Un maestro innovativo e dal pensiero ancora attuale: Alberto Manzi

Una delle personalità più innovative e al contempo scomode, usata al bisogno dalla tv nazionale e insabbiata in seguito, perché guidato da un fare scuola basato sull’educare a pensare, il maestro Alberto Manzi (1924-1997) rappresenta un vero esempio di scuola creativa: diventato insegnante a metà degli anni ’50, in un periodo di cambiamenti in cui la società italiana, uscita dal dopoguerra, andava incontro al progresso, alla massificazione di lavoro ed educazione, ha sempre difeso i propri ideali formativi ispirati all’attivismo pedagogico, orientato verso una scuola che investe sulla partecipazione attiva degli alunni e non sul travaso incondizionato e passivo di conoscenze.

Non è un caso che venga riconosciuto quasi esclusivamente quale personaggio televisivo in Rai, all’interno del programma “Non è mai troppo tardi”, occasione che gli permise di insegnare a leggere e a scrivere alla maggior parte di uomini e donne italiani ancora analfabeti. Ma cosa più importante è il suo pensiero innovativo: il suo modo di insegnare si distanzia dalla visione di un fare scuola dell’epoca, l’aver creato nuovi stili di sussidiari e l’aver scritto libri per ragazzi ampiamente stimolanti, la sua tipologia di lezione che approda all’uso del circle time e al confronto tra coetanei, in un tempo non ancora maturo per certi cambiamenti. Anche gli studi di Piaget (diritto di un’educazione per tutti), Dewey e Viygotskij hanno contribuito alla creazione di un pensiero pedagogico moderno e necessario: contro l’omologazione di un pensiero unico, di un sapere preconfezionato e imposto, che esclude l’importanza di un approccio consapevole ai contenuti e ai concetti che si devono immagazzinare per poter ottenere buoni risultati. Un maestro che rifiuta gli stili di una scuola nozionistica, gli schemi di valutazione imposti dai programmi scolastici che sanciscono i confini di una classificazione del sapere e non il vero percorso di crescita esperienziale e cognitiva effettuata concretamente; continuò la sua battaglia senza perdere colpi anche quando fu sospeso per due mesi dal servizio e gli fu decurtato parte dello stipendio.

Per Manzi fare scuola è educare a pensare, cioè insegnare a saper guardare oltre, osservare, saper ascoltare e saper riflettere. Tutto ciò affinché i bambini possano sviluppare un orientamento critico con il quale muoversi nel mondo in autonomia, sapendo scegliere la propria strada da percorrere. Bisogna trasmettere agli studenti la voglia e la curiosità di chiedere a se stessi il perché delle cose e non fornire loro saperi precostituiti, utili a coltivare essenzialmente un pensiero di massa.

Il maestro fu uno dei primi ad abbattere l’ordine gerarchico tipico della scuola di allora e oggi, ponendosi al fianco dei suoi studenti, per poterli accompagnare nel loro cammino di crescita e di scoperta offerto attraverso l’esperienza scolastica: sono bambini perciò che non temono il giudizio, una valutazione standardizzata di saperi, e si orientano in maniera spontanea nei meandri della conoscenza e dell’esperienza diretta.

“…Istruzione e informazione sono dispensate come oggetti da possedere e conservare, non COME STIMOLI FECONDANTI le capacità personali. La scuola deve aiutare l’individuo ad assumere un atteggiamento d’intelligenza nei confronti dei fatti dell’esistenza, aiutare l’individuo a liberarsi dai conformismi e a formarsi una capacità creativa. Il sapere deve attivare l’intelligenza e impegnare la coscienza. Non ha senso impostare l’educazione come somma di contenuti culturali da travasare nelle menti.” (appunti di lavoro del maestro Manzi)

Molti dei mali della scuola di allora continuano a vivere ancora ai giorni nostri, malgrado le riforme che si susseguono da un governo all’altro e le parole d’ordine con le quali si crede possano essere convinti i cittadini di un cambiamento realizzato concretamente (“Buona scuola”, “Innovazione”, “Inclusione”); per tali ragioni il pensiero del maestro Manzi risulta ancora attuale e innovativo.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di educare a pensare, di imparare ad esprimere con il linguaggio ciò che la nostra mente ha concepito, confrontare il proprio punto di vista con quello degli altri compagni, chiedersi il perché delle cose, vivere direttamente quante più situazioni sperimentali. Il confronto infatti stimola nuovamente il pensiero che, attraverso l’esperienza pratica e diretta, trova delle fondamenta: i nostri alunni non devono aderire ad un pensiero unico o addirittura non averne alcuno, ma sono individui da stimolare, da incuriosire, appassionare, ai quali la scuola ha il diritto di fornire una valida occasione di crescita cognitiva e personale necessarie per divenire i cittadini pensanti del futuro.

Mia Siriani

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