[Portuali in lotta] Cronache dal Porto di Cagliari #1

Tutto è iniziato nell’ottobre del 2014 dopo un lungo periodi di insoddisfazione per l’operato delle burocrazie sindacali dopo il secondo licenziamento illegittimo di fila da parte della stessa azienda portuale.

Ho deciso di guardarmi intorno per trovare qualcosa che mi permettesse veramente di tutelare i diritti miei e dei miei colleghi, quantomeno di provarci perché devi sempre scontrarti con le dirigenze aziendali e con le burocrazie sindacali, che non vogliono riconoscerti nonostante la rappresentanza. Cosi ho Trovato il S.u.L (Sindacato Unitario Lavoratori) l’unico che fino ad ora mi ha permesso ampia libertà di autorganizzazione, dove tutti siamo lavoratori in lotta.

Quando i membri della segreteria nazionale sono venuti a Cagliari per conoscerci subito ci fu grande fermento e le dirigenze aziendali ci attaccarono. C’era in campo la discussione di un accordo integrativo folle che piegava i lavoratori a flessibilità orarie inconcepibili, senza alcuna degna compensazione economica.

Lla storica Compagnia Portuale  già allora dichiarò un debito acclarato di circa 2.200.00 euro (oggi sembrerebbero oltre i 3.500.0000  euro) e minacciava di licenziarci. L’accordo prevedeva un piano di rientro per il TFR nei fondi, che dal 2007 non era mai stato versato per 80 lavoratori. Inoltre, nel giugno del 2014 molti lavoratori denunciarono i fatti alla DTL, che fece poi ispezioni a tappeto a seguito di nuove denunce in tutte le aziende dell’area portuale. Questo è stato lo spunto che mi ha definitivamente spinto a combattere un “sistema” chiuso, che si reggeva in piedi solo sullo sfruttamento degli operai.

Un sistema portuale forte con i deboli e debole con i forti. Forse perché oggi come allora trovo assurdo di vivere in un “Paese”, che sbatte in prima pagina le bravate di Lapo Elkann, giornali, siti, tv alla spasmodica ricerca di particolari. Il trans, la cocaina, il riscatto, la gente che sfotte e deride, i social in cui non si parla di altro, con una sinistra incapace di organizzare i lavoratori.

Accade poi che tre operai, nelle stesse ore, non festeggiano, ma muoiono sul posto di lavoro. Per loro rimane più o meno un trafiletto di cronaca: niente tv, giornali, social. Niente fuochi d’artificio, nessuna indignazione.
Morti mentre pulivano una cisterna di nafta. Morti per le esalazioni mentre lavoravano nella pancia della «Sansovino», la nave che fa la spola da Lampedusa anche per trasportare migranti e spesso bare.

Oggi come allora penso a come sarebbe stato bello se tutta l’attenzione e il risalto dato alle avventure di Lapo Elkaan fosse stata data alla morte di tre operai: che bello sarebbe vedere quel dito puntato un po’ meno verso le stupidaggini che compiono i ricchi imbecilli e un po’ più verso i luoghi dove i poveri cristi muoiono di lavoro.

Presi poi contatto con il coordinamento portuali di Gioia Tauro, che aderisce al Sul e segue le sorti dello scalo locale. Nel settembre 2015, quando più o meno tutti eravamo di rientro dalle ferie, venimmo a sapere dall’Autorità Portuali, dall’azienda e dalle burocrazie sindacali, che si sarebbero aperti dei tavoli per la creazione di una nuova impresa (ex art.16 della legge 84/94) al fine di favorire lo “snellimento” della Compagnia portuale, che in quel periodo come già detto inizio il suo declino.

Non sapevamo ancora che questo avrebbe lentamente portato alla lenta e inesorabile distruzione di ogni diritto dei lavoratori portuali. Eravamo certi dell’inizio di una fase difficile e complicata, ma che se ben gestita e organizzata avrebbe portato la salvaguardia di tutti i livelli occupazionali e reddituali. Negli stessi giorni si tenne una riunione dei dipendenti in azienda con la quale ci chiesero di rinunciare alle retribuzione pregressa da firmare singolarmente, pena la chiusura dell’azienda.

Quando iniziarono le trattative per la nuova impresa ci fu subito chiaro che eravamo soli. Dovevamo licenziarci per poi lavorare sei mesi  a tempo indeterminato, per poi essere riassunti con Jobs Act e  perdere tutti i diritti acquisiti (un modello Marchionne applicato ai lavoratori portuali). Trovai subito sbagliata quella situazione, ma in quel momento ero sola e considerata visionaria. Le burocrazie sindacali mi definirono addirittura terrorista, perché dissi ai lavoratori che non si potevano accettare certe condizioni.

Cosi con 4 colleghi decidemmo di costituire la struttura territoriale a Cagliari. A quel punto sono arrivati attacchi spregevoli da parte delle burocrazie dei sindacati padronali. Mi diedero della ‘ndranghetista per i contatti coi lavoratori calabresi (Gioia Tauro è in calabria, Ndr). Vennero convocate riunioni per dire ai lavoratori di non seguirci; che ero pazza e, sopratutto, che ci avrebbero licenziato. Il terrorismo alla fine non fui io a farlo, ma l’azienda e chi li sosteneva. Assieme ad altri due colleghi cominciammo a fare volantinaggio nel porto durante i 4 cambi turno, per spiegare la situazione. Ci impegnammo notte e giorno per far capire ai lavoratori di CLP e delle altre aziende cosa stesse accadendo. Non trovammo subito un riscontro, ma poi il caso divenne eclatante e la stampa cominciò a parlare di noi. Da quel momento seguirono spesso la nostra vertenza, perchè in gioco c’era il Porto di Cagliari con tutte le conseguenze economiche. Un fatto che non riguardava soltanto noi, ma che poneva un problema politico generale anche per l’Amministrazione della città. Una battaglia iniziata per lottare contro le ingiustizie, gli abusi, le discriminazioni, la paura, i ricatti e il terrore a cui gli operai sono costretti.

[Continua…]

Roberta Massoni

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