Appunti sull’assemblea di Milano per lo sciopero generale

Pubblichiamo qui un primo articolo “a caldo” di un nostro redattore presente all’assemblea per lo sciopero generale tenutasi ieri a Milano. Torneremo con altri scritti sul tema, che merita senz’altro una particolare attenzione.

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Riporto qui alcuni ragionamenti che non mi è stato possibile svolgere a voce all’assemblea per lo sciopero generale di Milano, avendo la presidenza eliminato il mio intervento (con diversi altri), “potando” quindi anche l’unico esponente del movimento studentesco italiano che intendeva portare il pieno sostegno suo e della sua realtà (il Coordinamento Studentesco Rivoluzionario) allo sciopero generale del prossimo 27 ottobre – tutto questo mentre si faceva parlare, addirittura prima di importanti dirigenti sindacali, un esponente della giovanile del partito di quel bombardatore di yugoslavi che è Marco Rizzo.

Approfittando della forma scritta, svolgerò il mio ragionamento molto di più di quanto non si sarebbe comunque potuto fare a voce.

Premessa: l’esito dell’assemblea è quello della conferma dello sciopero del 27 ottobre ristretto, di fatto, ai soli soggetti che lo hanno inizialmente convocato.

1. Come affermato efficacemente anche da Aldo Milani nel suo intervento, all’assemblea dei contenuti dello sciopero si è parlato poco. Cosa assolutamente negativa, perché i punti centrali su cui si sciopera hanno nel loro complesso una caratteristica molto importante (se li si prende sul serio e non come “lista della spesa”): nel loro insieme, sono irrealizzabili in questa Italia, in questa economia, con questa forma di Stato. Garantirea tutti un salario adeguato a uno standard di vita davvero soddisfacente, garantire cure e servizi di qualità per tutti, garantire la fine delle guerre fra Stati sono cose che si potranno fare solo togliendo il potere economico e politico alla classe dominante, i capitalisti, ponendo fine alla società basata sul capitale, sulla schiavitù del salario, sulla competizione omicida del “libero mercato”, sulla fame affiancata alla sovrapproduzione di merci.

Non credo che tutti i partecipanti a questo percorso si rendano pienamente conto del potenziale politico che il chiarimento di questo fatto porterebbe ai lavoratori. Il principale mezzo di conquista di un livello politico, generale della lotta dei lavoratori, che diventa così veramente “lotta di classe”, è proprio quello di far padroneggiare a fasce sempre più larghe di lavoratori un programma, e delle pratiche di lotta coerenti con esso, che continuamente elevi le rivendicazioni e le aspirazioni dei lavoratori stessi. Perché si faccia pressione ai singoli lavoratori, alle aree, alle sigle sindacali più arretrate e/o compromesse con la borghesia affinché emergano, si rafforzino, si diffondano settori di lavoratori e di loro delegati che entrano nell’ottica di una lotta anticapitalista di principio ai padroni, che abbia sempre e comunque come obiettivo quello della fine del capitalismo e del passaggio del potere economico e politico alla classe lavoratrice; la sola storia sindacale italiana dal Dopoguerra a oggi basta a confermare ai dubbiosi che l’alternativa a questo profilo è il progressivo abbandono dell’indipendenza di classe di fronte alla borghesia e la graduale sottomissione e cooptazione dei sindacati come organi parastatali erogatori di servizi e controllori dell’ordine padronale sui luoghi di lavoro.

2. Tornando agli studenti: a parte un minimo fuoco legato al massiccio quanto estemporaneo sciopero degli insegnanti del 5 maggio 2015, il movimento studentesco continua una fase di riflusso e desertificazione che sta facendo consolidare la nuova “buona scuola” renziana nei territori a tutti i livelli, parallelamente alla perdurante distruzione pezzo per pezzo dell’università pubblica così come era stata ridisegnata dalle lotte studentesche e operaie di mezzo secolo fa.

Una situazione in cui l’incapacità di mettere un campo un percorso politico che desse un’alternativa complessiva, di sistema, politicamente indipendente dai capitalisti e dai partiti loro amici, ha lasciato molto terreno ai vecchi gruppi riformisti “sindacali” che puntualmente fungono da dissipatori delle energie degli studenti, che potrebbero avere impieghi infinitamente più proficui della minuta contrattazione quotidiana, associata alla collaborazione più o meno sfacciata con la borghesia “di sinistra” (PD, D’Alema-bersaniani, Pisapiani, Vendoliani riciclati e via degradando), e del ruolo di “truppe cammellate” dell’associazionismo interclassista, pretesco o laico che sia. Soggetti che rivendicano peraltro solidarietà e magari complicità coi lavoratori, salvo, guarda un po’!, essere assenti a momenti come quello dell’assemblea di Milano. A queste bande (dalle quali ciclicamente è selezionato il personale dirigente della politica borghese di cui sopra) è stato sostanzialmente lasciato in mano il controllo di interi territori e la direzione dell’attuale parodia del movimento studentesco: non una tragica fatalità, ma una sconfitta per chiunque, movimento operaio e studentesco, in teoria si oppone a questo devastante sfondamento di forze apertamente filoborghesi nei nostri rispettivi campi.

