La classe operaia dell’ILVA tra il fuoco dei padroni e il tradimento delle burocrazie sindacali

  • Data : ottobre 11, 2017
  • Sezione : Lavoro

Il gruppo ArcelorMIttal, un gigante della produzione e commercializzazione dell’acciaio nel mondo, con un fatturato di circa 60 miliardi di dollari, il cui azionista di riferimento è il multimiliardario Lakshmi Mittal a sua volta socio di maggioranza del gruppo AmInvest Co e nel cui gruppo è entrata a far parte anche la Marcegaglia, rappresenta la nuova classe di padroni che ha rilevato l’ILVA. Questa nuova classe dirigente ha annunciato che per rilanciare l’azienda servono 4000 esuberi (in gran parte all’ILVA di Taranto), il taglio dei salari di operai ed impiegati, l’assunzione di una parte degli esuberi con il Jobs Act, gli altri sarebbero fuori dalla fabbrica, e la rinuncia dei diritti acquisiti.

In definitiva annunciano che l’azienda può essere salvata e risanata solo con il sangue della classe operaia. Un’operazione che ha come obiettivo l’aumento del saggio del plusvalore, la defiscalizzazione degli oneri sociali, facendola ricadere sulla collettività, una maggiore flessibilità, più precarietà e salari nettamente inferiori a quelli che percepiscono attualmente gli operai in servizio.

Una operazione tanto aggressiva nei confronti dei lavoratori, così cinica ed anche disinteressata delle conseguenze sociali che anche il rappresentante di un Governo liberale come quello di Renzi/Gentiloni, e cioè il Ministro per lo sviluppo Economico Carlo Calenda, ha dovuto affermare che era “irricevibile” in quanto non si garantivano in nessun modo i livelli occupazionali.

La risposta della classe operaia di Genova e Taranto non si è fatta attendere ed è stata immediata. La partecipazione allo sciopero è stata pressoché totale ed ha visto anche la realizzazione di picchetti spontanei ai cancelli delle fabbriche.

Di fronte ad un grave attacco ai diritti, ai livelli occupazionali ed al salario dei lavoratori la risposta dei vertici sindacali di Cgil, Cisl e Uil è stata disarmante. Basta leggere le dichiarazioni del vecchio leader dei metalmeccanici Maurizio Landini che ha proposto di fare come ha fatto Macron in Francia, cioè di “difendere l’interesse del paese” e di inserire tra gli azionisti dell’Ilva la Cassa Depositi e Prestiti riaprendo la procedura di vendita, per capire in che modo i vertici sindacali di Cgil, Cisl e Uil intendono rispondere a questo piano di lacrime e sangue proposto dall’azienda.

Incapaci di organizzare una vera e propria mobilitazione nazionale e, laddove devono rincorrere gli scioperi che nascono dal basso, cercano in ogni modo di contenere la rabbia della classe operaia e di spegnere ogni sua volontà di lotta, pongono le speranze nella capacità del Governo di far ragionare i padroni dell’Ilva.

Ma i padroni non fanno altro che utilizzare tutte quelle armi e quelle leggi che i governi borghesi hanno messo a loro disposizione per abbassare i costi della forza-lavoro e per avere a disposizione una classe operaia sempre più docile e sottomessa, in primis proprio le leggi di questo governo che con il Jobs Act ha permesso il libero licenziamento. In tutti i comparti ed in tutte le attività lavorative si licenziano lavoratori con contratti a tempo indeterminato, con le vecchie tutele della legge 300 del 1970 e con i vecchi contratti, per assumere forza-lavoro a tempo determinato. Il contratto a “tutele crescenti” non è altro che il contratto senza tutele.

Se i vari governi che si sono succeduti hanno dato ai padroni le armi per colpire e piegare la classe operaia, non si capisce perché i padroni dell’Ilva non dovrebbero avvalersi delle stesse norme di cui si avvale la FCA oppure la stessa Marcegaglia nelle sue aziende, la stessa che tra l’altro è parte in causa nello scontro in atto, e tutti gli imprenditori iscritti o meno alla Confindustria, per realizzare maggiori profitti.

Sono ormai migliaia i licenziamenti nei più disparati rami industriali in particolare nel campo della logistica e di quello dei lavoratori portuali fatti al solo scopo di assumere con il nuovo contratto cosiddetto a “tutele crescenti”.

Meno tutele, meno misure di prevenzione e più profitti è questo che chiedevano i padroni ed è questo che gli è stato concesso da tutti i governi borghesi che si sono succeduti.

Nel 1997 con il governo Prodi si approvò il famoso “Pacchetto Treu” che introduceva il lavoro interinale e forme di flessibilità del lavoro.

Successivamente con il governo Berlusconi nel 2003 la famosa Legge Biagi che precarizzò ulteriormente il mercato del lavoro ed introdusse varie tipologie di lavoratori atipici, tra cui lavoratori a chiamata, squillo etc.

Per poi passare per il “Collegato Lavoro” che rendeva più difficile ricorrere al Giudice del lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo e “dulcis in fundo” al Jobs Act che ha cancellato di fatto l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori lasciando ai padroni la libertà di licenziamento e di cui questo Governo si fa vanto!

Orbene a questo governo i sindacati si affidano.

Mettersi nella mani del governo dei padroni per ottenere da questi una difesa degli interessi dei lavoratori, invocando tra l’altro, un presunto interesse nazionale, è come chiedere al lupo di avere in custodia le proprie pecore.

Se i sindacati hanno posto le loro speranze nel governo Gentiloni, la classe operaia non può fare altro che prendere nelle proprie mani la sua vita ed il suo futuro aprendo una stagione di lotte per capovolgere gli attuali rapporti di forza e che la veda protagonista nella lotta di liberazione dell’umanità dallo sfruttamento e dalla barbarie capitalistica.

di Salvatore Cappuccio

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