La rivolta di Marikana: le sue cause, le sue conseguenze

Pubblichiamo un saggio pubblicato da Pietro Basso in Marikana to the World, Marikana. A Moment in Time, Johannesburg, Geko, pp. 118-141, che esplora nel dettaglio la fase politica sudafricana e mondiale dalla quale emerse la lotta operaia e la repressione poliziesca di Marikana.

Pubblichiamo contemporaneamente un saggio accademico del 2016 del compagno Giacomo Turci, minimamente adattato, che ricostruisce la situazione politica che portò alla terribile strage dei minatori di Marikana nel 2012, in Sudafrica. Una cronaca e un’analisi accompagnate da un succinto riepilogo dello sviluppo coloniale e capitalistico del Sudafrica moderno.

 


 

Marikana è due cose, due mondi, due storie in una. È il bestiale eccidio dei minatori; è la vibrante lotta dei minatori. Il primo viene da lontano, da un passato che non vuol morire. La seconda porterà lontano, ad un futuro di liberazione che nessuna mitraglia potrà cancellare. Esaminiamo queste due facce, questi due aspetti, uno dopo l’altro, uno contro l’altro per identificare i due antitetici messaggi che i fatti di Marikana hanno lanciato al mondo.

Dal vecchio colonialismo al nuovo colonialismo

Perciò ripeto

Quando tra la tratta degli schiavi e oggi

Ci siamo detti che i loro metodi erano cambiati

Quando?!?

Mak Mamabolo

L’eccidio dei minatori di Marikana dice anzitutto al mondo intero che se il vecchio apartheid bianco è morto, c’è ora in Sud Africa un nuovo apartheid bianco-nero, e dietro e sopra di esso c’è un nuovo colonialismo. Gli scopi e, per l’essenziale, i metodi di questo nuovo colonialismo non sono diversi da quelli del vecchio colonialismo. La diversità è tutta e solo nelle forme, e nel fatto che il nuovo colonialismo ha assoldato e integrato a sé una classe dirigente di uomini politici, amministratori e sfruttatori neri disposti, senza vergogna, a servirlo da bravi soci in affari. È una storia antica che si rinnova nell’ambizione (vana) di guadagnare l’eternità.

Il Sud Africa è da secoli un laboratorio della più brutale espropriazione dei produttori diretti e del più feroce super-sfruttamento del lavoro, africano e asiatico, da parte del capitale bianco – uno dei più importanti laboratori del genere, nel mondo. Cominciò la Dutch East Indian Company nella regione del Capo con l’espropriare le popolazioni locali delle loro terre e del loro bestiame, con la loro decimazione e il loro asservimento, e con l’importazione dalla Malesia di lavoratori ridotti in schiavitù. Proseguirono l’opera i coloni olandesi soggiogando gli Xhosa e assorbendoli nella loro “settler economy” in condizione servile. L’arrivo dei colonialisti britannici inaugurò l’aggressione alle popolazioni Zulu nel Natal e avviò l’importazione di coolies indiani dall’Asia, da spremere fino all’osso nelle piantagioni di canna da zucchero. Dopo la scoperta dei diamanti e delle miniere di oro (1867-1872) gli impresari colonizzatori, posti davanti alle resistenze dei popoli africani ad accettare salari di fame, fecero ricorso ai coolies cinesi e ai lavoratori neri importati dalle colonie portoghesi in Africa. Ed è proprio nelle miniere di diamanti e di oro che si è venuto strutturando nel tempo un sistema, violento ed insieme sofisticato, di sfruttamento differenziale del lavoro fondato su basi nazionali, razziali ed etniche. Da un lato una forza-lavoro qualificata bianca portata dall’Europa, dall’altro una manovalanza africana (e asiatica) pagata con salari 10-15-20 volte inferiori a quelli bianchi, reclutata e stratificata con cura al fine di mantenere accese al suo interno l’ostilità tra i lavoratori africani e i lavoratori asiatici, e un’intensa rivalità tribale tra i lavoratori neri. Per assicurarsi una enorme e permanente sovrabbondanza di schiavi sotto-salariati neri da mettere in concorrenza tra loro, la Chamber of Mines e la Witwatersrand Native Labour Association pretesero la pass law e le Riserve. E da queste hanno potuto attingere per decenni moltitudini di lavoratori locali da impiegare per brevi periodi e da rispedire poi, dopo averli torchiati a sangue, nelle loro “homeland”, ridotte dai padroni delle miniere a vere e proprie discariche dell’economia sud-africana.