Se deve essere operaia l’egemonia sui vari settori di lotta e di movimento che, più o meno chiaramente, si contrappongono alle politiche padronali, la responsabilità di invertire questa tendenza generale è in primis del movimento operaio stesso – non fosse altro che, banalmente, la maggior parte degli studenti è composta da figli di lavoratori e disoccupati, non da alieni.

Dunque, se l’unica realtà studentesca che si presenta a Milano è il CSR (che certo non è una grossa tendenza politica tra gli studenti italiani), vuol dire che un problema c’è, e pure grosso. E che si deve affrontarlo per risolverlo nel tempo, per ridare forza e prospettiva a un movimento studentesco senza ossigeno. Lasciandosi alle spalle le devastanti concezioni e prassi da “piccoli gruppi compatti” che si lanciano a testa bassa contro i colossi posti a difesa della borghesia – burocrazia scolastico-universitaria, polizia, istituzioni politiche e culturali. Se la mancata politica di fronte unico ha fatto e continua a fare danni tra lavoratori (come dimostra la stessa assemblea di Milano), la storia non cambia per quanto riguarda gli studenti: anche fra noi studenti, l’inerzia e le forze che si mettono di mezzo alla ripresa di una lotta dura e profonda, le possiamo battere impiegando senza paura la massima unità d’azione e la sottomissione alla democrazia assembleare, unico strumento perché i grandi numeri di studenti (non i gruppi “d’avanguardia”) portino avanti mobilitazioni e lotte sentendole proprie, e non calate dall’alto da non si sa bene chi e non si sa bene perché e percome.

3. Il veto alla negoziazione con USB e Confederazione Cobas (non parliamo poi della CGIL! pare, nella testa di alcuni, che l’unica opzione per i compagni lì tesserati sia abbandonare la CGIL sempre e comunque per… entrare nella loro sigla! E… muoia la CGIL con tutti i suoi i suoi iscritti!!??). Paliamone, seriamente, non per buttare in caciara la polemica. Perché la cosa è dannatamente seria e, anche da questo fronte, dipende uno sviluppo più o meno felice del movimento operaio italiano.

Partiamo da una considerazione generale che è stata perlopiù ignorata in assemblea (persino da sindacalisti “ultramarxisti” che se ne dovrebbero intendere!): lo sciopero è la principale arma di lotta della classe lavoratrice contro quella capitalista precisamente perché esso consiste nel blocco dell’economia del mercato capitalistico. Questo fatto non è fortuna o caso: si basa sul fatto che la classe lavoratrice è quella che produce le merci e il valore che esse contengono, e che fa sì che queste merci passino dal processo di circolazione e compravendita che fa sì che il capitale investito dai capitalisti – proprietari delle merci stesse e dei mezzi che le producono – a ogni giro aumenti e permetta a loro di rimanere competitivi nella lotta all’ultimo sangue contro gli altri capitalisti.

Dunque, anche un bambino capisce che il blocco di questo meccanismo è tanto più efficace quanto più è diffuso. Un fatto oggettivo, evidente, indiscutibile. La forza dell’atto in sé dello sciopero, quindi, dipende in buona sostanza da quanti lavoratori vi prendono parte – essendo poi importanti, certo, tutta una serie di variabili, come la qualità delle azioni messe in campo durante lo sciopero, e la partecipazione più o meno concentrata nei settori più fondamentali e strategici dell’economia (per capirci: fanno molto, molto, molto più danno alla borghesia 7.000 metalmeccanici che scioperano, che 7.000 professori universitari, economicamente improduttivi, che scioperano). Questo ragionamento deve essere chiaro non solo perché è fondamentale in sé, ma perché dà sostanza pratica al discorso politico della processualità politica connessa allo sciopero e in generale alla lotta del movimento operaio: non cresce in qualità e qualità il movimento, se non attraverso prove di forza sempre più riuscite e numericamente larghe. Certo, ci si può accontentare di fare piccoli scioperi, piccole lotte con piccoli sindacati per un tempo indefinito, ma non è questo che corrisponde alle esigenze e ai compiti storici della classe lavoratrice; non è lecito, non deve essere lecito “accontentarsi” per poi magari gridare che i partecipanti a uno sciopero ristretto, per quanto importante, come sarà quello del 27 ottobre, siano “la classe lavoratrice che lotta” – una bugia che fa solo danni e che instilla una mentalità settaria che non ci porterà mai ad avere per davvero “la classe lavoratrice che lotta”.

