Il lavoro dei rivoluzionari nei sindacati reazionari

  • Category: Teoria
  • Date: luglio 5, 2017

Brano tratto da un testo di Lenin, che scrive in polemica coi “comunisti di sinistra” nella III Internazionale. In particolare il rivoluzionario russo critica l’incapacità di molti giovani partiti comunisti di adottare una politica bolscevica nel metodo. Una polemica per l’affermazione di una capacità tattica di costruzione dell’intervento dei rivoluzionari, contro quella centrista degli “estremisti“. Diversi esponenti dell’IC sostenevano tesi astensioniste di principio, la non partecipazione ai parlamenti borghesi, la negazione di qualsiasi tipo di compromesso e del lavoro nei sindacati padronali. Lenin anche su questo fa una battaglia per l’affermazione di un metodo vittorioso. Un testo importante, ma che spesso centristi, riformisti e stalinisti utilizzano per giustificare il proprio opportunismo. 


I “sinistri” tedeschi, da parte loro, considerano pacifica una risposta incondizionatamente negativa a questa domanda.
Secondo il loro parere, bastano le declamazioni e le esclamazioni di sdegno contro i sindacati “reazionari” e “controrivoluzionari” (ciò risulta in modo specialmente solido e specialmente sciocco in Carlo Horner) per “dimostrare” che il lavoro dei rivoluzionari, dei comunisti nei sindacati gialli, socialsciovinisti, collaborazionisti, controrivoluzionari, è inutile ed anzi inammissibile. Ma, per quanto i “sinistri” tedeschi siano persuasi che questa tattica è rivoluzionaria, essa in realtà é radicalmente falsa e non è fatta di altro che di frasi vuote.

dicono che i comunisti non possono e non devono lavorare nei sindacati reazionari, che è lecito rinunziare a questo lavoro, che bisogna uscire dai sindacati e creare assolutamente una “lega operaia” affatto nuova, affatto monda, escogitata da comunisti molto simpatici (e per la maggior parte, verosimilmente, molto giovani), ecc.
Il capitalismo lascia inevitabilmente in eredità al socialismo, da una parte, le vecchie distinzioni professionali e corporative fra gli operai, distinzioni che si sono stabilite attraverso i secoli; e, dall’altra parte, i sindacati, che possono svilupparsi e si svilupperanno soltanto con molta lentezza, nel corso di molti anni, in sindacati di produzione più larghi e meno corporativistici (che abbracciano tutto un intiero ramo di produzione e non soltanto una corporazione, un mestiere, una professione). In seguito, per mezzo di tali sindacati di produzione, si passerà alla soppressione della divisione del lavoro tra gli uomini, all’educazione, istruzione, preparazione di uomini sviluppati e preparati in tutti i sensi, di uomini capaci di far tutto. A ciò tende il comunismo; a questo deve tendere e arriverà, ma soltanto dopo un lungo periodo di anni. Tentare oggi di anticipare praticamente questo futuro risultato del comunismo pienamente sviluppato, pienamente consolidato e formato, completamente florido e maturo, è come voler insegnare la matematica superiore a un bambino di quattro anni.
Noi possiamo (e dobbiamo) incominciare a costruire il socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Ciò è senza dubbio molto “difficile”. Ma ogni altro modo di affrontare il compito é così poco serio, che non vale la pena di parlarne.
I sindacati, al principio dello sviluppo del capitalismo, furono un gigantesco progresso perla classe operaia, in quanto rappresentarono il passaggio dalla dispersione e dall’impotenza dei lavoratori ai primi germi dell’unione di classe. Quando incominciò a svilupparsi la forma suprema dell’unione di classe dei proletari, il partito rivoluzionario del proletariato (il quale non sarà degno del suo nome finché non imparerà ad unire i capi con la classe, e con le masse, in un sol tutto, in alcunché di inscindibile), i sindacati incominciarono inevitabilmente a rivelare alcuni tratti reazionari, un certo angusto spirito corporativo, una certa fossilizzazione, ecc. Ma il proletariato, in nessun paese del mondo, non si è sviluppato, né poteva svilupparsi altrimenti, che per mezzo dei sindacati, per mezzo dell’azione reciproca tra sindacati e partito della classe operaia. La Conquista del potere politico da parte del proletariato è un gigantesco passo innanzi che il proletariato, come classe, ha compiuto, e il partito deve ancor più, in una forma nuova e non soltanto come prima, educare 1 sindacati, dirigerli; ma in pari tempo non dimenticando per altro che essi sono, e a lungo ancora resteranno, una necessaria “scuola di comunismo” e una scuola preparatoria per la realizzazione, da parte dei proletari, della loro dittatura, una unione necessaria degli operai per il graduale passaggio dell’amministrazione di tutta l’economia del paese nelle mani della classe operaia (e non di singole professioni), e quindi nelle mani di tutti i lavoratori.