Ne è nato così un autentico paradiso per il capitalismo coloniale, per l’imperialismo occidentale tutto: olandese, britannico, tedesco, statunitense, italiano, svizzero, francese, australiano, israeliano, e, si capisce, per gli sfruttatori boeri. Un paradiso capitalista (non precapitalista, come pretendono alcuni), costruito secondo i dettami della bruta “razionalità” del profitto, supportati dalla (presunta) “irrazionalità” del razzismo segregazionista. Il termine con cui questo sistema, essenziale per l’accumulazione capitalistica sia a scala locale che mondiale, è stato designato, apartheid, può trarre in inganno: perché il suo tratto essenziale non è tanto la rigida separazione fisica tra bianchi e neri, possibile ed utile solo fino ad un certo punto, quanto la rigida e molteplice gerarchizzazione della forza-lavoro dentro le miniere, le imprese industriali, le aziende agricole dei proprietari bianchi. Una gerarchizzazione tra soprastanti e sottostanti che non ha diviso e divide solo i bianchi dai neri, ma ha diviso e divide anche i coloured dai neri, i neri autoctoni dai neri immigrati, i neri autoctoni appartenenti a una data “etnia” o regione da quelli appartenenti alle altre “etnie” e regioni, i neri emigranti dalle Riserve dai neri residenti nelle città. Altrettanto fondamentale per il buon funzionamento del meccanismo è stato (ed è) che esso possa attingere le braccia sempre fresche di cui abbisogna da uno smisurato esercito di riserva di poveri e poverissimi, costretti a vendersi per poco più di nulla, non bastando a sfamarli una misera agricoltura di autoconsumo.

Il fine ultimo di tale scientifico sistema di sfruttamento è quello di tradurre in realtà il sogno antico, e moderno, dei capitalisti colonialisti di ieri e di oggi: disporre di una inesauribile quantità di forza-lavoro a bassissimo costo e zero diritti; una forza-lavoro da ricambiare di continuo in un ininterrotto ciclo breve di super-sfruttamento “usa e getta”, capace di garantire montagne di extra-profitti a chi è libero di torchiarla in un clima di terrore. Già, perché non si può dimenticare che solo attraverso un enorme apparato poliziesco, carcerario e giudiziario, con tanto di eccidi di scioperanti (perfino, se è il caso, eccidi di lavoratori bianchi “privilegiati” imbevuti di razzismo come avvenne nello sciopero “generale” bianco del 1922), arresti di massa, detenzioni senza sentenza, proscrizioni, bagni penali, torture, celle della morte e quant’altro; solo attraverso un simile onnipresente stato di polizia, è stato possibile tenere in piedi questo “perfezionato universo concentrazionario”.

Il tramonto dell’apartheid storico con l’avvento al governo dell’ANC (nel 1994) e la caduta formale del colour bar (nel 2003) non hanno mandato in archivio né il dispotismo terroristico sui luoghi di lavoro, né le discriminazioni ai danni dei lavoratori neri. Hanno solo ammantato i vecchi metodi coloniali con un di più di ipocrisia, allargato ad uno strato di lavoro qualificato nero il trattamento privilegiato riservato in passato rigorosamente ai bianchi, e modificato in misura altrettanto modesta le leggi in materia di conflitti di lavoro, mentre le imprese hanno potuto godere di meccanismi di protezione dagli scioperi “illegali”, e cioè dagli scioperi più efficaci.

