La sfida a sinistra: costruire in Italia un partito rivoluzionario internazionalista e senza burocrazie

La Frazione Internazionalista Rivoluzionaria è nata nell’aprile 2017 con l’intento di lanciare in Italia una nuova tradizione politica, che faccia dell’internazionalismo e del metodo di lotta il pilastro su cui impattare su una questione storica e difficile.

La costruzione della nostra corrente non è stata semplicemente la risultante di uno scontro interno al Partito di Ferrando (PCL) arrivato alle sue ultime battute. La FIR è nata come naturale conseguenza di un percorso di lotta ed elaborazione delle componenti militanti, operaie e giovanili, che vedevano e percepivano tutti i limiti di quel Partito.
Inizialmente in maniera sparsa, non su un piano strategico, senza riuscire ad elaborare una teoria chiara che permettesse d’individuare le giuste chiavi d’interpretazione sul fallimento del progetto del PCL, ma successivamente su un piano chiaro e netto, che ha messo in discussione non soltanto quel partito e il suo gruppo dirigente, ma l’intero impianto della sua elaborazione politica e teorica.
Circa 2 anni di discussioni, confronto, proposte negli organi direttivi di quel Partito e nelle sezioni, a cui la direzione ferrandiana ha risposto con accuse, calunnie e provvedimenti disciplinari, sono stati il catalizzatore per la nascita dell’attuale elaborazione teorica e pratica della nostra corrente. Sulla nostra genesi abbiamo prodotto un documento di bilancio sul IV Congresso del PCL disponibile sul sito del nostro giornale, per cui non ci soffermeremo ulteriormente sui motivi della rottura.


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L’esperienza di battaglia contro una direzione centrista ingessata ci ha permesso di acquisire metodo e di accumulare capacità organizzativa, chiarezza politica e programmatica, eliminando il soggettivo e l’arbitrario dalle nostre valutazioni complessive sui limiti e sugli errori dei gruppi dirigenti, riconducendoli tutti ad azioni politiche ben precise.

La vita della FIR è stata fino ad oggi dinamica e in complessiva evoluzione, il cui faro è quello della costruzione di un partito quadri con influenza di massa, senza burocrazie e con una prassi internazionalista concreta. Un percorso caratterizzato già da alcune fasi, nonostante la nostra corrente sia nata da appena tre mesi.

Prima fase: rottura col nazionaltrotskismo del PCL

Abbiamo affrontato una prima fase di rottura col PCL e con i nostri ex compagni della Piattaforma B, alcuni dei quali non avendo condiviso la nostra volontà di non cedere sui principi hanno deciso di non seguirci e di rimanere in quel partito con la forma della Tendenza. Una scelta che consideravamo sbagliata e che a conti fatti ha spostato questo gruppo più a destra della maggioranza ferrandiana, trasformandolo in un satellite che circola intorno alla direzione storica e che propone – nel migliore dei casi – non una battaglia strategica, ma di emendamento di linea generale del Partito. In sostanza un passo indietro rispetto alla stessa Piattaforma congressuale.
Una scelta fallimentare che produrrà il logorio delle migliori forze militanti rimaste nella Tendenza, nella quale  – non abbiamo problemi a riconoscerlo – ci sono dei militanti generosi che potrebbero sviluppare ancora un’uscita progressista dal centrismo ferrandiano.

Contestualmente a questa fase di scontro politico teorico sia con i ferrandiani che con la Tendenza, abbiamo sostenuto l’importanza della costruzione di un giornale come organizzatore collettivo. Non una scelta dettata da un capriccio, non la trasformazione di “militanti in giornalisti” come afferma la vulgata nazionaltrotskista dei militanti del PCL, ma un’impalcatura dove poter collegare un’organizzazione in tutte le sue diramazioni; un terreno di formazione e di sviluppo dell’agitazione e della propaganda. Il giornale è per noi inteso come l’anatomia e la fisiologia di un corpo umano con un Sistema Nervoso (il suo Centro, la Redazione) e le sue estremità (le cellule territoriali, la trasmissione della linea d’azione politica a tutto il corpo del partito, attraverso i suoi quadri militanti).

