La lotta per l’autodeterminazione in Catalogna

Riportiamo la traduzione di un articolo apparso su Left Voice, giornale militante statunitense, riguardo la situazione Catalana alla luce anche del niente di fatto di ieri alla Generalitat di Barcellona. Non è la borghesia che potrà portare fino in fondo la domanda di diritti sociali e democratici, solo la classe operaia potrà farlo.

(link all’articolo su Left Voice)

 

Si alza un nuovo movimento di massa per l’autodeterminazione catalana

L’escalation di tensioni delle passate settimane in Spagna sulla questone del diritto di autodeterminazione della Catalogna ha portato a una forte polarizzazione politica tra chi a favore dell’autodeterminazione e chi supporta il governo del primo ministro Mariano Rajoy (Partido Popular). Questa crescente tensione ha portato ad uno sciopero generale martedì 3 ottobre in risposta alle violenze commesse dalla polizia durante il referendum del primo ottobre.

La violenta repressione dei votanti al referendum ha portato a circa 800 feriti. Questo ha anche risvegliato un profondo sentimento democratico in tutto lo Stato spagnolo, anche fra chi non si considera favorevole all’indipendenza.

Lo Stato spagnolo ha giocato un ruolo repressivo in molte delle nazioni che ha storicamente controllato -i catalani, i baschi, gli andalusi e i galiziani-. La difesa del diritto di autodeterminazione del popolo catalano è inserito in questo contesto storico. Sotto la dittatura di Franco (1939-1975), le lingue furono proibite, le bandiere messe fuorilegge, e le nazionalità oppresse furono violentemente represse.

In seguito alla morte di Franco, Juan Carlos I crebbe come leader della restaurazione bonapartista, convocando tutte le forze politiche borghesi per gestire senza problemi la transizione alla democrazia costituzionale senza possibilità che ci fossero rotture. Questo portò alla costituzione del 1978, che manteneva il dominio della monarchia sugli affari pubblici e la subordinazione delle comunità nei territori spagnoli garantendo anche la continuità della dominazione sulla Catalogna e su altri popoli nello Stato come i baschi e i galiziani.

La riluttanza dello Stato spagnolo ad alterare questa costituzione per garantire il diritto all’autodeterminazione non sorprende in quanto Barcellona, capitale della Catalogna e seconda città più grande della Spagna, rappresenta quasi il 19% del PIL totale dello Stato. La Catalogna ha un PIL pro capite maggiore della Corea del Sud o dell’Italia ed è una delle regioni industriali più importanti rappresentando più di un quarto delle esportazioni e il 23% di tutta l’industria dello Stato Spagnolo.

Mentre proprio pochi anni fa il sentimento indipendentista non era maggioritario in Catalogna, le milioni di persone che sono scese in strada nei giorni scorsi per opporsi alla repressione poliziesca e supportando il diritto di voto rivela uno spostamento dell’opinione pubblica. Il cambiamento è anche un risultato dello scontento sociale che è andato a crescere dalla crisi capitalista e del regime del ’78.

Chi sostiene il Referendum?
Solo il 40% dell’elettorato catalano ha votato, questo in gran parte perché il voto è stato gravemente compromesso dal furto di migliaia di urne elettorali e dalla violenza della polizia utilizzata per prevenire il voto stesso, il 90% di chi ha votato si è espresso a favore dell’indipendenza.

Qualsiasi forza politica che sostiene di essere democratica e progressiva dovrebbe sostenere l’autodeterminazione del popolo catalano, ma la secessione stessa non è sempre una rivendicazione progressiva. Sebbene la questione dell’indipendenza catalana ora ha scatenato un massiccio supporto popolare, il “diritto a decidere” è stato inizialmente promosso dalla borghesia catalana che è stata screditata negli anni da scandali di corruzione. L’apertura della questione nazionale è un tentativo di far convergere lo scontento sociale sentito dal proletariato catalano legato alla recente austerità.

La borghesia catalana e la piccola borghesia vogliono promuovere una repubblica indipendente o anche una rinegoziazione dei termini della loro autonomia vis-a-vis con lo Stato spagnolo (emerso dalla transizione di uno stato franchista centralizzato). Comunque, ci sono ancora illusioni che l’Unione Europea possa supportare l’indipendenza catalana -la stessa UE che non ha esitato ad annullare il movimento di massa in Grecia quando il governo ha provato a negoziare il proprio debito. La creazione di una repubblica borghese catalana richiederebbe l’uscita dall’UE seguita da una nuova richiesta di adesione che significherebbe anche l’abbandono dell’euro come moneta ufficiale.