Quanto all’ipocrisia, scorrete l’auto-presentazione della multinazionale britannica Lonmin Platinum e ne uscirete saturi. La sua “value-based culture” è un abbagliante catalogo di virtù. Si fonda, infatti, sul principio del “lavoro sicuro” nella variante più integrale: “noi siamo impegnati all’obiettivo zero danni alle persone e all’ambiente”. Addirittura!? Peccato che i morti nella sola miniera Lonmin di Marikana siano più che raddoppiati nel 2011 rispetto al 2010. Altrettanto elevato è l’obiettivo, la sacra mission che la missionaria Lonmin si è data per il bene dei suoi dipendenti: “migliorare la qualità della vita dei nostri dipendenti e delle loro famiglie e promuovere la loro auto-stima” – come? con 400 dollari al mese? e 400 pallottole di piombo nel giorno in cui i minatori hanno deciso di promuovere per davvero, da sé e per sé, le proprie condizioni di esistenza e la propria dignità? Non parliamo poi della “trasparenza”, della “comunicazione aperta e onesta” (guai a dubitarne), del “rispetto reciproco” (tangibile nelle miserrime baracche riservate dall’impresa ai propri minatori), e infine della prassi dell’“embracing our diversity enriched by openness, sharing, trust, teamwork and involvement”. Basta così, questa torrenziale cascata di “valori” ci ha letteralmente storditi.

Quanto alla gerarchia tra i salariati, l’antica, rozza linea di divisione razziale ancora incardinata sulla netta divisione tra bianchi e neri è stata soppiantata nelle miniere da una nuova linea di divisione più articolata, che separa i tecnici, i lavoratori qualificati di superficie bianchi (in maggioranza) e neri (in minoranza) dai lavoratori comuni neri sud-africani, quasi sempre scavatori occupati sotto terra, e a loro volta questi dai lavoratori comuni nerissimi, underground anch’essi, dipendenti dalle ditte di appalto, in larga parte immigrati da altri paesi sub-sahariani. A questi ultimi, reclutati da agenzie private specializzazione nell’intermediazione di lavoro, toccano in esclusiva i lavori a termine, i più precari, e gli orari di lavoro più lunghi. E il quadro non muta se ci spostiamo dalla Lonmin alle altre grandi compagnie minerarie operanti nel paese, l’Anglo American Platinum, l’Anglo Gold Ashanti, la Gold Fields, l’Impala Platinum, che hanno nelle proprie grinfie tutte le istituzioni sud-africane, dal governo alla magistratura, dalla polizia ai mass media.

Quanto ai conflitti di lavoro, lo sciopero non è più di per sé un reato, e gli scioperanti non sono più automaticamente dei criminali. Si tratta di un importante risultato delle lotte operaie, ma per la proclamazione degli scioperi “protected”, gli unici scioperi legittimi a tutti gli effetti, il Labour Relations Act del 1995 ha fissato una tale serie di regole che nei fatti gli scioperi improvvisi, più duri, prolungati e quelli indetti da sindacati non legittimati dalla firma di accordi contrattuali, sono automaticamente “unprotected”, illegittimi. E i lavoratori che partecipano a simili scioperi possono essere licenziati, citati in giudizio per danni dalle imprese o anche, come a Marikana, mitragliati, arrestati in massa, accusati di avere ucciso i propri compagni di lavoro, torturati, ed infine, sempre a rigore di legge, gettati nella disoccupazione con il marchio a fuoco dei proscritti. È proprio richiamandosi a questa normativa e alla difesa della sua ratio – la preservazione della pace sociale e aziendale per proteggere gli affari delle imprese – che la National Union of Mineworkers affiliata al COSATU ha preso la terribile decisione di richiedere l’intervento della polizia contro gli scioperanti a Marikana.

Questa decisione è stata scandalosa, non c’è dubbio. Ma altrettanto scandaloso, benché più accorto, è stato il comportamento del presidente del Sud Africa Zuma, che ha dichiarato di “comprendere” il dolore dei minatori salvo accusarli di essere dei violenti e di produrre recessione e disoccupazione allontanando gli investimenti esteri. Tuttavia non si è trattato tanto di uno scontro tra il NUM e l’Association of Mineworkers and Construction Union (AMCU), il neonato organismo sindacale che ha appoggiato i minatori in lotta, né si è trattato solo di un conflitto tra i minatori e il governo. Al fondo, dietro e – ripeto – sopra la decisione del NUM e il comportamento di Zuma, c’è la pressione coattiva delle compagnie multinazionali. Per loro l’apartheid, opportunamente ristrutturato e ammodernato, non è affatto un relitto del passato, è un pilastro del presente e del futuro edificio del capitalismo mondiale, e non può e non deve essere rimesso in questione, ma va, semmai, esportato nei paesi vicini. Così come in Egitto, ci sia al governo Mubarak o Morsi, non deve essere messa in discussione la “tutela degli investimenti internazionali” (sono parole del premier italiano Monti al Cairo, 10 aprile 2012): ovvero, gli scioperi operai vanno stroncati e, con essi, le aspettative dei lavoratori. È questa la intimazione che la stampa europea ha inviato al Sud-Africa nei giorni di Marikana, e invia senza tregua all’Egitto e all’intero mondo arabo dallo scoppio della grande Intifada. L’Africa, si tratti di quella araba o di quella nera, non deve fare scherzi mancini alla “comunità internazionale” dei padroni.

