Le estati nella Russia sovietica

Questo è l’ultimo dei tre articoli a cura di Anna Malyukova sui suoi ricordi dell’Unione Sovietica, dove è cresciuta e vissuta prima del collasso. Non è un’analisi politica distaccata sulla situazione nell’ex Unione Sovietica, piuttosto è la storia delle sue esperienze personali, che illustra le profonde contraddizioni che segnarono la società e la vita quotidiana del popolo sovietico.

Quando avevo tre anni, i miei genitori comprarono una piccola casa estiva sulla riva del fiume Kljazma, in una piccola città di provincia, situata a 250 chilometri a est di Mosca. Era 1982, e vivevamo in Unione Sovietica. La casa estiva era simile ad un bivani, con una camera per piano. Mio padre qualche tempo dopo costruì una cucina. La casa aveva un appezzamento di terra, circa 5000 metri quadrati, dove i miei genitori coltivavano una varietà di frutta e verdura. La stagione di solito iniziava nel mese di maggio per concludersi a settembre, e in quei cinque mesi la nostra vita era centrata intorno alla nostra casa estiva.

L’anno scolastico in genere terminava l’ultima settimana di maggio e ripartiva la prima settimana di settembre, in modo che i bambini trascorressero tre mesi di vacanze estive. I miei genitori avevano diritto a un mese di vacanza ciascuno, e di solito veniva fatto in modo che ci fossero due settimane sovrapposte, così che potessimo fare un viaggio nel Mar Nero insieme, nel mese di agosto. Avremmo trascorso due settimane con un genitore nella casa estiva, poi altre due settimane con i nostri zii e cugini, per poi andare tutti a Sochi, una località turistica sul Mar Nero, per due settimane, e al ritorno trascorrere le ultime due settimane d’estate con l’altro genitore. C’erano anche i fine settimana. Che io ricordi, passavamo tutta l’estate lì.

Alcune persone riuscirono a permettersi le automobili, ma la maggior parte si muovevano in bicicletta o coi treni locali. I miei genitori usavano la bici lì; qualche tempo dopo, anch’ io e mio fratello avremmo fatto lo stesso. I miei genitori mi portavano sulla loro bicicletta. Dato che non c’erano abbastanza sellini per bambini disponibili nei negozi, mio padre ne fece uno appositamente per me, così potei sedermi con loro. Ricordo benissimo l’incredibile sensazione dell’aria che passava dolcemente sul mio viso mentre ero in bici con loro.

Queste case estive si trovavano tutte nella periferia della città e facevano parte di un complesso residenziale. C’era un’organizzazione superiore che gestiva grandi appezzamenti di terra e permetteva ai suoi operai di acquistarne piccoli lotti per uso personale. Mio padre lavorò in una fabbrica elettro-meccanica come ingegnere idraulico, e quando tutte le restrizioni per gli acquisti dei terreni furono revocate nel 1980, la nostra divenne una delle famiglie proprietaria di una casa di villeggiatura.

Quei complessi residenziali erano delle vere e proprie comunità, i cui membri sceglievano i capi per ogni stagione. C’erano delle regole da seguire, e ogni membro doveva dare il suo contributo volontario d’un certo numero di ore per sorvegliare i complessi e assicurarsi che la Comunità fosse al sicuro. Ogni sera, diversi membri della Comunità percorrevano a piedi il territorio per essere sicuri che non ci fossero intrusi. Credo che ciò fosse un fastidio per i miei genitori, ma a noi bambini piaceva molto. Ci piaceva stare con gli adulti, con le torce elettriche in mano, mentre i nostri genitori cantavano e camminavano lentamente nei giardini, controllando e ammirando le abitazioni altrui. Muovendoci nel buio, con le luci lampeggianti, credevamo di essere delle spie. Era ogni volta un’avventura.