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Nei paesi avanzati più della Russia, un certo reazionarismo dei sindacati si è manifestato, e doveva senza dubbio manifestarsi molto più fortemente che da noi. Da noi i menscevichi ebbero un appoggio nei sindacati e in parte l’hanno ancora oggi (in pochissimi sindacati) appunto in conseguenza della grettezza corporativistica, dell’egoismo e dell’opportunismo professionale. In Occidente i menscevichi di colà si sono “annidati” molto più solidamente nei sindacati; colà si è formato uno strato più forte che da noi, di “aristocrazia operaia” corporativistica, gretta, egoistica, sordida, interessata, piccolo-borghese, di mentalità imperialistica, asservita e corrotta dall’imperialismo. Ciò è incontestabile. La lotta contro i Gompers, contro i signori Jouhaux, Henderson, Merrheim, Legien e consorti nell’Europa occidentale è incomparabilmente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi, i quali rappresentano un tipo sociale e politico del tutto simile. Questa lotta deve essere condotta senza pietà e come noi abbiamo fatto, deve essere necessariamente continuata fino a disonorare completamente e a scacciare dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo.
Non si può conquistare il potere politico (e non si deve tentare di prenderlo) fino a quando tale lotta non sia stata portata a un certo grado, e questo “certo grado” non sarà lo stesso nei diversi paesi e in circostanze diverse; e soltanto dei dirigenti politici del proletariato, riflessivi, competenti ed esperti, possono determinarlo esattamente in ogni singolo paese.