L’Africa, un vaso di miele per l’Europa

Fin dai tempi della tratta degli schiavi l’Africa è stata un vaso di miele per l’Europa. E oggi lo è più di quanto lo sia stata mai. Per le preziose materie prime del suo sottosuolo e per la preziosissima materia prima del suo soprassuolo, il lavoro vivo. Ciò vale in modo particolare per il Sud Africa, che è il primo produttore mondiale di cromo, platino, limenite, vanadio e vermiculite; il secondo produttore mondiale di oro, alluminio, antimonio, manganese e zirconio; tra i primi quattro produttori mondiali di fosfati; che è insomma, con i suoi 50 diversi tipi di minerali, un vero e proprio scrigno di tesori per l’industria mondiale. Ed è, ad un tempo, la quinta nazione più popolosa dell’Africa con una grande massa di forza-lavoro povera prodotta dalla gigantesca disintegrazione della società rurale nel paese e nell’intera Africa australe, e accresciuta di recente anche da emigranti provenienti da Senegal, Costa d’Avorio, Ghana, Somalia, Zambia, etc.

L’integrazione del Sud Africa nel processo di costruzione dell’economia mondiale data da più di 5 secoli, ma il grado di questa integrazione subordinata è nel corso del tempo enormemente cresciuto attraverso tre passaggi-chiave.

Un primo balzo in avanti è avvenuto con la scoperta dell’oro. In breve e per oltre un secolo (fino al 2007 quando è stato scavalcato dalla Cina), il paese è diventato il primo fornitore di oro del mondo proprio nel periodo in cui vigeva a scala mondiale il gold exchange standard. Scontato perciò che il ruolo dominante, a riguardo, l’abbia svolto il colonialismo britannico, che di quel sistema monetario fu il dominus. È di questo periodo, e di ispirazione britannica, il Native Labour Regulation Act, che estese al settore minerario le sanzioni criminali contro gli scioperi e contro lo scioglimento dei contratti di lavoro da parte dei lavoratori.

Un secondo balzo in avanti è avvenuto tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 del novecento quando hanno preso corpo gli investimenti diretti all’estero delle potenze occidentali, con in testa gli Stati Uniti. Al tradizionale Shylock britannico si sono allora affiancati i rampanti boss di Wall Street e delle borse europee, pronti a “venire incontro” con i loro prestiti usurari all’ambizioso piano di riconversione e sviluppo industriale varato da Forster. Nel giro di pochissimi anni (1966-1975) gli investimenti industriali sorpassarono nettamente quelli nelle miniere, e gli investimenti esteri schizzarono dal 7,1% al 25,2% degli investimenti totali: questo secondo i dati ufficiali, ma stime non ufficiali dicono invece che nel settore privato dell’economia gli investimenti esteri hanno toccato in quegli anni l’80% del totale. L’apartheid sud-africano è diventato così, più che mai, un grande affare internazionale, un affare anzitutto per i paesi occidentali. Non a caso, nel luglio 1972, la rivista “Fortune” definì il Sud Africa “una miniera d’oro per gli investitori stranieri”, “uno di quei rari luoghi rinfrescanti in cui i profitti sono grandi e i problemi piccoli”. Per citare solo i rapporti con le imprese italiane a inizio anni ’80, bisogna annotare la grossa importazione di carbone da parte dell’Enel; la presenza in Sud Africa di filiali delle seguenti imprese: Fiat, Montedison, Alfa Romeo, Agip, Olivetti, Sgs, Microtecnica, Cogefar, Ates, Selenia, Necchi, Snam Progetti, Di Penta, Marelli, Emilio Pucci, Sorelle Fontana, Kartell, Lloyd triestino, Zurst Ambrosetti, Aster, mentre le Generali possedevano l’87% della Standard General Insurance, una compagnia che nel 1984 raccoglieva 56 miliardi di premi, per non dire delle società italiane implicate nella vendita di armi come Aermacchi, Aeritalia, Piaggio, Agusta, Meteor, SMA. Senza però dimenticare le banche erogatrici di prestiti: Banca commerciale italiana, Bnl, Credito italiano. San Paolo, Banco di Roma, Banco di Sicilia, Banco Ambrosiano, e chi più ne ha più ne metta (lo Ior vaticano, ad esempio).