Nei giorni passati, con l’incertezza sul risultato del referendum per l’indipendenza catalana i mercati azionari sono andati in calo e aziende catalane si sono trasferite, o hanno considerato l’opzione del trasferimento, in altre regioni della Spagna. Giovedì, Banco de Sabadell, la seconda banca più grande della Catalogna, ha deciso di spostare il proprio quartier generale dalla regione, seguita dalla CaixaBank, la banca più grande della regione e la terza più grande dello Stato spagnolo. Questi movimenti suggeriscono una paura riguardo la permanenza nell’UE poiché la Sabadell è regolata dalla banca Centrale Europea e dalla banca di Spagna. Mercoledì le azioni spagnole hanno visto il più grande crollo dal referendum Brexit nel Regno Unito dello scorso anno, che ha causato un’ondata di shock in tutto il continente.

Un nuovo movimento di massa
Quel che è certo è che nonostante la borghesia provi a controllare la direzione delle mobilitazioni ha creato spazi per un movimento di massa indipendente. La classe lavoratrice catalana non dimentica che L’Unità per l’Indipendenza è il partito responsabile dei tagli e della repressione dei lavoratori e che il Mossos, la polizia regionale catalana che è assurta al ruolo di eroe nelle notizie della passata settimana per essersi rifiutata di obbedire agli ordini del governo Rajoy di reprimere il voto, è la sua arma repressiva.

Le politiche di Podemos e di Izquierda Unida, che proclamano la difesa al “diritto di decidere”, non rappresentano gli interessi del popolo catalano e della classe lavoratrice nella loro chiamata ad un impossibile “referendum pactado” o ad un “referendum approvato” autorizzato dallo Stato spagnolo. Il leader di Podemos, Pablo Iglesias, ha asserito in numerose occasioni che il referendum deve essere condotto solo attraverso vie legali. Questo sta a significare inevitabilmente un emendamento della costituzione spagnola, che attualmente non contiene nessuna disposizione riguardo il diritto di decidere. Quel “legale” richiederebbe i tre quarti dei voti nel congresso -il che sarebbe un facile modo per annichilire ogni possibilità di voto. A seguito del voto per l’indipendenza Iglesias ha sollecitato Rajoy per una “mediazione” con Carles Puigdemont, presidente della Generalitat di Catalogna.

Anche se il parlamento regionale della Catalogna avrebbe previsto un incontro per il 9 ottobre per discutere il referendum e un annuncio ufficiale, la corte costituzionale spagnola ha sciolto la sessione nel tentativo di bloccare il cammino verso l’indipendenza. Senza dubbio i borghesi catalani lo sostengono per rafforzare il loro piano per una repubblica catalana capitalista ed indipendente.

Ma la battaglia contro l’oppressione capitalista può vincere solo con l’unità della totalità della classe lavoratrice -non solo catalana, ma immigrata, basca, galiziana e la classe operaia del resto dello Stato. I socialisti rivoluzionari rigettano l’approccio riformista di Podemos e Izquierda Unida, combattono ogni proposta di allenza di lavoratori e studenti con la borghesia e portano avanti la questione nazionale dalla posizione dell’indipendenza di classe.

La necessità della lotta di classe
In questo scenario politico, le masse di lavoratori e studenti che combattono contro l’oppressione dello Stato spagnolo si sono radicalizzate. La sinistra di questo movimento avanzando richieste democratiche radicali mette alla luce del sole le complicità della borghesia catalana e costruisce un ponte verso politiche socialiste. La CRT (Corrente Rivoluzionaria dei Lavoratori e delle Lavoratrici) sta rivendicando la libertà e un’assemblea costituente sovrana in tutto lo Stato per l’autodeterminazione di tutti i popoli e la fine della monarchia e del patto con la Chiesa Cattolica. Lo scopo di queste misure sarebbe un governo dei lavoratori con la nazionalizzazione dei servizi pubblici e delle banche sotto il loro controllo. La lotta per questa assemblea costituente può piantare il seme per la lotta contro il regime del ’78 e i suoi partiti e istituzioni.

La lotta per l’indipendenza della Catalogna è, ad oggi, una lotta popolare per l’autodeterminazione e contro l’oppressione dello Stato spagnolo. La classe lavoratrice è entrata nella scena e combatte legittimamente per i suoi diritti democratici. Tutto ciò è uno sviluppo promettente da cui potrebbe scaturire un movimento nazionale per l’indipendenza della nazioni oppresse nel territorio dello Stato spagnolo. L’unica via verso la vittoria di un tale movimento è quella dell’unità dei lavoratori di tutta la Spagna contro la Corona e il regime del ’78. Questa forza combatterà per l’autodeterminazione di tutti i popoli e per la totale indipendenza dai capitalisti di ogni nazionalità.

Di Arielle Concilio

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