Sacco e Vanzetti: a 90 anni dall’esecuzione la loro vita ispira ancora la lotta!

  1. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono due italiani emigrati negli USA e lì condannati a morte per aver alzato la testa contro le angherie padronali di uno stato che si apprestava a divenire la prima potenza imperialistica mondiale.

Era il 1908 quando Sacco e Vanzetti arrivarono nel Massachusetts – partiti rispettivamente dalla puglia e dal Piemonte –, per inseguire gli imperativi della società: emigra e trova lì il tuo lavoro.
Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America . Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me (Bartolomeo Vanzetti).
Considerati alla stregua di subumani, i due erano gli ennesimi immigrati italiani in una società autoctona che faceva degli immigrati il proprio sfogo sociale.
Entrambi dovettero arrangiarsi, elemosinare un lavoro qui e lì. Pur non conoscendosi, entrambi iniziarono ad approcciarsi alla letteratura di classe, alle analisi scientifiche di Marx, facendo della propria giornata lavorativa una vera e propria giornata di lotta di classe, rivendicativa rispetto a salari e tempi di produzione. La loro militanza sindacale e politica era però osteggiata dai padroni locali, che subito inserirono Vanzetti nelle proprie liste nere, obbligandolo ad arrangiarsi con quello che sarà poi il suo ultimo lavoro: il pescivendolo.
Sacco, invece, trovò nella vita in fabbrica il suo ultimo lavoro.
Scoppiata la prima guerra mondiale imperialistica, i due confluirono spontaneamente in Messico per evitare l’arruolamento, consci della vera funzione della guerra: distruggere vite umane e quindi annientarne la merce forza-lavoro.
i due vennero arrestati nel 1926, non per pacifismo boghese né per altre ideologie distorte ma sulla base di capi d’arresto pretestuosi ed infondati in cui, tra accuse di omicidio e rapina a mano armata, l’unica reale imputazione era quella del possesso di una rivoltella a testa (chi nei primi tre decenni del ‘900 non ne aveva?) e di materiale agitazionistico da distribuire in fabbrica.

Non bastarono le proteste nelle piazze e gli appelli di intellettuali e scienziati dell’epoca, da tutto il mondo, ad evitarne l’ormai certa fine.


Quest’uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni (Richard O. Boyer e Herbert M. Morais, Labor’s Untold Story, ed. United Front, San Francisco 1955).

Nel 1927 furono emesse le condanne alla pena capitale, con esecuzione tramite folgoramento da sedia elettrica. I due compagni anarchici, come tanti altri, furono uccisi dalla macchina statale per conto dell’imprenditoria statunitense.

Ma il loro tragico epilogo dà ancora tutt’oggi l’esempio, sempre più limpido, di come basti poco per essere considerati individui scomodi: Gli immigrati altro non sono che proletari, nella maggior parte della loro composizione sociale.
Oggi più che mai la realtà anticipa le analisi più lucide di tutti gli intellettuali e politicanti prestati alla sinistra di classe: le masse immigrate sono e restano la realtà più combattiva, più propensa alla lotta perché più sfruttata, più discriminata e più osteggiata, in una società che commemora l’omicidio di Sacco e Vanzetti ma intanto ne oltraggia la memoria mettendo in atto politiche sempre più reazionarie contro gli immigrati.

di Sismic.

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