Ma se l’apartheid bianco stava più che bene ai capitali occidentali e globali che accorrevano avidi in Sud Africa, gli operai e la gioventù nera la vedevano in modo diametralmente opposto, e proprio tra il 1972 e il 1976, con gli scioperi di massa e la rivolta di Soweto, gli diedero un primo potente scrollone. Il conseguente incremento esponenziale delle spese per esercito, polizia e altri corpi di sicurezza, quintuplicate tra il 1970-’71 (257 miliardi di rand) e il 1976-’77 (1.350 miliardi di rand), è stato un ulteriore motivo per cui i governi razzisti hanno fatto ricorso ai prestiti internazionali. È sorto per questa via quel massiccio indebitamento verso l’estero che De Klerk consegnò nel 1994 a Mandela e all’ANC, chiavi – anzi, manette – in mano. Un pesante debito estero che l’ANC non ha mai voluto mettere in discussione, con i relativi interessi da sborsare (ben 4,5 miliardi di dollari l’anno, inizialmente – a fronte di 85 milioni di dollari, in totale, per le famiglie degli assassinati e dei torturati dal regime dell’apartheid); i vincoli posti dal Fondo monetario internazionale (FMI) e dalla Banca mondiale (BM) a tutela della proprietà privata e della privatizzazione anche dei servizi; i vincoli posti dal FMI contro il rialzo dei salari; i vincoli fissati dal WTO contro ogni forma di intervento statale a tutela dell’occupazione industriale. La fine del vecchio sistema istituzionale di apartheid non doveva trascinare con sé anche il suo storico fondamento, il super-sfruttamento differenziale degli operai, dei proletari e delle masse povere nere (e nerissime), e così – nonostante asprissime lotte – è stato finora.

Il terzo balzo in avanti dell’integrazione subordinata dell’economia e del mercato del lavoro sud-africani nella economia del turbo-capitalismo a guida euro-statunitense è avvenuto in questo inizio di secolo con il balzo in su degli investimenti esteri in tutta l’Africa. La strada per questi massicci investimenti è stata spianata nel corso degli ultimi due decenni del novecento dalle politiche neo-coloniali del FMI in Africa. Queste politiche hanno un po’ dovunque ristrutturato la legislazione mineraria, assicurato incentivi, esenzioni o riduzioni fiscali a imprese e capitali esteri, abbassato le royalties, imponendo nel contempo la ritirata degli stati africani dai settori produttivi dell’economia. La messa in atto in contemporanea delle politiche neo-liberiste in una molteplicità di paesi produttori di materie prime ha avuto l’effetto di accrescere la concorrenza al ribasso tra loro, a solo vantaggio delle società transnazionali e a tutto svantaggio degli operai, dei contadini e dell’ambiente naturale. E dove non è bastata l’azione di FMI e BM a devastare la vita delle popolazioni e spalancare le porte ai predatori di sempre è arrivata, in Ruanda, nel Congo, in Sudan, la peste delle guerre “inter-etniche” impulsate ad arte dai vecchi-nuovi colonialisti.