Nel suo percorso la FIR ha valutato che il giornale fosse prioritario e persino propedeutico alla nascita della stessa organizzazione. È naturale fare riferimento a una tradizione storica, quella del bolscevismo, che ha saputo fare scuola su questo aspetto, ma non è stata semplicemente una scelta ascrivibile a una riproduzione accademica di un fatto del passato, di 100 anni fa. È il riconoscimento di un metodo funzionante, efficace. La battaglia dei rivoluzionari sul movimento operaio è prima di tutto una battaglia per l’egemonia. Un’organizzazione che non mette in piedi un giornale capace di penetrare nei luoghi del conflitto di classe, nelle fabbriche e negli altri luoghi di vita sociale delle masse è incapace di fare agitazione e propaganda. In ultima analisi non riesce a sviluppare una battaglia egemonica con le forze della borghesia. Non potrà, quindi, puntare a dirigere il movimento complessivo.

Le organizzazioni trotskiste (e non solo) presenti in Italia continuano a produrre un giornale cartaceo, che non solo viene venduto poco, ma non viene praticamente quasi letto. È una sintomatologia politica figlia del settarismo e del dogmatismo di queste organizzazioni, per le quali il giornale è un adempimento burocratico e non un terreno di costruzione e di proiezione della propria politica verso i lavoratori. Noi abbiamo fatto una scelta del tutto opposta, anche per rompere con una tradizione routinaria di militanza.

Abbiamo fondato La Voce delle Lotte, un giornale online che si proietta non soltanto come il giornale della FIR, ma pure come strumento per tutti gli operai, i lavoratori, le donne, gli immigrati che lottano contro il capitalismo. Ciò al fine di divulgare parole d’ordine rivoluzionarie nelle lotte economiche e portarle sul piano dell’alternativa socialista. Un giornale in cui i proletari possano identificarsi, perchè organizzatore della stessa classe. Su La Voce delle Lotte ad oggi scrivono decine di avanguardie di classe; viene letto nelle grandi metropoli e nei distretti industriali. I dati ci dicono che il nostro giornale è letto in FCA, nella Logistica, nelle città dove siamo più presenti e dove interveniamo nelle lotte di classe. Un giornale che in appena tre mesi ha già sfondato le 500.000 visualizzazioni; che ha, dunque, una sua proiezione nel movimento operaio, seppur ancora relativa, ma già paragonabile a quella di altri giornali di aree politiche, che hanno capito l’importanza di questo strumento telematico (InfoAut e Contropiano).

Ma non ci siamo semplicemente limitati al giornale. Abbiamo messo come elemento centrale di tutta la nostra politica l’Internazionalismo. Nelle tappe che ci hanno portato alla fondazione della FIR abbiamo rimarcato l’importanza di uscire da una concezione internazionalista diplomatica, dove questo aspetto diventa semplicemente rapporto epistolare tra gruppi nazionali, senza sviluppare una prassi di lavoro internazionale. Per questo abbiamo aperto un’interlocuzione con la Frazione Trotskista – Quarta Internazionale, ma non lo abbiamo fatto per non rimanere isolati nel panorama nazionale. Ciò che volevamo evitare era proprio un’adesione non strategica a un gruppo. Con la FT riscontriamo un’ampia convergenza strategica di posizioni e metodo e per questo i nostri dirigenti sono partiti per partecipare al congresso del suo partito spagnolo, la Corriente Revolucionaria de Trabajadores y Trabajadoras (CRT). Abbiamo poi risposto con una lettera aperta al manifesto da loro lanciato nel 2013 e rilanciato quest’anno, in cui invitano la sinistra marxista rivoluzionaria a un confronto per la costruzione di un movimento che vada nella direzione di ricostruire la IV Internazionale. Un lavoro che segnerà tutta la vita della nostra organizzazione ed eventualmente di quella che in futuro costruiremo.

La FIR si è strutturata come un’organizzazione centralista democratica in cui si pensa costantemente a come non rendere la militanza rivoluzionaria qualcosa di statico, appiattito sulla crescita del proprio numero di compagni, ma che, viceversa, sappia lanciare una sfida ambiziosa a sinistra: costruire il partito rivoluzionario che oggi manca in Italia.


