L’apolitico è un mito: ogni azione è un’azione politica

Di seguito una intensa riflessione apparentemente “specialistica” (e il lettore mi perdonerà per il linguaggio filosofico impiegato), ma in realtà molto utile nella comprensione di alcuni presupposti basilari: ogni azione è un’azione politica. Non agire significa agire. L’apolitico, “il neutrale” non esiste o, piuttosto, esiste solo come mito. Non ci resta allora che schierarci prendendo parte ad uno dei gruppi (o delle classi) in conflitto tra loro. Nel nostro caso al gruppo dei rivoluzionari che difendono gli interessi della classe sfruttata.

Ogni azione può dirsi tale nella misura in cui modifica una condizione esteriore in vista di un fine. Se si considera vero questo assunto di partenza, ne segue che ogni azione è al tempo stesso azione esistenziale e azione politica. Ogni modifica di una condizione esteriore, infatti è in relazione a una condizione di esistenza di uno o più agenti, cioè a come l’agente o gli agenti in questione stanno nel mondo. Si può dunque affermare che tutte le azioni sono azioni esistenziali. Lo spazio in cui queste azioni esistenziali si dispiegano non può esistere fuori dalla realtà, non può trascendere i bisogni, i desideri e le paure dell’agente né vivere al di fuori del tempo e della storia. Per queste specifiche ragioni è uno spazio politico. Lo stesso per il fine dell’azione: esso si definisce a partire da una precisa collocazione dell’agente o degli agenti nello spazio, quello stesso spazio in cui l’azione si dispiega. Per queste ragioni l’azione oltre che essere esistenziale è anche politica, a prescindere dalla consapevolezza o meno dell’agente.

Date queste considerazioni sulla natura dell’azione il compromesso non ci appare necessariamente come compromesso mediocre, ma piuttosto si impone come necessità ovvia dal momento che non esistono azioni pure, a-storiche, così come non esistono idee pure, a-temporali. Quelli in discussione sono semmai i termini del “come” e “quando” questo compromesso si dà. Quelli che cercheremo di sviluppare.

Ci sono casi in cui l’azione politico-esistenziale si palesa come tale anche a coloro che normalmente non ne sono consapevoli. A dire il vero questi casi empirici sono sorprendentemente una piccola minoranza del totale delle azioni e coinvolgono quasi sempre il rapporto con quei gruppi più o meno organizzati che si sono dati il nome di Partito, il rapporto con le istituzioni della vita pubblica, etc… Per riflettere sul “compromesso necessario” (ma non necessariamente mediocre) di cui abbiamo appena scritto, cominciamo col classificare due tipi di azioni (“prendere parte” e “essere indifferenti”) come estremi paradigmi dell’azione politica in senso stretto, dove con “azione politica in senso stretto” intendiamo quei casi empirici sopracitati.

L’impressione è che questi due estremi non siano realmente distinti dal momento che prendere parte può essere un modo per essere indifferenti ed essere indifferenti un modo per prendere parte. Ma prendere parte a cosa? Ed essere indifferenti rispetto a chi? La questione è strettamente correlata a cosa sia l’identità, al suo rapporto con i gruppi, con le definizioni e con il linguaggio. E tutte queste implicazioni complessamente in rapporto tra loro non fanno altro che corroborare la tesi dell’impossibilità finanche di pensare un’azione che non sia politico-esistenziale.

Al di là della convenienza o meno di questa opposizione, la necessità di un compromesso è presto dimostrata dal fatto che prendere parte implica come compromesso la rinuncia ad una parte di sé e non prendere parte implica invece la rinuncia a ciò che si sarebbe ottenuto prendendo parte (un compromesso anche questo). L’agente che sceglie la prima opzione lo fa, ad esempio, per contribuire ad un fine più grande, in un’ottica che potremmo definire “consequenzialista”, credendo cioè che il proprio contributo sia utile, anche se non indispensabile, ma sicuramente che acquisisca forza nel suo sommarsi al contributo degli altri.

Proviamo ora a collocare i due paradigmi in due diverse condizioni: l’assenza e la presenza di pensiero. In questo caso “pensiero” significa pressoché “consapevolezza autentica della scelta”. Nel caso dell’assenza di pensiero il non prendere parte significa in un certo senso aderire al gruppo di coloro che in assenza di pensiero non hanno preso parte, significa quindi “prendere parte.” E prendere parte, in questo caso, è un supplire l’assenza di consapevolezza attraverso la sostituzione della propria identità con quella rassicurante del gruppo. Le parole dell’agente diventano quelle del gruppo. L’agente dissolve la propria identità nel gruppo. La scelta del gruppo di aderenza in un caso simile è spesso aleatoria, ma il più delle volte determinata dalla forza di persuasione e dal potere pervasivo che un determinato gruppo ha, relativamente ai rapporti di forza del momento.

Nel caso di una condizione di pensiero invece l’indifferenza potrebbe essere una rinuncia all’obbligo della definizione che l’appartenenza ad un gruppo sembra sottintendere.