La posta in gioco non è solo quella delle risorse minerarie. Pungolate dalla travolgente avanzata cinese nel continente, le potenze occidentali hanno “riscoperto” l’Africa anche come ricchissimo, inesauribile bacino di giovani braccia-menti per il mercato mondiale. Questa forza-lavoro giovane e sempre più istruita, nonostante i ferali colpi inferti dall FMI alla scuola e alle università africane, fa gola, e quanto!, al capitale europeo e globale. “L’Africa – scrive il quotidiano della Confindustria italiana – non è solo un giacimento a cielo aperto, ma è ricca di risorse umane, di giovani, che sono anche risorse demografiche. Bisogna guardare non solo alle risorse della terra africana, ma anche agli africani come risorsa. Si tratta di un valore immateriale [!?] che conta. I giovani sono tanti” (“il Sole 24 ore”, 3 ottobre 2009). “Al 2040 – ha scritto a sua volta il McKinsey Global Institute in un suo rapporto del 2010 – in Africa ci sarà un quinto dei giovani dell’intero globo e la più ampia popolazione in età da lavoro del mondo. I dirigenti delle imprese globali e gli investitori globali non possono permettersi di ignorare l’immenso potenziale di questo continente. Una strategia di lungo periodo per l’Africa deve essere parte della loro pianificazione a lungo termine. All’oggi infatti il saggio di profitto degli investimenti stranieri in Africa è più alto che in ogni altra area in via di sviluppo”.

E’ un nuovo assalto all’Africa mistificato come aiuto all’Africa, cooperazione con l’Africa, sviluppo dell’Africa. All’interno di esso il Sud Africa ha conservato, come ambita preda, un ruolo di primo piano, grazie anche alle riforme strutturali di stampo thatcheriano (la definizione è di pugno dello stesso Mbeki) prese dal suo governo nel giugno 1996. Esso è stato infatti per tutto il primo decennio del secolo tra i 15-20 paesi al mondo più attrattivi per gli investimenti esteri, e non solo in campo minerario, sebbene l’industria mineraria vi rimanga fondamentale, essendo uno dei rami di attività meno toccati dalla crisi (nel 2011 il suo volume d’affari è cresciuto, a livello mondiale, dell’80%, registrando ben 1.379 fusioni e acquisizioni, ad opera principalmente di società europee, canadesi e australiane). Investimenti di peso sono avvenuti anche nel settore bancario, con la britannica Barclays che ha acquisito il controllo della ASBA Bank nel 2005, e in quello del commercio, con la statunitense Wal-Mart che si è assicurata il controllo della Massmart nel 2011 – anno in cui sono affluiti nel paese 5,8 miliardi di dollari, pari al 13,6% del totale degli investimenti esteri in Africa. Investimenti, secondo quanto ha dichiarato il ministro dell’industria e del commercio Rob Davies, che provengono dal Giappone, dalla Germania, dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla Francia, dall’Italia (molto attive anche le imprese della mafia, oltre Fiat auto, Magneti Marelli, Parmalat, Iveco, Bonfiglioli, Filk, Silmar, BLM, Luxottica, Pirelli), dai Brics. Oramai più del 30% delle attività bancarie, soprattutto quelle relative alle maggiori corporations, è nelle mani delle maggiori banche estere: Citybank, Deutsche Bank, JP Morgan Chase Bank, HSBC, ABN Amro, Unicredit, Commerzbank, Banca europea degli investimenti, Société Générale, Crédit Agricole. A sua volta il Johannesburg Stock Exchange, che è tra le prime venti borse del mondo, controllato all’80% da 4 conglomerati di proprietà dei bianchi, si consolida come primo mercato azionario del continente africano. Non sarà certo il programma di Black Economic Empowerment, abbia o meno successo, a modificare i rapporti tra il capitale finanziario globale e le masse lavoratrici sud-africane in senso favorevole a queste. Il suo massimo risultato sarà solo colorare di altre facce nere il panorama del business sud-africano, incrementando il numero dei milionari neri (del resto non sembra che la politica e, tanto meno, la natura della Lonmin siano cambiate di un’acca con l’ingresso tra i suoi azionisti di Cyril Ramaphosa, uno dei massimi esponenti del COSATU prima, dell’ANC poi).