Chiariti questi punti fondamentali, veniamo all’oggetto della contesa. In buona sostanza, i gruppi dirigenti di CUB, SGB e SLAI Cobas hanno presentato compatti la posizione secondo la quale, riassumendo, l’indizione di uno sciopero con USB e Cobas la si può fare se e quando ritireranno la loro firma dal Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR) del 10 gennaio 2014. Se questi sindacati sono complici anch’essi dei padroni nel sottrarre i diritti fondamentali di sciopero etc. ai lavoratori, questo il ragionamento, che diritto hanno di mettere becco in uno sciopero che giustamente (e ci mancherebbe) rivendica il ritiro di tale testo? Una posizione che, in apparenza, suona radicale e gelosa dell’onore della classe, da preservare dall’opportunismo burocratico. Concretamente, al contrario, è una posizione che danneggia e compromette la forza dello sciopero in sé, come ho spiegato, per diversi motivi; ne individuo qui due fondamentali:

   1. La caratteristica essenziale di uno sciopero generale è che blocca l’economia in molti settori, con una partecipazione numerica importante di lavoratori che sospendono l’erogazione della loro forza-lavoro, bloccando il meccanismo della riproduzione della merce e del capitale in prima battuta, della società intera in seconda battuta. Questo vuol dire che, per quanto riguarda l’essenza dello sciopero, è assolutamente ininfluente se una parte dei partecipanti è guidata da forze sindacali che non rivendicano questo o quel punto di piattaforma condiviso da altre sigle. Il lavoro non viene erogato comunque. La produzione e la circolazione di merci si blocca comunque (ammesso che sia uno sciopero generale vero, non una sua riproduzione in sedicesimo).

  2. Come scritto sopra, la conquista di settori più larghi di lavoratori a pratiche e programmi più avanzati non la si fa con prediche e evangelizzazioni “da lontano”, erigendo steccati fra i lavoratori di diverse organizzazioni talmente larghi e profondi da far impallidire le fortificazioni di Cesare alla battaglia di Alesia ma, al contrario, sforzandosi di tenere a contatto quanto più possibile i lavoratori e le forze più combattive e avanzate con settori arretrati più larghi, al fine di favorire non solo la maggiore unità e forza nella lotta, ma anche la crescita di quello spirito di corpo che costituisce l’essenza morale della coscienza di classe e che, crescendo, facilita il dialogo, il confronto su pratiche e posizione, l’avanzamento politico di tutti i partecipanti. L’alternativa è il dilagare e l’approfondirsi dello spirito di setta, dell’attaccamento fanatico alla propria sigla di riferimento, associato all’ostilità, se non all’odio viscerale verso le altre sigle, mentre magari formalmente i dirigenti dei rispettivi sindacati rivendicano astrattamente una ideale unificazione delle proprie sigle.

La concreta unificazione sindacale dei lavoratori può passare solo dalla loro concreta convergenza, con le sue contraddizioni, le sue avanzate e le sue ritirate, nel fuoco dell’organizzazione e della lotta generale.

Ora, la concezione sbagliata di negazione a priori di accordi e compromessi con i gruppi dirigenti sindacali burocratizzati (perché, volendo togliere ogni dubbio, così consideriamo le direzioni Cobas e USB nel loro complesso, e la loro assenza a Milano ne è prova evidente) non solo è dannosa per i motivi di cui sopra, ma anche perché si associa alla mitizzazione di chi pratica queste prese di posizioni apparentemente così “radicali” e “classiste”: gruppi dirigenti in contrapposizione, entrando in questi vortici di polemica sempre più strumentale, finiscono per accantonare autocritica e disponibilità a correggere errori sulla base del confronto con altre realtà, terminando con vere e proprie rimozioni della realtà. In questo senso, l’episodio che ha creato qualche attimo di tensione “fisica” in assemblea, è esemplificativo. Il coordinatore del SI Cobas bolognese, meritoriamente presente nonostante diversi duri giorni di picchettaggio alla SDA all’interno dello sciopero diffuso contro il nuovo contratto-fregatura, ha ritenuto opportuno “riportare alla realtà” l’assemblea dopo aver assistito, appunto, a diversi interventi che stavano esulando dai contenuti dello sciopero per ribadire e ripetere a noia la sacralità della contrapposizione feroce alle sigle che hanno firmato il TUR; come l’ha fatto? Riportando il fatto oggettivo che, a fronte dello sciopero dei facchini SI Cobas in SDA, in una fase peraltro delicata (caratterizzata da minacce inquietanti, da parte di fascisti di tutta Italia, di organizzare squadracce per massacrare gli scioperanti in picchetto), una cinquantina di facchini tesserati SGB ha continuato a lavorare alla SDA di Bologna. Manco a dirlo, la semplice affermazione del fatto in quanto tale ha sollevato l’indignazione dei dirigenti SGB presenti.

