The Dreamers: tra cinefilia, eros e rivoluzione

Tanto fu scritto su The Dreamers nel 2003 quando approdò nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. Osannato dai cinefili per la fusione tra cinefilia acuta e vita, stroncato dai critici a causa del rapporto incestuoso tra i due gemelli e le innumerevoli scene di nudo dei protagonisti e, soprattutto, della protagonista femminile, Eva Green, grande rivelazione della stagione cinematografica 2003/2004 e perno centrale dell’intero film. In realtà, analizzando la vita e la carriera del regista Bernardo Bertolucci lo spettatore attento, riesce subito a coglierne il sapore nostalgico, la potenza dell’Eros e quella forza tipica della giovinezza che porta a credere nella possibilità di cambiare il mondo quasi eroicamente.

Parigi, 1968. Matthew (Michael Pit) è un ragazzo americano appassionato di cinema. Inizia a frequentare la Cinémathèque Française, vero punto d’incontro di cinefili e giovani rivoluzionari. Qui incontra i due gemelli Isabelle e Théo (Eva Green e Louis Garrell), enigmatici e seducenti. Matthew viene subito ben accolto anche dai genitori dei due giovani francesi, che lo inviteranno a restare in casa loro per tenere compagnia ai due gemelli, mentre loro partiranno per una settimana al mare. Da qui, avrà inizio quella “claustrofilia”, tanto amata dal regista. Ovvero: il piacere di stare in uno spazio chiuso (“Ultimo tango a Parigi”, “Io e te”). I tre giovani, diverrano una cosa sola. Il mondo esterno non penetrerà mai il loro appartamento, nemmeno quando staranno per morire di fame. Passano le loro giornate fumando, ascoltando Janis Joplin e Jimi Hendrix, parlando di cinema, arte e filosofia. L’impulso dell’Eros si fa strada tra le arti, ed esploderà quando Thèo farà pagare una “penitenza” alla sorella, obbligandola a fare sesso con Matthew. L’equilibrio del ménage à trois verrà interrotto dalla volontà del giovane americano di instaurare una relazione d’amore esclusiva con Isabelle. Questo obbligherà i due ragazzi ad uscire di casa: fuori dal loro appartamento la rivoluzione è già iniziata. Sarà un fumogeno lanciato involontariamente dentro l’appartamento a “bucare lo schermo”, facendo entrare la realtà del maggio sessantottino nelle vite di questi esiliati.

La narrazione sembra diramarsi in due differenti direzioni: il versante politico e il versante artistico. Alcune volte questi elementi si fondono, altre volte paiono essere inconciliabili. Una frase pronunciata dal padre di Théo ed Isabelle mette in luce questo divario: “Prima di cambiare il mondo, devi capire che tu tu sei parte del mondo”. Tu sei parte del mondo, ma i cinefili non riescono a vivere nel mondo. Vivono continuamente in un mondo fatto di celluloide. Sono vittime di continui deja-vù, obbligati a compiere continuamente azioni proiettate su uno schermo. Anche lo stesso gioco che i tre protagonisti ripetono giornalmente, che consiste nel “riconoscere il film” tramite scene simulate da loro nella realtà  il cui fallimento porta ad una conseguente penitenza), non faranno altro che dar vita ad un Eros sfrenato, orgiastico: perchè l’atto del guardare, per un cinefilo, è l’esempio più alto di estasi. Poi c’è l’aspetto politico dell’opera e del ’68. Matthew si considera pacifista, i due fratelli comunisti. Inizialmente, il movimento e le proteste giovanili nascono proprio dall’ambiente cinematografico, cioè dalla chiusura della Cinémathèque Française con il licenziamento dello storico fondatore: Henry Langlois. Questa protesta, in un certo senso, anticipa e dà forma al vero movimento sessantottino parigino, con l’unica differenza che, fin da principio, i “rivoluzionari” lottano come gli eroi di un film. La lotta è nutrita dai fotogrammi ripetuti 24 volte al secondo (o 16 nel caso dei film muti di Chaplin e Keaton, personaggi super citati in The Dreamers). Svegliati dal loro coma artistico, i tre protagonisti si trovano catapultati in una protesta che di cinematografico, ormai, non ha più nulla. Il ’68 parigino, fu anche (o soprattutto, pare dirci Bertolucci), l’insieme di proteste armate compiute dai figli di famiglie borghesi benestanti, come gli stessi Théo ed Isabelle, i quali si uniranno alle proteste pur non capendone lo scopo, capiscono ed accettano solo la violenza. Questo è il quesito finale che ci lascia un Bertolucci nostalgico e quasi rassegnato: la violenza è l’altra faccia dell’amore libero? Può la vita sopravvivere alla realtà storica? “The Dreamers” non risponde a questi quesiti, lasciando lo spettatore in balia di se stesso, voyeur come i protagonisti e vittima, anche lui, della Storia.

 

Sabrina Monno

 

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