In Svezia, “paradiso capitalista”, la casa è un diritto negato

Chiunque abbia avuto a che fare con la Svezia sa che il fenomeno della crisi abitativa, specialmente per studenti (stranieri e non) e migranti, è diventato un’emergenza nazionale, non limitata alla sola città di Stoccolma, ma alle maggiori città e persino a quelle più modeste. I dati del Boverket (l’Agenzia nazionale per il controllo dell’edilizia e delle costruzioni) riportano che 255 delle 290 municipalità svedesi hanno problemi di carenza di alloggi (il numero più alto di sempre).

Questa crisi, come tutte le crisi, non appare da un giorno all’altro né per pura fatalità. Il The Local a tal proposito ha intervistato un giovane studioso di Malmö che afferma come l’origine di questa crisi sia da rintracciare nel declino dell’intervento statale nella questione abitativa, cominciato negli anni ’90. I cambiamenti che si sono verificati da quel momento in poi in termini di leggi, politiche e sviluppo hanno reso più conveniente la “casa di proprietà” e hanno incoraggiato i costruttori ad investire su un determinato tipo di abitazioni: le ville e gli appartamenti condominiali per famiglie (bostadsrätter). L’edilizia, insomma, attraverso precise scelte, è stata orientata verso la costruzione di alloggi più costosi e tendenzialmente “da acquistare” più che da affittare. Anche quegli alloggi concepiti per essere affittati sono appartamenti di lusso diretti a classi sociali più elevate.

Fino agli inizi degli anni ’90, i sussidi statali volti a stimolare la costruzione di abitazioni garantivano un elevato tasso di costruzione. Anche quando si verificò una crisi di credito e la costruzione inevitabilmente rallentò, a causa della crescita moderata della popolazione l’impatto sull’equilibrio tra offerta e domanda non fu immediato. Poi però la popolazione cominciò a crescere e oggi la popolazione della Svezia aumenta più velocemente di quanto cresca quella di qualsiasi altro Paese europeo.
*Crescita demografica della Svezia
Il direttore di Boverket ammette il problema:
“La sezione della popolazione in crescita – i giovani e gli immigrati – è quasi per definizione in una situazione economica più povera. Sono stati meno tempo in liste d’attesa per abitazioni statali o comunali, hanno meno soldi e alcuni sono disoccupati: i loro problemi, pertanto, non possono essere risolti costruendo in termini standard e definiti dal mercato come è stato fatto finora “.
Persino per quei nuovi immigrati che riescono a trovare una posizione lavorativa soddisfacente, l’assenza di una rete di contatti stabile rende difficoltosa la ricerca di un alloggio. (Questa necessità di una rete di contatti per avere vantaggi materiale, tra l’altro, rende la Svezia un Paese meno accogliente di quello che spesso viene dipinto).
A complicare la situazione, una contraddizione ben nota e per nulla sorprendente all’interno del capitalismo: come ammette lo stesso analista di Boverket, nonostante questa crisi abitativa, un certo numero di appartamenti rimane inutilizzato.
Va aggiunto che il problema abitativo riguarda anche i giovani svedesi tra i quali, per questa ed altre ragioni materiali, è aumentato il numero di coloro che pur volendo andare a vivere da soli sono costretti a rimanere a casa coi genitori. Oggi sono il 25% dei giovani tra i 20 e i 27 anni, nel 1997 erano il 15%.
Come è facile intuire, questa situazione giova alle tasche dei privati più scaltri che, approfittando dei bisogni di una massa non proprietaria impongono propri prezzi e proprie condizioni (affittando per esempio stanzine minuscole in scantinati umidi etc…). Sono una minoranza di “fortunati” tra studenti e migranti riescono ad accedere ai monolocali “standardizzati” e a prezzi accessibili gestiti dalle agenzie municipali o da quelle per il diritto allo studio (a Stoccolma, per esempio, quest’agenzia si chiama SSSB).

Gli alloggi sono dunque insufficienti perché il mercato non può essere regolato e non è in grado di soddisfare i bisogni della maggioranza.

La rivendicazione di un diritto fondamentale come quello della casa deve essere collegata a tutte le altre rivendicazioni in una prospettiva internazionale e internazionalista. La persistenza della proprietà privata e del mercato non può essere un ostacolo alla garanzia di questo diritto. La casa è un diritto, non un privilegio per pochi da ottenere con grandi difficoltà e pagandolo al caro prezzo di numerosi sacrifici.
Fonte originale/per approfondimenti:
Matteo Iammarrone

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