Possession: l’orrore della bellezza

David Lynch definì Possession “La pellicola più completa degli ultimi trent’anni” poiché, in appena 127 minuti, riesce a condensare la maggior parte dei generi cinematografici. La maestria del regista Zulawski è tale da mostrarci azioni\eventi tipici di un classico come “Scene da un matrimonio” di Ingmar Bergman, critiche socio-politiche ed inquadrature statiche alla Fassbinder e, infine, ci fa sprofondare negli abissi dell’orrore, quello puro, raffinato, terrificante (creando un connubio perfetto tra la lezione dei maestri dell’horror all’italiana e pellicole nord europee come “Persona” del già citato Ingmar Bergman).

Berlino, 1981. Anna (Isabelle Adjani) e Mark (Sam Neil) sono una coppia sposata da tempo che sta affrontando una crisi coniugale. Questo cancro si diffonderà fino ad uccidere il rapporto, quando Mark scoprirà il tradimento di Anna. Una volta separati, Mark inizierà un’estenuante ricerca per rintracciare “l’altro uomo”. I momenti di crisi, accompagnati da violenza sadomasochista, si alternano a momenti bui, in cui di Berlino non resta nulla: solo mura scarne, vuote, mura non capaci di proteggere chi vi abita all’interno. Il cancro nel rapporto di coppia, diventerà (o forse lo è già dall’inizio del film) una malattia nata dalla stessa Berlino (o dalla stessa società? )

Perché, dunque, un film dell’orrore? L’orrore non nasce dalla violenza domestica, non nasce dalle ambigue azioni del figlio di Anna e Mark al quale piace restare decisamente troppo tempo sott’acqua, non nasce nemmeno dalla creatura demoniaca creata da Carlo Rambaldi: l’orrore è nella bellezza (come diceva Rilke): la bellezza è Anna. Anna, una brava moglie, madre, angelo del focolare che, improvvisamente, si ritrova a tradire il marito. Qui ha inizio l’orrore, generato da tutti gli impulsi\istinti repressi per obbedire alla bugiarda morale borghese. Anna tradisce Mark, dando vita ad un mostro, una creatura spaventosa con la quale consuma rapporti sessuali nel suo nuovo appartamento. Zulawski pare aver introiettato la lezione di Freud: Anna passa da Super -io a puro Es. Mark cerca di trovare sua moglie, inizia a cercarla anche nelle persone che incontra. Il risultato sarà l’incontro con la maestra del proprio figlio, identica ad Anna (la Anna Super – io). Ed ecco ricominciare lo stesso circolo vizioso da cui eravamo partiti. Il cancro comincia a diffondersi nuovamente, dopo aver ucciso le sue vittime precedenti.

La scelta di una città come Berlino non è casuale. Siamo nel 1981, la città è ancora divisa dal muro, quindi una realtà che dovrebbe essere unica (come la coppia) si trova divisa (come Anna e Mark o, meglio, Anna come singola e Mark come singolo). Il muro soffoca i protagonisti, esattamente come la fame voyeuristica di Zulawski, che segue incessantemente la coppia come un guardone ( con piani sequenza degni di Shining di Kubrick). Zulawski aiuta lo spettatore ad addentrarsi nel vortice della follia, aiuta lo spettatore e lascia precipitare i protagonisti (magistrale la scena in cui Isabelle Adjani subisce un aborto spontaneo nella metro. Un aborto ripreso come un esorcismo o una possessione demoniaca). Improvvisamente eccolo: il fondo dell’abisso.
Sabrina Monno

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