Guardato dai piani alti dell’Europa e dell’Occidente, cos’è dunque il Sud-Africa dell’“apartheid arcobaleno” odierno, che in vent’anni di governo nero-bianco o, per essere precisi, bianco-nero, è riuscito nell’impresa di superare il Brasile nella corsa a diventare la società più diseguale del mondo? Per l’appunto: un immenso vaso di miele esteso per 1.219.090 chilometri quadrati, che – nota l’Associazione bancaria italiana in un suo rapporto del 2007 – contiene una popolazione di 50 milioni di persone dall’età media di 24,3 anni (quella dell’Italia è di 41,7, quella dell’Europa a 27 stati è di 39,1), alfabetizzata per l’86,4%, con un tasso di crescita demografica dello 0,46 annuo (l’Italia è allo 0,07, l’Europa allo 0,16), una disoccupazione ufficiale al 25%, quindi una fortissima pressione concorrenziale sugli occupati. Roba da leccarsi i baffi, se non fosse per le lotte che da Marikana e dalla regione nord-occidentale di Rustenburg si sono espanse a larga parte dell’industria mineraria, e se non fosse per il futuro che esse prefigurano.

L’esportazione del “modello agricolo” sud-africano

Il quadro degli stretti legami tra Sud Africa e poteri forti del neo-colonialismo sarebbe incompleto se tacessimo sui piani formulati da FMI e BM per esportare il “modello sud-africano” nei paesi vicini, in particolare in campo agricolo. Per esportarlo, si capisce, non solo nell’interesse degli sfruttatori sud-africani, ma anche nell’interesse del capitale globale.

La Banca mondiale ha svolto un ruolo determinante nel plasmare la politica agricola africana degli ultimi trenta anni, avendo come suo primo partner il FMI e i suoi famigerati piani di ristrutturazione del debito estero. Il principale effetto di lungo periodo delle politiche targate BM è stato il seguente: il continente africano, che alla fine degli anni ’60 esportava cibo per 1,3 milioni di tonnellate l’anno, ha perso la sua auto-sufficienza diventando importatore di cibo per un buon 25% del proprio fabbisogno alimentare – quasi tutti i suoi paesi sono oggi in tale condizione. La fame, le carestie, le emergenze alimentari sono diventate dei fenomeni ricorrenti, se non addirittura cronici, mentre la povertà, spesso estrema, colpisce il 45% delle genti africane. Si è giunti a questo eccellente risultato attraverso il progressivo smantellamento degli interventi statali a protezione delle agricolture nazionali, in specie quelli rivolti a promuovere la cooperazione tra i piccoli produttori; attraverso l’abolizione dei sussidi per le sementi e i fertilizzanti; l’abbattimento degli investimenti statali volti a creare infrastrutture e servizi per la produzione agricola, fattorie sperimentali, centri di ricerca, e a garantire il credito ai piccoli produttori; la chiusura dei sementifici statali; la demolizione del sistema statale di commercializzazione dei prodotti agricoli (la BM si è arrogata in certi casi perfino il potere di decidere sull’entità delle riserve statali di cereali); la soppressione dei diritti consuetudinari sul suolo e la crescente privatizzazione della terra. Nello stesso tempo le politiche delle massime istituzioni finanziarie hanno progressivamente distrutto ogni forma di protezione dell’agricoltura africana da quelle fortemente sussidiate dell’Europa e degli Stati Uniti, spalancando le porte agli investimenti stranieri con lo sviluppo dell’agricoltura commerciale su larga scala, delle produzioni intensive per l’esportazione e di export processing zones.