Il “prendere parte” invece nel caso di una condizione di pensiero ci riporta allo stesso caso menzionato prima: l’adozione di un compromesso che considera vantaggiosa la rinuncia parziale di sé in vista di un bene più grande, da parte di un agente che riconosce l’efficacia del gruppo.

Dati questi casi come paradigmi dell’azione politica, che è sempre anche azione esistenziale, passiamo ad esaminare il problema della definizione. Prendere parte all’interno di un gruppo preesistente significa definirsi? E non prendere parte è una forma di definizione? In che modo le definizioni giustificano il pensiero?
Ogni definizione potrebbe essere vista come la cristallizzazione sintetica di un pensiero che la precede. Intese in questo modo le definizioni potrebbero essere considerate alla base della stessa cultura umana nonché di tutti i linguaggi utili per comunicare. Le stesse lingue naturali, infatti, si servono di definizioni ed etichette che fungono da simboli che rimandano i parlanti ad un significato comune. Nonostante ciò le definizioni e il loro impiego resta altamente problematico. Esse infatti potrebbero oscurare la complessità di una identità (che sia l’identità di un singolo o quella di un gruppo). Pensiamo a tutti i casi in cui quello che era originariamente un aggettivo si è tramutato in un sostantivo che designa una precisa identità vincolante e costringe l’oggetto del nostro discorso (ad esempio un soggetto o un insieme di soggetti) ad essere circoscritto, a vestire “la camicia di forza” di quell’identità vincolante la quale porta con sé, per giunta, inevitabili implicazioni morali e politiche. Pensiamo a tutti gli esempi storici in cui l’uso di un’etichetta, una sola parola, in un codice legislativo, in un editto o in un documento di un monarca, di un dittatore o di un Parlamento sono stati determinanti per garantire o negare determinati diritti o per fermare o dare il via a certe persecuzioni.

Il rischio è che le etichette non solo vengano impiegate per oscurare la complessità di una identità, ma nella definizione (per quanto parziale e problematica) dell’identità stessa lo sguardo di colui che giudica imponga in una mente che gli è estranea alcune idee facendole conseguire necessariamente da un’etichetta. In un secondo momento il parlante tende, a partire da questa imposizione, ad inferire delle azioni che in realtà il soggetto non ha mai commesso. Il rischio, in altre parole, è che si riducano le identità a definizioni inferite da giudizi relative alle idee che un soggetto o un gruppo dichiara di “possedere”, e che poi si riducano a loro volta queste idee ad una definizione. Ancora più rischioso è il caso in cui le definizioni a cui le identità vengono ridotte non sono inferite sul momento, ma precostituite. Sarebbe invece più opportuno, se di definizioni c’è la necessità, inferirle non tanto dai giudizi relative alle idee che un soggetto o un gruppo dichiarano di possedere, ma dalle azioni che un soggetto o un gruppo mettono in atto di volta in volta. E, a partire dalla nostra descrizione di una azione, tentare di risalire alle “idee” che la precedono, che in questo caso coincidono con le ragioni dell’azione stessa. È chiaro che un’operazione di questo tipo non è neutrale, ma richiede una certa fede nell’assunto secondo il quale il soggetto che ci troviamo di fronte sia un soggetto razionale, un soggetto cioè che non agisca in maniera totalmente casuale, ma le cui azioni possano essere inscritte in una “teoria complessiva del suo comportamento”, che è quella che tentiamo di ricostruire osservandolo.

Un ulteriore rischio che le definizioni comportano riguarda il pensiero stesso. Una definizione potrebbe oscurare un pensiero, un discorso, un ragionamento fino alla sua banalizzazione e “morte”, una morte che alcuni potrebbero intravvedere, ad esempio, nella sua riduzione a slogan, uno slogan che inevitabilmente non potrà spiegare e dimostrare tutte le tesi che costituiscono un pensiero né tanto meno controbattere a tutte le antitesi che vogliono demolirlo. Si potrebbe obiettare che senza dubbio alcune contingenze rendono necessario l’uso di slogan, essenzialmente per limitatezza di tempo e di spazio. È chiaro che, ad esempio, una pubblicità non potrà mai essere usare la stessa quantità di testo del foglietto illustrativo di un farmaco perché deve conformarsi alle esigenze di immediatezza del fruitore, dettate dalla velocità del mondo in cui vive. Allora forse lo slogan potrebbe essere conservato come strumento efficace quando la realtà impone una sintesi estrema, ma dovrebbe essere adoperato con la stessa cautela con cui si potrebbe adoperare il titolo di un libro di cui sappiamo quasi nessuno volterà la pagina del frontespizio.

Alla luce di queste considerazioni così come di quelle relative all’impossibilità di un “io puro” (cioè di un’io che trascenda le condizioni storiche), il rifiuto di prendere parte al pensiero politico è forse espressione dell’infantile pretesa della purezza, del timore di contaminare ciò che è già contaminato. In ultimo è una rivolta contro il linguaggio, cioè la finzione di non averne uno dal momento che il linguaggio è composto di definizioni che, come abbiamo visto, sottintendono un’idea di mondo che, anche a causa dei suoi rapporti coi problemi di identità, gruppi e definizione, è inevitabilmente politica.

Matteo Iammarrone.

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