La violenza sessista contro le donne migranti: una questione di classe

Quando si parla di violenza sulle donne vittime di vari abusi ad iniziare dalle mutilazioni genitali fatte attraverso l’infibulazione su bambine, (pratica caratteristica di alcuni paesi Mali, Mauritania, Etiopia, Yemen dove questa violenza è considerata “normale”), quando ancora si parla di stupri di gruppo, di maltrattamenti, di violenze psicologiche fino ad arrivare anche all’assassinio, spesso si dimentica la condizione materiale della donna, si dimentica il corpo vivo, la sua provenienza sociale e geografica, il suo reddito, la sua provenienza di classe e si parla genericamente di “femminicidio”.
Questa frase è ripetuta in tutti i telegiornali laddove si deve commentare l’assassinio di una donna.
Di fronte ad una notizia drammatica, di fronte ad un atto barbaro, il primo pensiero della borghesia è quello di nascondere la provenienza di classe. L’interesse primario è quello di cancellare le condizioni sociali in cui è avvenuta la violenza.
Ma quando si cerca di capire le cause, il fenomeno, la realtà di certe violenze e la condizione della donna, allorquando ci si incontra e si parla con le donne vittime di violenza e ci si confronta con esse, si scopre quasi subito che si tratta di donne che hanno vissuto in un ambito politico, economico, familiare e religioso che è quello in cui vivono le stragrande maggioranza delle donne proletarie, quelle donne che spesso provengono da paesi dove la fame la miseria è la regola e, che appartenente ad una classe sociale cosiddetta “inferiore”, dove la loro vita vale più o meno quanto quella di una capra, dove le donne si possono comprare e vendere al mercato. Storie di drammi sociali fatti di povertà e violenze che sono la regola per il proletariato, ma che per la donna proletaria sono un inferno nel dramma collettivo dei proletari.
Le donne migranti arrivano sulle coste libiche percorrendo il deserto, qui vengono rinchiuse in veri e propri carceri e subiscono violenze di ogni tipo, in primis quelle sessuali, incinte per le violenze subite e qualcuna con bambini al seguito sperano in un po’ di umanità nei paesi limitrofi dove chiedono accoglienza ed umanità, ma anche qui molte trovano un’altra triste realtà, quella del razzismo nostrano ed ancora le stesse violenze sessuali che avevano subito nel paese di provenienza, fatte qui anche da uomini delle forze dell’ordine che approfittando dell’immunità di cui godono quando in genere fanno violenze sui proletari, possono permettersi atti di libidine e stupri, ma anche come spesso avviene, dagli stessi migranti che approfittano sia di bambine che di donne adulte. La violenza sarà difficile da dimostrare per una proletaria migrante di pelle scura e molto probabilmente si troverà ad essere espulsa e di quei crimine commessi sul suo corpo che nessuno pagherà mai.
Così pure le tante migranti che lavorano come schiave nei campi del ragusano che in cambio di un salario da miseria devono subire regolari e continue violenze sessuali. Quegli stessi padroni che prima violentano, poi danno libero sfogo al loro razzismo con offese ed atti di intolleranza.
“Possono prendere il mio corpo. Possono farmi tutto. Ma l’anima no. Quella non possono toccarmela”, questo affermava una migrante violentata dopo le umiliazioni continue.
Le proletarie migranti possono insegnarci molto in tema di dignità.  Altro che civiltà superiore come affermano i razzisti nostrani! Qui l’umanità è morta, ed morta sia nei campi di sterminio nazisti che nei civili CIE, dove i governi democratici ammassano migliaia di esseri umani.
Sono cinquemila le donne rumene migranti che lavorano nei campi del ragusano e che sono costrette a numerosi aborti per violenze sessuali subite, dopo essersi spaccate la schiena nella raccolta dei prodotti della terra.
L’alternativa al lavoro dei campi è la prostituzione per gran parte delle donne migranti. Slave, russe, rumene, polacche, nigeriane, il mercato della carne umana è uno dei più floridi e l’età di queste schiave del sesso, vendute per una miseria, si abbassa sempre più. Bambine sfruttate sessualmente per la “nostrana razza italica”, che è al primo posto per il turismo sessuale, in particolare alla ricerca di rapporti sessuali con i bambini.
Quando non saranno più appetibili per il mercato, saranno rispedite nei paesi di provenienza, non prima però di aver subito le violenze dei razzisti e di qualche tutore dell’ordine, che, approfittando della propria divisa, ottiene prestazioni sessuali gratuite.
Le più “fortunate” potranno restare nel “patrio suolo italico”. Per loro ci sarà sempre la condizione di badante, per pulire e far da mangiare a qualche vecchio/a, i cui familiari non possono o non vogliono più accudire. Tutto regolarmente in nero, senza contributi e senza assicurazione. Altre che si sono integrate porteranno sempre il marchio di migranti e così i loro figli.
“Se ne vadano a casa loro” oppure “non possiamo accoglierli tutti” ed ancora “sono sporchi e rubano”, sono ormai le frasi che ripete la stragrande maggioranza degli italiani, dimenticando che nemmeno un secolo fa i “rom”, i “migranti”, i “puzzolenti”, gli “appestati” eravamo noi, sia quando emigravamo in America, si quando andavamo a lavorare nelle miniere in Belgio, sia quando venivamo ospitati nelle baracche in Germania, ma ancora oggi quando i lombardi vanno a lavorare in Svizzera, c’è chi li tratta come “negri” e li apostrofa con il termine “topi”, perchè vanno a mangiare il “formaggio” svizzero.
Il razzismo si esercita principalmente e/o quasi esclusivamente contro i poveri. Anche il più incallito razzista sarebbe pronto a lustrare le scarpe ad un miliardario arabo in cambio di un buon lavoro e di un lauto stipendio. Così pure la violenza sulle donne si esercita principalmente su donne proletarie.
Chi nasconde la provenienza, la condizione di classe di quelle donne che subiscono violenze, lo fa perché ha paura dello scontro di classe che si potrebbe generare. Ha paura che il proletariato, sia femminile che maschile, capisca che sia vero il nemico e rivolga le sue armi contro il Capitale.
La propaganda borghese ha il compito di mettere i poveri gli uni contro gli altri, in modo da indirizzare la rabbia contro gli ultimi della terra, contro i dannati, contro quelli che sono oppressi e violentati, per permettere ai padroni di continuare a sfruttare e ad opprimere, in particolare quella parte del proletariato di genere femminile utilizzata dai padroni anche per i propri appetiti sessuali.

di Salvatore Cappuccio

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