Fabbriche di calzature: supersfruttamento e zero diritti

Sono 20 anni che ogni mattina mi sveglio alle sette per trovarmi prima delle otto sul posto di lavoro.
Preparo velocemente il pasto per il pranzo, prendo la borsetta con gli attrezzi da lavoro (pinze da montaggio per calzature, compasso, ecc. ).
La mia giornata lavorativa inizia alle 8 e termina alle 18. Prima ancora di entrare in fabbrica già da fuori avverto da fuori l’entrata già una puzza orribile. Sono le tante sostanze chimiche rimaste rinchiuse per una notte intera. Ma la mia mia forza d ‘animo e la mia condizione economica mi spingono a non mollare.
È cosi che sfidando il caldo estivo e il freddo invernale inizio a lavorare ininterrottamente fino a che non giunge l’ora di pranzo.

Alle 14 ritorno sulla mia postazione e sento che le forze già stanno per abbondonarmi.
Quando giungono le 17 penso che ho lavorato sin troppo e che dovrebbe essere già conclusa la giornata e invece devo fare ancora un’altra. È cosi che funziona in tante piccole o medie aziende del settore in cui lavoro.
Ancora oggi non mi capacito che senso abbia lavorare così tanto per far accumulare valore nelle tasche dei miei cari padroni.
Arrivano le 18. È finita la giornata. Sono stressato, per i rumori non sento più niente, mi sembra di vederci poco dopo tante ore di lavoro. Quando torno a casa spesso non ho nemmeno l’appetito per cenare, vorrei solo dormire e riposare.

Il giorno successivo si ricomincia e mi sveglio già stanco.
Il mio martirio finisce il venerdì sera  l’ unica mia felicità e’ che il padrone mi paga e finalmente per due giorni posso condividere qualche piccola gioia con la mia famiglia. Ma venerdi, sabato e domenica rappresentano un piccolo spiraglio di luce, che si rispegne il lunedì.

Spesso parlando con i miei compagni di lavoro condividiamo piccole speranze, cioè di essere assunti da qualche azienda più solida dove vi sono più diritti ed un tenore lavorativo nella norma. Piccole speranze, che però non mi soddisfano, perchè vorrei che tutto questo sfruttamento finisse, e che non ci fosse tanta sottomissione nei confronti dei padroni da parte di noi operai. Anche soltanto minimi controlli regolari dell’ispettorato del lavoro, che costringerebbero i padroni a rispettare un minimo le regole.

Spesso ho pensato di cambiare lavoro, ma non cambierebbe nulla e poi amo quel che faccio. Mi piace costruire scarpe  di qualsiasi tipo: femminili, maschili, eleganti, classiche o sportive che siano.
Mi piace guardarle in tutte le vetrine di ammirarle e di valutare la loro qualità artigianale .

Le mie soddisfazioni stanno proprio di vedere il mio lavoro in grado di creare un prodotto meraviglioso, ma allo stesso tempo mi regala altrettanta tristezza e sofferenza per non potermi appropriare del frutto del mio stesso lavoro. Non sono io a usufruire di quel valore prodotto.

In aziende come le mie non ci arrivi tramite un regolare curriculum o un’iscrizione a qualche agenzia interinale.
Basta che lasci il tuo numero in qualche specifico bar, oppure in qualche bacheca di qualche zona industriale e vieni contattato dal datore del lavoro a cui serve manodopera.
Il contatto è diretto per ogni mansione. Un salario giornaliero che non supera i 60 euro e ovviamente il lavoro è a nero e senza un orario preciso.
La durata lavorativa è in base alla quantita’ produttiva  ed ovviamente non supera i 6 mesi stagionali, quindi faccio continui sono costretto continuamente a cambiare fabbrica e vengo assunto da padroni diversi di volta in volta. Non sempre, purtroppo, riesco a garantire a me e alla mia famiglia un salario fisso, perchè per molti mesi resto fuori produzione.

Nel caso di un assunzione a contratto le modalità non variano nella sostanza. Spesso mi demansionano pure. Oltre il danno la beffa. In questo caso faccio lo stesso lavoro di un operaio di 5 livello secondo il contratto nazionale del calzaturiero, ma la paga resta quella da 60 euro. Dovrei guadagnare 1700 euro, ma ne guadagno 1200 anche in questo caso.

In poche parole il salario massimo che percepiamo corrisponde a quello minimo per la categoria, rappresentata dal I livello.
Altri tipi di problemi te li fanno sull’assegno familiare. Alcuni padroni non la vogliono dare e spesso non mi faccio inquadrare.
Il TFR, invece, non te lo danno nemmeno sotto ricatto.

A volte vorrei fare la guerra a tutti questi imprenditori, ma da solo non posso cambiare questo sistema e quindi per non rimanere senza lavoro devo spesso accettare condizioni ingiuste.

Seguo poi le vicende politiche. Quando sento dire che ci sono partiti come il movimento 5 stelle che vorrebbero finanziare le piccole e medie imprese mi ribolle il sangue nelle vene. Se il lavoro che vogliono portare i politici di questo partito, mi verrebbe da dire che è a me non è mai mancato ed è solo sfruttamento.

Pietro Tresso

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