Stupro e Aborto: chi ne paga le conseguenze?

17 anni, stuprata più volte da una gang, decide di non denunciare gli abusi per timore. Al terzo mese di gravidanza avverte
dolori che precedono un aborto spontaneo. Potrebbe trattarsi del tragico epilogo di una vicenda traumatica, ma non quando
il paese in cui si consumano queste vicende è El Salvador, dove il Tribunale di stato ha disposto per la protagonista dei
fatti una condanna di 40 anni di carcere per omicidio aggravato.

Il caso ha assunto rilievo internazionale, scatenando mobilitazioni in tutto il mondo e portando alla luce una problematica
che non riesce mai a precipitare nell’ombra, proprio a causa di ingiustizie simili, eclatanti quanto frequenti.
L’avvocato della giovane punta tutto sul ricorso in appello: non è la prima volta che El Salvador condanna una propria
cittadina a scontare decenni in carcere per quella che dovrebbe essere una sua legittima scelta opportunamente assistita.
Una scelta che fino a pochi anni fa era, seppur limitatamente, consentita. La messa al bando della pratica risale al 1998,
quando l’estrema destra, pregiandosi delle influenze della Chiesa Cattolica, ha ritenuto necessario abolire la legge che
permetteva alle donne di interrompere le proprie gravidanze in caso di violenza sessuale, ferimento del feto, incesto,
pericolo di vita per la gestante.
Lo stato sudamericano attualmente detiene, insieme a Cile, Malta e Nicaragua, il triste primato della legislazione più
restrittiva in merito alle interruzioni di gravidanza: in nessun caso è possibile praticare un aborto.

Analizzando la situazione sul piano internazionale, dati e percentuali alla mano, ci si rende conto di avere a che fare con
un vero e proprio privilegio, che in alcuni casi di “diritto” ha solo la beffarda dicitura.
Poco più del 5% dei paesi del mondo consente di ricorrere all’interruzione di gravidanza per motivi economici, per l’età
della gestante o per lo stato civile. Il 33% permette di abortire senza necessità di giustificarne il motivo.
Il resto, una percentuale vertiginosa, richiede- eccettuati i casi di Malta, Cile, El Salvador e Nicaragua- requisiti come
lo stupro, l’incesto, la malformazione del feto tanto grave da essere incompatibile con la vita.

Chiaramente nell’ultima sterminata categoria non per tutti i paesi valgono le stesse condizioni ed è in questa zona grigia
che emergono contraddizioni eclatanti, come nel Liechtenstein, dove la pratica è considerata legale per tutelare la salute
fisica e mentale della donna, ma illegale in caso di stupro. In alcuni casi è prevista addirittura che lo stupratore sia
stato individuato con prove certe, come nella cattolicissima Polonia.

Nel leggere questi dati non bisogna trascurare la situazione di quei paesi che vantano delle legislazioni all’avanguardia
in materia, come l’Italia che, con la legge n 174/1978, ha regolarizzato la materia predisponendo una ragionevole libertà
di scelta per le donne che possono ricorrere ad una volontaria interruzione di gravidanza durante il primo trimestre e, per
motivi terapeutici, tra il quarto ed il quinto mese. La decisione, stando al testo legislativo, deve essere opportunamente
assistita e supportata psicologicamente quando necessario. Con la 174 si attribuisce inoltre un ruolo determinante ai
consultori, che devono fornire assistenza ed informazione completa, in piena discrezione, alle gestanti.

Sulla carta, insomma, il nostro paese si direbbe piuttosto all’avanguardia. Parrebbe quindi almeno curiosa la decisione del
Parlamento di inasprire le pene pecuniarie per chi ricorre ad aborti clandestini. Curiosa, se non si tenesse presente
l’allarmante crescita del fenomeno indotta senz’altro dalle assurde percentuali di obiettori nelle strutture pubbliche le
quali presentano una media che supera il 70% del personale addetto (al Sud picchi oltre l’80%).
Lontana dieci volte la reale distanza geografica appare la risoluzione svedese: nel paese scandinavo, se un giovane dottore
intende specializzarsi in ginecologia e mostra perplessità riguardo l’aborto, viene indirizzato verso altri studi.
In alcune province, come Benevento o Isernia, risulta praticamente impossibile abortire. Altrove, una donna rischia di
essere rimbalzata da una struttura all’altra magari fino ad oltrepassare il limite dei 90 giorni, rendendo ancora più
difficoltosa una scelta che di per sé presenta un aspetto traumatico per gran parte delle gestanti che decidono di
intraprendere quella strada per un motivo o per un altro.

Non solo per aver subito violenza, per incesto, per pericoli inerenti alla propria salute o quella del feto. Non solo per
motivi economici, benché questi rappresentino un aspetto in molti casi altrettanto grave. Non solo perché nel nostro, come
in quasi tutti i paesi con una legislazione simile, la maternità resta di fatto una battuta d’arresto ed un ingombrante
impedimento per la carriera di ogni donna lasciata priva di un’efficace assistenza.
Non solo per motivi che qualche vescovo o politicante rigorosamente maschio possa trovare più o meno contestabili.
Ancche e soprattutto per il sacrosanto diritto di disporre della propria vita.
Una dicitura, quella di diritto, che, come detto sopra, risulta parte aggravante di una clamorosa beffa.

di Rosa Scamardella

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