Essere figli di migranti …

Un’interessante riflessione sul tema immigrazione tratta dal libro “SONO QUI DA UNA VITA – Dialogo aperto con le seconde generazioni” di Anna Granata


Nella quotidianità il tema immigrazione è diventato ormai una delle questioni principali quando si affrontano tematiche politiche. Esso è un argomento molto delicato che la maggioranza della popolazione vede con superficialità e come un problema da risolvere con soluzioni drastiche ed esclusioniste. Tuttalpiù si parla di immigrati e questione migratoria senza esserne molto informati, adottando luoghi comuni, stereotipi e pregiudizi che talvolta possono sfociare anche in episodi più o meno violenti di razzismo. Si adotta di principio una visione sbagliata, etnocentrista ed universalistica, che vede un NOI (italiani) e un loro (STRANIERI) diffusa tra le masse da media, mass media e partiti politici, e che non si mette mai invece nei panni del migrante per offrire una visione nuova, più approfondita e soprattutto che va oltre i semplici e convenzionali confini nazionali.

Proprio per abbattere questi stereotipi e aprire un dibattito molto più vasto e argomentato, baseremo questo articolo proprio su alcune riflessioni di un libro di pedagogia interculturale “SONO QUI DA UNA VITA – Dialogo aperto con le seconde generazioni” di Anna Granata, centrato proprio sull’argomento delicato delle cosiddette “seconde generazioni”.

Ma innanzitutto, chi sono le “seconde generazioni” di immigrati? Spesso usiamo questo termine senza sapere a chi ci riferiamo nello specifico, in maniera forse troppo superficiale. In realtà con l’espressione “seconde generazioni” di immigrati ci riferiamo a tutti quelle persone figli di immigrati, che hanno ricevuto in eredità o addirittura vissuto l’esperienza migratoria ma che comunque sono immigrati qui in Italia non oltre il periodo adolescenziale. La loro identità è continuamente in bilico ed oscilla in modo particolare tra due culture: la cultura di origine e la cultura del paese ospitante. Alla domanda che spesso si pongono “Di chi sono figlio io?”, la pedagogia ha individuato quattro figure identitarie: cosmopoliti (non hanno radici), isolati (ovunque a disagio), nostalgici (fedeli solo alla loro cultura di origine), mimetici (vogliono essere considerati italiani a tutti gli effetti).

In conseguenza a ciò è importante anche chiarire cos’è l’etnicità e cos’è l’identità etnica attenendoci sempre alla definizione dataci dalla pedagogia interculturale. L’etnicità infatti è un concetto oggettivo che accumuna più individui in base alla lingua, alla religione, ai tratti somatici, …, l’identità etnica invece è un concetto soggettivo che può risultare diverso da individuo a individuo in base alle sue esperienze e alle relazioni personali costruite nel contesto in cui è vissuto. Due persone possono avere la stessa etnicità ma un’identità etnica diversa. L’identità etnica può essere anche sostituita con la parola cultura. Uno dei maggiori errori che facciamo infatti quando parliamo di cultura è quello di considerarla come un concetto di natura oggettiva e unilaterale per tutti gli individui appartenenti ad un determinato territorio. Si dà per esempio scontato che tutti gli italiani siano di cultura cristiana e cattolica, discendenti dai latini, per poi scendere anche nei pregiudizi, che la maggior parte siano mafiosi, non istruiti, mandolinisti e mangia spaghetti e altri luoghi comuni e generalizzatrici. Tanto per smentirne uno, vorrei ricordare che secondo gli ultimi dati raccolti dall’ UAAR (Unione di Atei e Agnostici Razionalisti) in Italia circa il 18% ovvero circa 11 milioni di abitanti sono atei e agnostici. Considerando che è un dato in lenta ma continua crescita, e considerando anche l’emergere di altre religioni nel paese come quella islamica, il cattolicesimo rimane ancora la prima religione ma con una percentuale molto ridotta rispetto ad anni addietro, il 66%. Un dato che sicuramente smentisce chi ci vuole dipingere come un paese di cultura cattolica!

Per gli immigrati di seconda generazione quindi la loro identità è una rinegoziazione di valori e norme ancora maggiore di quella che faremmo noi, in quanto il contesto in cui si vengono a trovare è un contesto totalmente nuovo e solitamente in forte contrapposizione a quello perpetuato dalla famiglia di origine. Questa dura realtà la vivono soprattutto le figlie femmine, che conoscendo un nuovo modello, non sempre veritiero, di emancipazione femminile nel mondo occidentale, si vedono in continuo scontro con i loro genitori che vedono invece questo nuovo modello come un qualcosa di pericoloso e che concede troppa libertà. In alternativa ripropongono quindi anche sui loro figli i valori della loro cultura di origine senza intaccarli da altri e facendoli così diventare valori museali. Ci ritroviamo quindi molto spesso ad osservare realtà a noi totalmente nuove, e forse talvolta anche in forte contraddizione tra loro, di ragazze islamiche che portano il velo e al tempo stesso gl’infradito o la t – shirt. Si tratta di identità rinegoziate e ancora in continua evoluzione che devono sorbire le pressioni del mondo occidentale capitalista che in molti casi si fa baluardo dell’emancipazione femminile anche per incentivare ulteriori consumi, e dall’altra parte della loro famiglia di origine che vorrebbe riproporre senza contaminazioni le loro usanze e tradizioni come quella legata al patriarcato misogino del velo sul capo per le donne o del matrimonio solo con le persone provenienti dal loro paese.

