Quando lo stalinismo votò la politica del fronte popolare

  • Category: Teoria
  • Date: luglio 31, 2017

L’ascesa del fascismo in Europa trovò pieno campo libero quando l’Internazionale Comunista nel suo VII congresso (1935) appoggiò la politica dei “Fronti Popolari”, ovvero la politica di mettere la classe operaia sotto la guida della presunta borghesia “democratica” per combattere il fascismo.

Già nel 1928, León Trotsky anticipò teoricamente le oscillazioni dell’Internazionale Comunista e vi scrisse delle profonde critiche: “Stalin è il grande organizzatore di queste sconfitte e questa è la Terza Internazionale dopo Lenin”. In questo modo, cercò di riunire con la strategia rivoluzionaria l’Internazionale Comunista sulla base di questa definizione: “la tattica si limita ad un sistema di misure relative ad un problema di particolare attualità o ad un terreno separato della lotta di classe. La strategia rivoluzionaria copre un intero sistema combinato che deve portare il proletariato alla conquista del potere” [1]. Ma dopo tale critica, non solo Trotsky fu messo a tacere, ma fu proibito anche ai suoi compagni di poterlo aiutare e vennero rinchiusi nei freddi campi di concentramento della Siberia. Questa sarebbe, secondo lo storico Pierre Broué “L’università del bolscevismo” in condizioni estreme di persecuzione, calunnia e morte. Esso ha ormai iniziato un percorso irreversibile di collaborazione di classe con la borghesia.

L’ascesa del nazismo in Germania, favorita dal rifiuto del combattimento PCA e il fronte unico con i socialdemocratici contro la sua ascesa, significò la morte dell’Internazionale Comunista come partito internazionale; gli eventi che si succederanno in Francia e in Spagna confermeranno poi la sua totale morte.

In Francia, all’inizio del 1934, i fascisti diventarono protagonisti di manifestazioni contro il parlamento ormai pieno di scandali e corruzione. Non ci riuscirono, ma il governo cadde e se ne formò uno nuovo sotto lo slogan di “unità nazionale” che sarebbe diventato parte del gruppo di destra Alleanza Democratica. Il movimento operaio, impegnato nelle migliori tradizioni rivoluzionarie, rispose con scioperi e manifestazioni chiedendo al governo di sciogliere immediatamente le bande fasciste. Queste azioni trovarono il loro punto più culminante il 12 febbraio, quando esplose lo sciopero generale. Tuttavia, questo grande fervore per contrastare il fascismo, fu deviato dal (SFIO) partito socialista e dal (PCF) partito comunista. Trotsky allora propose il fronte unico operaio per contrastare i piani della borghesia e sostenere finché necessario un programma globale per contrastare i fascisti e conquistare le “classi medie” per un’alleanza rivoluzionaria diretta dalla classe operaia. Ma questo programma, lo dovette mettere su con i comitati di azione, eletti dalle masse, con l’intento di trasformarli in consigli di operai e contadini come i soviet in Russia. E siccome il fascismo non lo si discute, ma lo si combatte, Trotsky avvertì che quelle bande erano armate direttamente dal capitale, pertanto i lavoratori hanno tutto il diritto di organizzare la propria difesa armata, tramite la costruzione di milizie operaie organizzate tramite il luogo di lavoro.

Ma nel 1935, quelli che furono “fascisti sociali”, come amava chiamare lo stalinismo i partiti socialisti (che rifiutavano il fronte unito di colpire insieme, marciare separati) furono “alleati democratici” e chiamati all’unità “antifascista” insieme a rappresentanti dell’imperialismo “democratico”. Questa unità, non ebbe certo lo scopo di sostenere la lotta, ma al contrario di indebolirla. Così, nel 1935 il PCF (Partito Comunista Francese) formò il “Fronte Popolare” con la socialdemocrazia e una frazione del Partito Radicale.