Eppure è questo il punto: i discorsi risucchiati in un vortice progressivo di autoesaltazione come “sindacato di classe”, “che fa le lotte” etc. si scontrano prima o poi con una perfezione che non c’è, con le contraddizioni della debolezza materiale e politica dei sindacati che abbiamo oggi e, in primis, dei loro gruppi dirigenti. Una situazione figlia di storie spesso fallimentari e contraddittorie come peraltro ricordato dallo stesso leader SGB Massimo Betti, che però dovrebbe arrendersi al fatto che le contraddizioni oggi non rimangono solo agli altri, e che gli elementi per iniziare un violento fuoco amico anche fra le sigle del 27 ottobre ci sarebbero, a volerli cercare. Un esempio? Diversi esponenti dell’attuale gruppo dirigente di SGB (rimanendo in tema) sono stati  sostenitori della firma del TUR in USB da posizioni di direzione di quel sindacato. Nessuno impediva loro di dimettersi da qualsiasi ruolo dirigenziale in USB per evitare ogni responsabilità su quella firma: hanno poi cambiato idea? Bene, ma farsi alfieri della “purezza anti-TUR” è quantomeno poco credibile, per quel che li riguarda. Ancora: se USB è sezione italiana della WFTU (cioè la internazionale sindacale plasmata dal 1945 dallo stalinismo internazionale, e tutt’ora dominata da personale proveniente da partiti che si rifanno alle varie sfumature dello stalinismo storico, come la Rete dei Comunisti in Italia), SGB ha dalla sua nascita iniziato un percorso per entrare anch’essa in qualche modo nella WFTU. Ebbene, per citare un caso solo di “complicità” tra dirigenti WFTU e padroni, nel 2012 i dirigenti sudafricani della WFTU, settore metalmeccanici (il NUM, National Union of Mineworkers), fecero sparare sui minatori in sciopero nel distretto di Marikana, i quali chiedevano che i propri dirigenti conducessero una lotta dura e coraggiosa contro le multinazionali anglo-olandesi che mantenevano salari da fame nonostante il grande rialzo del prezzo dei diamanti estratti da quei dannati della terra. Che facciamo, esigiamo che SGB e USB, prima di partecipare agli scioperi, ottengano l’espulsione di questi dirigenti sudafricani dalla WTFU? Nessuno, giustamente, si sogna di fare questo – però ci si impunta sulla firma del TUR; una capitolazione opportunistica grave, certo, ma molto lontana dallo far sparare sugli operai in sciopero pur di non appoggiarli. Mentre le vite degli operai ammazzati sono andate per sempre, il TUR può essere scardinato: con una lotta prolungata e larga, che coinvolga larghi settori delle basi anche di USB, Cobas e sindacati confederali. Appunto, con una lotta prolungata (polemizzando con i dirigenti di queste sigle, non ignorandoli), non perché lo si esige “di colpo” in uno sciopero dell’autunno 2017.

Viene, infine, da chiedersi una cosa: cos’è che giustificava la divisione nel sindacalismo di base prima del 2014, dato che il TUR non ci stava? Rispondere seriamente a questa domanda equivarrebbe a riconoscere la natura strumentale delle attuali e delle passate campagne di demonizzazione di intere sigle sindacali e di chiusura nei rispettivi “fortini” di sigla, fortini che assomigliano sempre di più alla sperduta Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati.

In sintesi: l’arroccamento di CUB-SGB-SLAI Cobas-USI sulla data del 27 ottobre con tassativa esclusione di ogni compromesso o accordo con altre sigle per aumentare la portata dello sciopero, collegata all’approccio del tutto sbagliato verso gli iscritti ai sindacati firmatari del TUR, segna una battuta d’arresto del processo di ricostituzione di un fronte unico di lotta della classe lavoratrice in Italia. Niente di irrimediabile: il percorso che ha portato a questo sciopero è comunque un significativo passo in avanti rispetto alla frammentazione folle del recente passato sindacale italiano, e altri passi in avanti sono a portata dei lavoratori combattivi uniti nella lotta aldilà delle sigle sindacali di riferimento.

Giacomo Turci

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