Anche dal punto di vista giuridico poi, le cose non vanno meglio. I migranti di seconda generazione, sentono su di loro il peso di non essere a tutti gli effetti italiani non solo dalle pressioni ideologiche e sociali dell’omologazione occidentale, dai pregiudizi dei loro coetanei o da veri e propri atti di violenza discriminatoria, ma anche dal fatto che lo stato italiano non riconosce la cittadinanza a questi se non quando hanno compiuto i 18 anni e hanno soddisfatto determinati requisiti tra cui quelli economici. L’Italia è una nazione imperialista e a dimostrarlo infatti è anche il fatto che essa si è preoccupata di fondare il suo concetto di cittadinanza tanto sullo ius sanguinis (cittadinanza per discendenza) ma non altrettanto sullo ius soli (cittadinanza per provenienza). I figli degli immigrati, nati qui, non hanno ancora diritto alla cittadinanza e questo contribuisce sicuramente a farli sentire persone di serie b rispetto ai loro coetanei italiani. Di conseguenza a tutto ciò non può che maturare in loro una scarsa e instabile autostima e in alcuni casi, anche in seguito ad episodi di razzismo e infrarazzismo (boundary events) sentimenti che li fanno sentire diversi, esclusi, estranei al contesto dei loro pari. In alcuni casi potrebbero condurre anche a situazioni estreme come portarli a covare un forte sentimento di odio nei confronti della società occidentale (es. emulazione di atti terroristici collegati all’ideologia jiadista).

Le seconde generazioni devono, inoltre, fare anche i conti con la lingua d’origine. La lingua non è solo un insieme di suoni e simboli con i quali interagire con gli altri ma è soprattutto un importante bagaglio culturale portatore di modi di atteggiarsi, di comportarsi e di conoscere il mondo. Spesso l’esperienza migratoria fa si che questi non la imparino per mancanza di interazione con i nonni andando così a perdere anche quel capitale culturale ed esperienziale appartenente alla loro famiglia. La pedagogia indica questo fenomeno con il termine di Vuoti generazionali proprio a sottolineare la mancanza e la totale assenza di un collegamento tra i parenti rimasti nel luogo di origine e le generazioni cresciute nel paese di accoglienza. Fortunatamente oggi grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie, questi collegamenti possono contribuire a far rimanere vivi questi rapporti, ma ancora più essenziale affinché essi lo rimangano è il ruolo che le generazioni di mezzo devono svolgere e fare così da ponte tra nonni e figli affinché si sviluppi e si mantenga viva in loro un’identità plurale (transnazionalismo emozionale). E di conseguenza anche i loro figli possano trasmetterla alle generazioni successive e diventare così anch’essi portatori e consapevoli di una memoria viva che si lascia interrogare ed evolvere con la società, dovuta al valore di un passaggio esistenziale assunto proprio dall’abbandono della vita precedente con il nuovo status sociale di straniero. Fino a qualche tempo fa, inoltre, l’apprendimento della lingua d’origine era visto come un problema che poteva influire negativamente sull’apprendimento della seconda lingua, oggi fortunatamente, grazie anche ad alcuni studi, si è potuto constatare che l’apprendimento della lingua d’origine migliora il rendimento scolastico complessivo e contribuisce sempre ad acquisire una visione e un’identità pluralista.

Un ruolo cruciale per la conservazione di questi tratti culturali è svolto anche dalle comunità di minoranza dove vi partecipano genitori e figli, solitamente intorno a idee religiose o culturali. Essa viene vista dai genitori come luogo fondamentale in cui confrontarsi con altri genitori, dai figli come luogo in cui formarsi un’identità plurale e dove costruire relazioni più forti e solide con i propri coetanei e luogo di mediazione con le due diverse realtà. La comunità quindi viene intesa come una base sicura per il soggetto in cui interagire e muoversi ma ovviamente deve essere una scelta personale del soggetto, profonda e interiorizzata. Nascono così modi di essere e modi di appartenere in cui ci si rispecchia.

In generale quindi, le seconde generazioni di immigrati, nella formazione della loro identità tenderebbero ad assumere due logiche di assimilazione: logica di assimilazione aut aut (un solo bagaglio culturale) in contrapposizione alla logica di assimilazione et et (far coesistere entrambe le culture). Si parla quindi di identità complesse che hanno almeno un doppio se non un triplo riferimento culturale e che si costruiscono dalla consapevolezza che vi può essere una coesione superando alcune contraddizioni ed errori. La ribellione alla famiglia d’origine è un fattore normale del processo di crescita e ribellione a quei valori oscurantisti e negazionisti della propria espressività personale che si inquadra nell’intero processo di formazione formato in particolare da due movimenti contrari complementari: identificazione e differenziazione. Una dissonanza generazionale che vede una distanza molto forte tra padri e figli, mondi opposti che si scontrano fino a che i figli non prendono le distanze dalla famiglia ottenendo indipendenza ed autonomia sviluppando nella maggior parte dei casi una cultura terza che riprende alcuni aspetti della cultura di origine e alcuni aspetti della cultura del paese ospitante (cultura in – between). La cultura è sempre soggettiva!

Lorenzo Montanari

 

 

 

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