Questa politica criminale cominciò così a prendere forma quando lo stalinismo presentò questo orientamento come un modo per conquistare la classe media, quando i lavoratori ormai con mani e piedi legati ruppero con il fronte e si videro costretti a cedere i loro interessi alla borghesia francese. Trotsky sostenne che: “Il Fronte Popolare, nella sua forma attuale, non è altro che l’organizzazione della collaborazione di classe tra gli sfruttatori politici del proletariato riformista e stalinista, e gli sfruttatori della piccola borghesia, i radicali. Le elezioni reali per i comitati di azione di massa espulsero automaticamente gli imprenditori borghesi del Fronte Popolare e, di conseguenza questo scatenò un susseguirsi di dimostrazioni e combattimenti di strada per distruggere la politica criminale propagata da Mosca. Il compito del partito proletario consiste, non nel frenare e paralizzare questi movimenti, ma di unificarli e dargli una maggiore forza” (in che direzione va la Francia?). E aggiunge:“i comitati d’azione prenderanno le loro decisioni a maggioranza, avendo la totale libertà di aggregarsi in partiti e frazioni. Nelle relazioni con i partiti, i comitati d’azioni possono considerarsi parlamenti rivoluzionari: i partiti non sono esclusi, al contrario sono mezzi necessari. Però al tempo stesso, devono essere controllati nell’agire e così facendo le masse imparano a liberarsi dai partiti marci”.

Il momento culminante fu nel 1936, quando il movimento di sciopero trovò la sua concretezza nell’occupazione delle fabbriche. Ma ancora una volta il movimento venne deviato a favore di alcune concessioni lavorative e lo stalinismo fermò l’ondata rivoluzionaria.

E così mentre le aspirazioni del movimento operaio francese andarono in fumo, nel febbraio dello stesso anno trionfò il governo del Fronte Popolare in Spagna, composto dai grandi partiti riformisti come i socialisti, il PCE (Partito Comunista Spagnolo [Español]), il POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista) e in seguito anche gli anarchici del CNT-FAI (Confederazione Nazionale del Lavoro – Federazione Anarchista Iberica) tradendo i propri principi sopra ogni sorta di “stato”.

Nel maggio dello stesso anno, Franco lanciò l’offensiva per spazzare via tutto il movimento rivoluzionario iniziato nel 1931 con la caduta della monarchia. Lo stesso processo rivoluzionario che Trotsky caratterizzò come processo dai “ritmi lunghi” (differenziandolo così dalla rivoluzione russa del 1917, ma allo stesso tempo con un punto di partenza molto più avanzato di questa). In seguito i lavoratori spagnoli si lanciarono a saccheggiare le armerie, a prendere le fabbriche, a stabilire dei lavoratori di controllo e i contadini nel frattempo presero le terre e le case di grandi proprietari terrieri, saccheggiarono e bruciarono chiese, simbolo dell’oppressione oscurantista nei secoli che chiaramente si identificava con il franchismo. La Rivoluzione era in corso, ma lo stesso tipo di ostacolo si opponeva al cammino del trionfo: il Fronte Popolare. Mentre Franco ricevette armamenti da Hitler e Mussolini, il Fronte Popolare con l’ingannevole slogan “prima bisogna vincere la guerra, poi si farà la Rivoluzione”, è stato in realtà il responsabile del disarmo del movimento rivoluzionario. In questo modo, passarono per un “corpo anti – fascista” quelli che in realtà furono i collaboratori della classe borghese, per non spaventare i suoi alleati che erano già passati dalla parte del fascismo. E qui sta il problema chiave: se ogni centimetro di terra che si tolse ai proprietari terrieri non venne ripartito tra i contadini poveri, perché costoro appoggiarono la parte repubblicana del Fronte Popolare? Se ogni fabbrica occupata non fu posta sotto il controllo operaio per soddisfare le necessità più urgenti del fronte di battaglia e delle masse urbane, perché gli operai dovettero consegnare le armi e sottomettersi ai dettami del Fronte Popolare? Trotsky sostenne che il fascismo è la reazione, non feudale, che parte dalla borghesia e contro cui non vi si può apporre altro rimedio se non la lotta di classe e la Rivoluzione proletaria (“La vittoria era possibile”). Jean Rous, uno dei compagni di Trotsky presenti nella Rivoluzione, racconta che:“Chiunque osservi la situazione spagnola si convincerebbe della schiacciante superiorità dei metodi di gestione socialista dell’economia rispetto a quelli capitalistici. Da quel momento, il lavoratore, che prima ha lavorato per se stesso, lavora per tutti e acquista un maggiore senso di responsabilità che prima sotto la schiavitù capitalistica non aveva (…) ogni lavoratore in pratica ha potuto constatare attraverso la cruda realtà  che i metodi democratici non avrebbero assolutamente portato alla sconfitta del fascismo e che quindi l’unica soluzione era la Rivoluzione socialista con l’espropriazione dei proprietari terrieri e la costruzione dello stato operaio”[2]. Una tale rivoluzione, piena di entusiasmo dal basso, piena di vigore e di forza verrà liquidata dall’interno dal lavoro controrivoluzionario del Fronte Popolare.