Era un ambiente tranquillo e confortevole. Il secondo piano della casa era dedicato ai bambini. Mia madre lo rese molto accogliente. C’erano due letti semplici con delle tende di pizzo sopra per proteggerci dalle zanzare e dalle mosche mentre dormivamo. La nostra camera aveva un ampio balcone dove giocavamo, prendevamo il sole, e prendevamo il te. Da lassù, potevamo vedere il fiume e un ponte ferroviario con i treni che andavano e venivano da Mosca, nonché da altre località del nostro vasto paese. Ero a letto mentre ascoltavo il rumore dei treni che attraversavano il ponte, immaginandomi su uno di questi. La brezza dal balcone, spostava le tende di pizzo sul mio letto, e i raggi del sole irradiavano la camera. È stato l’ambiente perfetto per sognare ad occhi aperti.

Sul pavimento c’era un tappeto enorme fatto di vecchi cappotti di pelliccia. Era simile ad una grossa coperta russa. C’erano pezzi di pelliccia di coniglio e lana di pecora, con toppe di vecchi cappelli di coda di volpe. Ricordo quando riposavo su quel tappeto caldo, coi suoi peli che mi facevano il solletico. Mentre passavo le dita tra le fessure del tappeto, pensavo a tutto e a niente allo stesso tempo. Come stavano quegli animali quando erano vivi? Che tipo di arredamento veniva usato prima? Immaginavo la neve sui cappelli e cappotti di pelliccia, attaccarsi ai capelli e la faccia di mia madre con un cappello di coda di volpe in testa, fiocchi di neve intorno, e sentivo in testa la musica del dottor Zivago.

Mia madre collezionava vecchie riviste e manifesti sovietici. Devo averle viste mille volte. Vorrei studiare le immagini e cercare di copiarle. Le immagini del capitalismo maligno sono ancora impresse nella mia mente grazie a quei manifesti di propaganda e alle caricature. Ma ce n’erano altri che incoraggiavano i cittadini ad avere un’ etica nel lavoro e una forte morale.

Bandiera di sinistra: “supportare il lavoratore-contadino al governo dei soviet!” Bandiera di destra: “tutto il potere ai capitalisti! Morte ai lavoratori e ai contadini! Fondo: “morte al capitale, o morte sotto i piedi del capitale.”

I pasti erano semplici ma deliziosi e provenivano direttamente dal giardino. La maggior parte degli uomini passavano l’alba e la sera a pesca, e ciò che portavano a casa costituiva la fonte delle proteine in molti dei nostri pasti. Patate bollite per i bambini, insalate con pomodori, cetrioli ed altri ortaggi, oltre al pesce, erano spesso la nostra cena. Prendevamo il tè di menta, ciliegia e foglie di ribes con la marmellata fresca alla fine dei pasti.

Non ci piaceva molto dover aiutare in giardino, ma nel resto del tempo, eravamo liberi di fare ciò che più ci piaceva. Possedevamo una barca a vela e facevamo delle piccole gite in barca sul fiume, quando i nostri genitori avevano tempo. È stato emozionante navigare sul fiume, esplorando piccole isole, e facendo dei falò sulle rive. Imparammo a nuotare e pescare nello stesso fiume. I ragazzi stringevano un’amicizia duratura, giocando insieme durante l’estate. Occasionalmente tornavamo ai nostri appartamenti in città per trovare generi alimentari, fare il bucato, e lavarsi.

Per alcune settimane, le serate erano dedicate alla lettura, ai giochi, al canto e al cibo. Non c’erano TV o telefoni negli appartamenti della comunità, così ci intrattenevamo l’un l’altro. Per me è stato molto bello. Per i miei genitori, immagino, sarà stato molto impegnativo, anche se sembravano felici. Pochi anni dopo, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica, quella comunità divenne la nostra principale fonte di approvvigionamento per tutto l’anno, non solo un luogo dove stare e coltivare il cibo durante l’estate. Ma fino ad allora, potei guardare il sole attraverso le tende di pizzo dal mio letto, mangiare fragole, godermi le gite in barca, raccogliendo gigli d’acqua quando giocavamo a fare i pirati, e sfogliare felicemente le riviste di propaganda sovietica. Essere cresciuti in quei luoghi resterà per sempre nei ricordi della mia infanzia.

Anna Malyukova

Fonte: www.leftvoice.org

Traduzione di Angelo Fontanella

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