A 43 anni dalla strage di piazza della Loggia

28 Maggio 1974, Piazza della Loggia. Ore 10.12. Una bomba esplode durante una manifestazione antifascista organizzata dalle confederazioni sindacali, causando la morte di 8 persone ed il ferimento di 102. Un vile atto che colpì al cuore il movimento dei lavoratori bresciano, che stava vivendo una fase di forte (e temibile) ascesa.
Si spiega così la compartecipazione diretta di apparati dello Stato nell’ideazione e nella messa in pratica della strage all’interno di quella che è passata alla storia con il nome di “strategia della tensione”.

Ma la commemorazione odierna si distingue soprattutto per la mancanza di contenuti concreti e per una modesta partecipazione complessiva. I drammatici effetti generati dalla normalizzazione imposta dall’alto (compromesso storico, governi di solidarietà nazionale) si riaffermano negli interventi dal palco, che sia il segretario confederale Cisl o una studentessa universitaria 21enne cambia poco: tutti incentrati sulla retorica legalitaria e statuale.

La piazza è divisa tra le molteplici sigle della sinistra riformista e la componente antagonista, che racchiude attorno a sé varie realtà territoriali. Una componente senza dubbio più dinamica, che rivendica l’antifascismo militante e la lotta al sistema di cose dato, ma che allo stesso tempo non riesce a tramutare in organizzazione e proposta politica il folto seguito di giovani avanguardie.

E dato che non ci sono più margini per alcun compromesso è necessario farsi carico della crisi di direzione della classe oppressa, attratta sempre più dai rigurgiti nazionalisti, riprendendo le basi del marxismo rivoluzionario non come feticcio parolaio, ma come mezzo per vincere davvero la contesa contro il potere costituito in tutte le sue forme.

In questo senso sarebbe auspicabile una riflessione seria ed aperta per uscire da pulsioni di costante autoconservazione. Un altro spunto di riflessione viene dalla divisione anche generazionale della piazza, giovani e meno giovani divisi da un’incomunicabilità di fondo e forse anche da una condizione sociale profondamente diversa.

Senz’altro c’è bisogno di ridare vigore ad una data così significativa, scuotendola dal torpore della ricorrenza imbalsamata. La memoria non si può trasmettere con le narrazioni e i richiami ad un’astratta pacificazione, si può ricostruire solo con le mobilitazioni, con la volontà di far passare un altro tipo di messaggio nei luoghi di lavoro e di studio, solo così sarà possibile portare a compimento quel desiderio di svolta radicale che negli anni ‘70 attraversò i cuori e le menti di lavoratori e studenti bresciani e non.

di Roger

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