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Seconda fase: l’intervento con le proprie parole d’ordine nel movimento operaio e nelle lotte

La FIR ha contestato al PCL la sua concezione di lotta alle burocrazie sindacali. Il PCL interpreta la battaglia dei rivoluzionari nelle organizzazioni sindacali come un posizionamento nei sindacati di massa. Concetto di per sè non sbagliato, il problema è il metodo con cui intende farlo. A giudicare dal lavoro del gruppo dirigente ne Il Sindacato è un’altra cosa, area di opposizione in CGIL (il più grosso sindacato dei lavoratori d’Italia), si evince che tutta la battaglia si esaurisca in un mero posizionamento a sinistra della burocrazia sindacale, occupando posti dirigenziali e senza intervento di lotta verso le fabbriche, verso i luoghi di lavoro. In questa area ci sono anche componenti che lottano nelle proprie aziende (anche RSU della FIR iscritte nel sindacato FIOM ne fanno parte), ma i maggiori dirigenti oggi sono della sezione del Segretariato Unificato (Sinistra Anticapitalista) e PCL. Entrambi hanno strutturato quest’area sulla mera critica in assemblea al gruppo della burocrazia.
La FIR ha proposto un metodo completamente alternativo propagandando la parola d’ordine del coordinamento intersindacale dei lavoratori combattivi. Ha investito i propri militanti dell’intervento nelle lotte di classe e in diversi sindacati, ma portando sempre la prospettiva del programma transitorio in queste battaglie. Non ha anteposto la bandiera di un sindacato rispetto ad un altro, ma ha valutato dove emergessero focolai di avanguardie combattive per conquistarle a un programma rivoluzionario e per farle avanzare nella politica del fronte unico. La parola d’ordine che stiamo lanciando serve a conquistare a un programma rivoluzionario le migliori componenti che vengono fuori dallo scontro di classe. Unico modo, a nostro avviso, per non confondere la propria proposta con quella delle burocrazie riformiste e centriste.
È un lavoro ancora alla fase iniziali, ma che già ha dato alcuni risultati e che sarà propedeutico alla sedimentazione del programma con l’avanguardia di classe, ovvero tra il progetto di una società comunista e i migliori elementi combattivi del movimento operaio.

Verso una terza fase: la sfida a sinistra nella costruzione di un grande partito rivoluzionario in Italia

La costruzione del Partito non è per noi un problema per accademici e neppure un obiettivo da rimandare a data da destinarsi. Diverse aree politiche con cui quotidianamente ci confrontiamo sostengono che il Partito “nasce dalle lotte”. Questa posizione è per noi è sbagliata, perchè la Storia, quindi la prassi concreta del movimento operaio, ha già dimostrato che dalle lotte al massimo nasce una coscienza tradeunionista, non una di tipo rivoluzionario e neppure un Partito. Per questo noi pensiamo che il partito sia formato da un raggruppamento attorno a un programma, a un metodo, a una prassi internazionalista, e che si costruisca nelle lotte, ma non che nasca da esse. Neanche pensiamo che nasca attorno a un tavolo con la formalizzazione di uno Statuto, metodologia che non appartiene alla tradizione del bolscevismo.
Costruire un partito delle avanguardie del movimento operaio è per noi il problema principale che si pone nella fase attuale in Italia. Il nostro obiettivo è costruire un partito rivoluzionario delle migliori avanguardie del movimento operaio.

Un obiettivo che non può in alcun modo esaurirsi in metodologie settarie e autoproclamatorie, ma che non può neppure venir fuori da una generica “unità dei comunisti”, che ha partorito nella storia sempre le peggiori organizzazioni opportuniste.
Noi abbiamo un progetto ambizioso: porre questo problema adesso a tutta la sinistra che voglia seguire una politica rivoluzionaria coerente. Ma vogliamo farlo a partire da un programma e da un metodo chiaro, da una condivisione strategica, senza fare commercio dei principi.  Un dibattito che già stiamo affrontando con diversi gruppi e organizzazioni, che, quindi, non è calato in astratto, ma che vogliamo rendere largo, in modo che possa suscitare l’interesse di un numero ampio di militanti rivoluzionari.

Poichè pensiamo che il partito non sia una pratica burocratica che si risolva depositando uno Statuto all’Agenzia delle Entrate o con metodi formalisti, lontani da una prassi realmente rivoluzionaria, pensiamo sia necessario costruire un dibattito a sinistra che ponga questa necessità.
Una proposta che lanceremo concretamente nei prossimi mesi e che avrà chiare basi teoriche e di metodo.
Per noi il Partito da costruire è un partito quadri, che sedimentato nelle avanguardie di classe abbia influenza di massa. Un partito che sia composto prevalentemente da avanguardie di classe, perchè il carattere di un partito non è dato semplicemente dal suo programma e dal suo metodo, ma pure dalla sua composizione. Un partito che faccia della formazione dei suoi quadri un punto centrale della sua costruzione e che trasformi le avanguardie operaie in dirigenti politici rivoluzionari.