Nel 1937, scoppiarono le “Giornate di Maggio” e gli operai di Barcellona, dimostrando ancora una volta un grande esempio di eroismo, affrontarono le provocazioni dello stalinismo e occuparono la centrale di telefonia come simbolo di lotta contro il POUM. Ma ancora una volta, il rifiuto di prendere il potere da parte degli anarco – sindacalisti, li portò alla deriva pagando il prezzo più alto per la loro collaborazione con la borghesia (in questo documentario, è possibile vedere i loro capi riconoscendo – a suo modo – il tradimento).

Trotsky, facendo un duro bilancio, sostenne che: “Non sono mancati né l’eroismo delle masse né il coraggio di rivoluzionari isolati. Ma le masse sono state abbandonate al loro destino ed i rivoluzionari sono stati separati da queste, senza un programma, senza un piano di azione (…) i soldati hanno perso la fiducia nei loro comandanti, le masse nel loro governo, i contadini stanno in disparte, i lavoratori sono ormai stanchi e la demoralizzazione è cresciuta. Non era difficile prevedere tutto questo fin dall’inizio della guerra civile. Il Fronte Popolare era destinato alla sconfitta militare perché finalizzato a salvaguardare il sistema capitalista. Il bolscevismo è stato sopraffatto e Stalin ha compiuto con successo il ruolo di becchino della Rivoluzione” [3].

Infine, stabilendo una relazione dialettica nel suo manoscritto che si intitola “Classe, partito e direzione” Trotsky sostenne anche che:“Nei momenti cruciali di giri storici, la leadership politica può diventare un fattore cruciale come un comandante in capo nei momenti critici della guerra. La storia non è un processo automatico. Altrimenti come si spiega l’esigenza di leader? Perché i partiti? Perché i programmi politici? Perché le lotte teoriche?” [4].

Questo alto prezzo fu pagato per la collaborazione di classe con la borghesia, voluta in primis dalla politica del 27 luglio 1935 al VII Congresso dell’Internazionale Comunista. E con la Rivoluzione, l’Internazionale Comunista confermò la sua morte voluta dal suo becchino principale: Stalin, che la farà poi sciogliere definitivamente qualche anno più tardi. Ma allo stesso tempo, nacque un nuovo raggruppamento proprio sulla base di queste tragiche lezioni e sulla base delle migliori tradizioni rivoluzionarie delle tre antecedenti internazionali: la Quarta Internazionale guidata da León Trotsky.

E dato che la nostra è un epoca preparatoria, questi problemi assumono una rilevanza fondamentale, strategica, in cui bisogna formare nuovi militanti e quadri operai, giovani e donne a combattere le lotte per l’indipendenza di classe, in modo che la vittoria sia possibile e il possibile diventi reale: una società senza sfruttati e senza sfruttatori.

1 León Trotsky, Stalin, Il grande organizzatore di sconfitte. La Terza internazionale dopo Lenin, ed. IEPC – LT (2012), p. 131.

2 Jean Rous, 70 anni dopo la guerra civile spagnola. La vittoria era possibile, ed. IPS “Karl Marx” (2006), pp. 24 – 25.

3 León Trotsky, La vittoria era possibile. Scritti sulla rivoluzione spagnola (1930 – 1940), ed. IEPC – LT (2014), pp. 388 – 389.

4 Ibidem, p.434.

scritto da: Daniel Lencina

fonte: www.laizquierdadiario.com

Traduzione di Lorenzo Montanari

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