Ma noi conduciamo la lotta contro l” aristocrazia operaia” in nome delle masse dei lavoratori e per attrarre queste masse dalla nostra parte; conduciamo la lotta contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia. Dimenticare questa verità elementarissima ed evidentissima, sarebbe stolto. E una stoltezza simile commettono appunto i comunisti tedeschi “di sinistra”, i quali dal carattere reazionario e controrivoluzionario delle alte sfere dei sindacati, traggono la conclusione che… bisogna uscire dai sindacati, rinunciare al lavoro nel loro seno, creare forme nuove, bellamente escogitate, di organizzazione operaia. E’ una sciocchezza imperdonabile, e sarebbe il maggior servizio che i comunisti possano rendere alla borghesia. Giacché i nostri menscevichi, come pure tutti i capi opportunisti socialsciovinisti, kautskiani, dei sindacati non sono niente altro che “agenti della borghesia nel movimento operaio” (come noi abbiamo sempre detto contro i menscevichi), ossia “dei commessi della classe capitalista nel campo operaio” (labor lieutenants of the capitalist class), secondo la bellissima espressione, profondamente giusta, dei seguaci di Daniel de Leon in America. Non lavorare in seno ai sindacati reazionari significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza sviluppate, all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dell’aristocrazia operaia, ossia degli “operai imborghesiti ” (cfr, Engels, lettera del 1852 a Marx a proposito degli operai inglesi).
Appunto la balorda ” teoria ” della non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari denota nel modo più chiaro con quanta leggerezza questi comunisti “di sinistra” affrontino la questione dell’influenza sulle “masse” e quale abuso facciano nei loro sproloqui della parola “masse”.
Per saper aiutare le “masse” e guadagnarsi la simpatia, l’adesione e l’appoggio delle “masse”, non si devono temere le difficoltà, gli intrighi, le insidie, le offese, le persecuzioni da parte dei “capi” li quali, come opportunisti e socialsciovinisti, nella maggior parte dei casi sono legati direttamente o indirettamente con la borghesia e con la polizia) e lavorare assolutamente là dove sono le masse. Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, saper sormontare i maggiori ostacoli per svolgere una propaganda e un’agitazione sistematiche, tenaci, costanti, pazienti, proprio nelle istituzioni, nelle società, nelle leghe – anche nelle più reazionarie – dove si trovano delle masse proletarie o semiproletarie. E i sindacati e le cooperative operaie (queste ultime almeno talvolta) sono appunto le organizzazioni nelle quali si trovano le masse, In Inghilterra il numero degli iscritti delle trade-unions, secondo i dati del giornale svedese Folaets Dùgblàd Politiken (del 10 marzo 1920) dalla fine del 1917 alla fine del 1918 è salito da 5,5 a 6,6 milioni, cioè è aumentato del 19 per cento. Alla fine del 1919 ammontava a 7 milioni e mezzo. Non ho sottomano i dati corrispondenti per la Francia e per la Germania, ma i fatti che attestano il grande aumento del numero degli iscritti ai sindacati in questi paesi sono assolutamente incontestabili e universalmente noti.
Questi fatti dicono in modo lampante ciò che è confermato da mille altri indizi: lo sviluppo della coscienza di classe e la tendenza all’organizzazione e precisamente nelle masse proletarie, negli strati ” inferiori ” e negli strati arretrati. Milioni di operai in Inghilterra, in Francia, in Germania, passano per la prima volta dalla disorganizzazione totale alla forma di organizzazione elementare, più bassa, più semplice, più accessibile (per coloro che sono ancora imbevuti di pregiudizi democratico-borghesi) e cioè ai sindacati, e i comunisti di sinistra, rivoluzionari ma irragionevoli, se ne stanno in disparte e gridano: “le masse!”, “le masse!” e rifiutano di lavorare in seno ai sindacati. Rifiutano con il pretesto del “reazionarismo” dei sindacati! Escogitano una nuova “lega operaia”, pura, monda di pregiudizi democratici borghesi, non macchiata da peccati corporativistici e da grettezza professionale, una “lega operaia”, che, dicono, sarà (sarà!) larga e per entrare nella quale si porrà come condizione soltanto (soltanto!) il “riconoscimento del sistema dei Soviet e della dittatura” (si veda la citazione più sopra)!
Non è possibile immaginare un’insensatezza maggiore, un maggior danno per la rivoluzione di quello che cagionano i rivoluzionari “di sinistra”! Se noi oggi, in Russia, dopo due anni e mezzo di vittorie senza precedenti sulla borghesia della Russia e dell’Intesa, ponessimo come condizione di ammissione nei sindacati il “riconoscimento della dittatura”, faremmo una sciocchezza, comprometteremmo la nostra influenza sulle masse, faremmo il gioco dei menscevichi. Il compito dei comunisti consiste infatti tutto nel saper convincere i ritardatari, nel saper lavorare fra loro, nel non separarsi da loro con parole d’ordine “di sinistra” cervellotiche e puerili.
Nessun dubbio che i signori Gompers, Henderson, Jouhaux, Legien sono molto riconoscenti a simili rivoluzionari ” di sinistra “, i quali, come l’opposizione tedesca “di principio” (ci guardi il cielo da tale ” attaccamento ai principi “), o come alcuni rivoluzionari dei “Lavoratori industriali del mondo” americani, predicano l’uscita dai sindacati reazionari e il rifiuto di lavorare in essi. Nessun dubbio che i signori “capi” dell’opportunismo ricorreranno a tutti gli stratagemmi della diplomazia borghese, all’ausilio dei governi borghesi, dei preti, della polizia, dei tribunali, per impedire ai comunisti di entrare nei sindacati, per scacciarli con tutti i mezzi, per rendere il loro lavoro nelle organizzazioni sindacali quanto più è possibile ingrato, per offenderli, vessarli e perseguitarli. Bisogna saper reagire a tutto questo, affrontare tutti i sacrifici e – in caso di bisogno – ricorrere anche ad ogni genere di astuzie, di furberie, di metodi illegali, alle reticenze, all’occultamento della verità, pur di introdursi nei sindacati, rimanere in essi, compiervi a tutti i costi un lavoro comunista. Sotto lo zarismo, fino al 1905, noi non avevamo nessuna “possibilità legale”, ma quando Zubatov, funzionario della polizia segreta, organizzò riunioni operaie e società operaie ispirate ai Cento Neri per dar la caccia ai rivoluzionari e per lottare contro di essi, noi mandammo in quelle riunioni e in quelle società dei membri del nostro partito (io ricordo personalmente il compagno Babuikin, un eminente operaio di Pietroburgo, fucilato nel 1906 dai generali dello zar), i quali stabilirono il collegamento con la massa e riuscirono a svolgere la loro agitazione e strapparono gli operai all’influenza degli agenti di Zubatov. Naturalmente nell’Europa occidentale, che è particolarmente impregnata di pregiudizi legalitari, costituzionali, democratico-borghesi, radjcati in modo particolarmente forte, è più difficile far questo.
Ma ciò può e deve essere fatto e fatto sistematicamente.
Il Comitato esecutivo della Terza Internazionale deve, secondo il mio parere personale, condannare decisamente, e proporre al prossimo congresso dell’Internazionale comunista di condannare in generale la politica della non partecipazione ai sindacati reazionari (con una motivazione particolareggiata dell’irragionevolezza di questa non partecipazione, e dell’estrema sua nocività per la causa della rivoluzione proletaria), e, in particolare, di condannare la linea di condotta di alcuni membri del Partito comunista olandese, i quali, poco importa se direttamente o indirettamente, se pubblicamente o di nascosto, se in tutto o in parte, hanno appoggiato questa falsa politica. La Terza Internazionale deve rompere con la tattica della Seconda Internazionale e non eludere, non smorzare le questioni scottanti, ma sollevarle in tutta la loro asprezza. Tutta la verità é stata detta in faccia agli “indipendenti” (Partito socialdemocratico indipendente della Germania), tutta la verità bisogna dire in faccia ai comunisti “di sinistra”.

Lenin, Estremismo malattia infantile del comunismo

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