Un partito che prendiamo di riferimento dalla gloriosa rivoluzione d’ottobre; un partito che seppe coniugare un’incredibile inflessibilità strategica alla più ampia flessibilità tattica e che costruì un esempio vincente di battaglia.
Un partito che lavori sistematicamente, in maniera instancabile e senza lassismi. Un partito che non ha forme prestabilite, ma che si adatta alle condizioni politiche che si trova dinanzi (clandestinità o legalità, ad esempio). Un partito non settario, che non si autocentri su sè stesso, che non rinunci a costruire insieme ad altri rivoluzionari momenti di lotta unitari, che possano permettergli di confrontarsi con altre organizzazioni e sviluppare un piano di dibattito con altri militanti.
Un partito “leninista”, tradizione spezzata e massacrata dallo stalinismo che oltre, a smantellare scientificamente tutte le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre, assassinò tutti i più brillanti e migliori dirigenti di quella esperienza, a partire da Leon Trotskij e dai militanti che poi costruirono la IV Internazionale. Un partito che si rifaccia all’esperienza dei primi anni della III Internazionale e a quella messa in piedi dal fondatore dell’Armata Rossa con la IV Internazionale, provando a ricostruire il filo rosso del marxismo rivoluzionario.

Un partito di centinaia che organizzano migliaia e di migliaia che organizzano milioni. Non può essere un partito massa, un calderone dove inserire tutto e il contrario di tutto, rivoluzionari e riformisti.
Questo obiettivo per noi non è slegato dalla costruzione internazionale. È per noi un percorso che va di pari passo e che deve fondarsi su alcuni principi di metodo:
1) Il programma di transizione sociale. Non una questione identitaria, ma la costruzione del legame tra le rivendicazioni economiche e democratico-radicali delle masse e la prospettiva del governo dei lavoratori, in modo da costruire una proposta, un progetto, che vadano verso la costruzione di una società socialista, ma a partire dai bisogni dei lavoratori oggi. Un partito di tipo leninista non rende statico il suo programma, ma lo allaccia alla società che cambia, lo perfezione e attualizza, ma partendo dal metodo del marxismo e del materialismo dialettico, verificando la sua valididà nell’esperienza della lotta di classe.
Allo stesso modo interviene in tutti i terreni di lotta. Forma i propri militanti per far si che il partito resti vivo e non diventi un corpo in appendice di un capo (come succede nelle sette nazionaltrotskiste e moreniste). Lotta costantemente per affermare una corretta interpretazione della teoria marxista per evitare che il programma dei rivoluzionari ceda a rivendicazioni borghesi e finisca col tradire. Fa battaglia contro la borghesia e i suoi partiti nella costante lotta per l’egemonia sulle masse. Interviene in tutte le lotte economiche e rivendicative per portare una coscienza rivoluzionaria in esse e conquistarne le migliori avanguardie al programma di transizione. Infine, interviene anche nella lotta parlamentare, nella partecipazione al piano elettorale, nelle forme e nei modi più svariati, ma sempre ancorando la propria pratica al programma transitorio della rivoluzione e provando a polarizzare le avanguardie di classe verso di esso.

2) La condivisione delle posizioni internazionali. Il programma di per sè da solo non basta se non è coniugato in una corretta interpretazione dello scontro tra classi nel mondo. L’analisi internazionale è funzionale alla costruzione della battaglia per il socialismo, che per noi non può vincere in un solo paese. Questo aspetto è cruciale e coniuga tutta la politica pratica dell’organizzazione che vogliamo costruire.

3) Analizzare in che tappa del capitalismo siamo. Nel quadro di una crisi capitalista che ha attaccato ferocemente tutte le conquiste sociali del novecento, è necessario per i marxisti rivoluzionari avere una visione chiara di quali siano le politiche della classe dominante. La fase odierna è caratterizzata da una crisi organica (Gramsci), ovvero dall’insieme di una crisi economica, politica e sociale, che tende a una costante e crescente deriva autoritaria di tutta la società borghese. Uno scenario che polarizza il quadro politico e che produce sia fenomeni populisti sia risposte a sinistra.
Avere questa chiarezza analitica è la base per tradurre proposte e metodologie tattiche d’intervento, che possano far crescere l’influenza dei rivoluzionari nella classe dei lavoratori.

