetici per apparire come i canoni della società pretendono che siamo, il bisogno di un finanziamento a tasso zero per potersi comprare la macchina nuova per andare a lavoro e così via.

In sostanza, alla luce di ciò, si evince come l’evoluzione della pubblicità sia stata specchio dell’evoluzione del mercato produttivo, e quindi capitalistico, e come, nell’approccio tra essa ed il consumatore, si sono evoluti i vari poteri d’acquisto e soprattutto, le condizioni sociali. Possiamo vedere come la pubblicità sia approdata al punto di non ritorno, quello di chiedere di comprare prodotti nonostante che questo preciso momento storico si vive in piena crisi di sovrapproduzione, dove la domanda lavorativa si è abbassata come quella di acquisto dei prodotti, mentre è aumentata l’offerta a causa della crisi di sovrapproduzione moderna.

Questa condizione economica, che si intravede persino nel più banale spot pubblicitario, che invita a riflettere su come potrebbe migliorare la nostra vita, ad acquistare l’ultimo modello di berlina, magari facendo un’ottimo finanziamento a tassi bassissimi o vendendosi un rene, riflette a pieno la decadenza di questa società, che non ha più nulla da poter dare ai lavoratori che sfrutta.

Begbie

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