4) Il centralismo democratico. Le questioni di metodo non sono secondarie, c’entrano con la democrazia operaia che vogliamo costruire. Anche in organizzazioni formalmente antistaliniste abbiamo verificato che la mancanza di una chiara impostazione teorica produca le peggiori degenerazioni opportuniste e burocratiche (la nostra esperienza nel PCL ci ha insegnato questo anche empiricamente). Pertanto il partito da costruire e il dibattito su cui analizzarlo non può prescindere dal metodo del centralismo democratico, che è venuto fuori nel corso della storia dalla realizzazione dialettica dell’assemblea operaia. Un metodo che la maggior parte dei partiti e delle organizzazioni della sinistra di classe rigetta sia nella pratica che nella teoria.
Il centralismo democratico garantisce una vita di organizzazione senza burocrazie e senza forze centrifughe, che coniuga la possibilità d’intervento sugli organi di comunicazione del Partito nei limiti del suo programma generale, ma mantenendo l’unità d’azione dell’organizzazione. Garantisce cioè, com’è stato sempre nella storia della tradizione bolscevica, la possibilità di costruire frazioni e tendenze senza bavagli, e di lottare democraticamente per la conquista di tutta l’organizzazione alle proprie posizioni. La Storia del Partito bolscevico non è stata quella rappresentata in maniera volgare dallo stalinismo e del togliattismo del Partito dove Lenin comandasse sul resto dell’organizzazione. È stata una storia di correnti e frazioni in lotta fra loro per far vincere delle posizioni. Lo stesso rivoluzionario russo è stato in minoranza fino all’Aprile 1917, dove con un lavoro metodico e instancabile riuscì a conquistare il partito alle sue tesi proposte al Congresso.
Fu la degenerazione dello stalinismo a distruggere questa importante eredità, approfittando dell’isolamento della rivoluzione in Russia e del fallimento di quella spartachista in Germania.

5) La lotta alle burocrazie sindacali. Un aspetto centrale d’intervento dei rivoluzionari è il come intendere la battaglia nei sindacati per la conquista della direzione della maggioranza dei lavoratori. Questo obiettivo può essere raggiunto con una lotta di “frazione” nei sindacati di massa burocratizzati o dal lavoro in sindacati più piccoli o combattivi. Può essere anche il frutto dell’unità di questi sindacati o di una scissione di massa da un sindacato reazionario. Ciò che demarca i rivoluzionari da tutti gli opportunismi centristi è che non fanno di questo o quel sindacato un fattore discriminante di lotta politica. Stesso discorso vale per i movimenti giovanili e delle donne. Per noi la lotta economica e rivendicativa è una “palestra di autorganizzazione” proletaria e di esperienza per temprare le capacità dei quadri rivoluzionari, la formazione di quelli di classe sul piano dell’alternativa politica. I rivoluzionari coniugano le più svariate tattiche d’intervento, ma sempre delimitandosi programmaticamente in modo da sedimentare al proprio progetto le forze operaie migliori di tutti i sindacati. Questo lavoro è propedeutico all’avanzamento della politica del fronte unico e alla costruzione di “soviet”, cioè di organismi di base trasversali dei lavoratori, strutture attraverso le quali si tradurrà in concreto (e non in astratto, come fanno gli estremisti di sinistra e i centristi) il governo dei lavoratori.

La Frazione Internazionalista Rivoluzionaria lavora in questo senso, con questi metodi e queste prospettive. Non c’interessa autoproclamarci. Ci rendiamo conto che la nascita del Partito che abbiamo in mente non sarà lo sviluppo della nostra propria corrente, ma sarà un insieme di esperienze di frazionismo, unità, scissioni, composizioni e ricomposizioni. Tutta la Storia del bolscevismo lo dimostra. Per questo siamo disponibili, a partire da questa base a lanciare il più ampio dibattito con organizzazioni e militanti rivoluzionari che vogliano lottare concretamente per la costruzione di questo tipo di partito.
La nostra ambizione è costruire la sinistra rivoluzionaria che diriga milioni di lavoratori alla guerra civile rivoluzionaria e alla conquista del potere.

Douglas Mortimer

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