L’immane disastro sociale, prodotto di una vera e propria pianificazione strategica della dipendenza alimentare dell’Africa e della povertà di massa in tutto il continente è servito anche ad alimentarvi un grande esercito proletario di riserva. Questo ha spianato la strada alla esportazione del “modello sud-africano” di sistemazione dell’agricoltura in tutta l’Africa. Un primo passo in questa direzione fu compiuto con le operazioni della South African Chamber of Agricultural Development (SACADA) nella seconda metà degli anni ’90, varate con il convinto appoggio dell’ANC di Phosa e Mandela e fortemente sostenute dall’Europa, dal FMI, dalla BM. La provincia mozambicana di Niassa fu presa come cavia, ma furono coinvolti anche l’Angola, lo Zambia e il Congo-Zaire (l’attuale Repubblica democratica del Congo). Si trattò, in sostanza, dell’espansione oltre confine della industria agro-alimentare afrikaner, con le sue fattorie commerciali, grandi e piccole, le attività di trasformazione dei prodotti agricoli, l’incentivazione del turismo “ecologicamente sostenibile”. Una espansione favorita dalla concessione in leasing delle migliori terre a imprenditori e coltivatori afrikaner per 50 anni (in Mozambico) o perfino per 99 anni nel Congo, i vecchi termini di tempo delle concessioni imposte dal colonialismo storico ai colonizzati, per giunta a prezzi irrisori (in Mozambico 0,15 dollari l’anno per ettaro). Tre aspetti di questa espansione hanno un particolare significato: a)la joint venture creata ad hoc per il Mozambico, la Mosagrius, è diventata di fatto la vera e propria autorità statale nella valle del fiume Lugenda; b)i contadini locali cacciati dai territori dati in leasing sono stati raggruppati in villaggi attigui alle fattorie commerciali, in “comunità nere rurali” che sono riserve di manodopera a basso costo per esse, in cui ai braccianti locali è consentito coltivare un piccolo pezzo di terra in cambio di corvée; c)a ogni proprietario o coltivatore afrikaner è concesso di portare con sé dal Sud Africa i propri lavoranti neri, destinati ad essere i controllori dei braccianti mozambicani, congolesi, angolani. Vi viene in mente qualcosa?

A un decennio di distanza, il World Development Report 2008 – Agriculture for Development della BM ha posto nei fatti proprio questo modello al centro della “grande strategia” di rapido sviluppo dell’agricoltura africana avanzato dal capitale finanziario globale. Tale strategia, imperniata sul più celere incremento possibile della produttività e della profittabilità dell’agricoltura dei continenti di colore, inclusa quella dei piccoli proprietari, dà per scontato che la grande maggioranza dei piccoli produttori africani sarà di “perdenti”. Per questi “perdenti” sono previste due destinazioni: anzitutto, l’emigrazione verso le città del proprio paese, o altri paesi e continenti; e il loro impiego in aree di agricoltura di sussistenza a bassissimi rendimenti, simili, incredibilmente simili ai vecchi bantustan, anche perché è implicito che esse siano rette da legislazioni tradizionali di tipo consuetudinario o “tribale”. Queste aree di agricoltura di sussistenza dovranno servire da riserve di manodopera sia per l’agricoltura commerciale e l’agribusiness dei dintorni sia per lo spostamento verso le zone rurali di rami di industria dalle zone industriali più congestionate, nelle quali far crescere, sull’esempio cinese, una “economia rurale non contadina” dai costi di produzione il più bassi possibile dato l’infimo costo della loro forza-lavoro. Nel documento della BM il Sud Africa del “apartheid arcobaleno” è più volte lodato, in particolare per la sua “market-based land reform”, quella che lascia tuttora nelle mani dei proprietari bianchi l’87% della terra coltivata, ma è evidente, se si hanno occhi per vedere, che l’ispirazione di fondo di questa “grande strategia” viene da più lontano, direttamente dal white apartheid e dalla funzione che Reserves, Homeland, Bantustan hanno avuto in esso.

Poche notizie sono gelosamente custodite quanto gli investimenti esteri diretti in agricoltura, tanto più dopo lo scoppio del caso-Daewoo (General Motors) in Madagascar. Ma è sufficiente notare che appena un anno dopo il rapporto della BM è nato il primo fondo di investimento in materia, l’Africa Transformational Agri Fund, con sede legale alle Mauritius, principale centro di affari Londra, primo paese di intervento lo Zambia; che tre anni dopo si è fiondata in Sud Africa la Wal-Mart, molto implicata nell’agribusiness mondiale; che imperversano nell’Africa meridionale e orientale la Gates Foundation, braccio destro della BM, e la Parmalat, la più importante impresa alimentare italiana, anche essa con base alle Mauritius e grosse operazioni in Mozambico, Zambia, Botswana, Swaziland. L’esportazione del “modello agricolo sud-africano” negli anni ’90 ha fatto da apripista, quindi, alle più recenti imprese dell’agro-imperialismo.

Anche di questo parla Marikana. Ma il suo grido di denuncia: “il colonialismo è ancora qui nelle centinaia di Lonmin che ci tormentano con i loro bestiali carichi di lavoro e ci remunerano con quattro spiccioli, e se ci ribelliamo, ci fanno assassinare; è ancora qui dovunque, nelle miniere, nelle fabbriche, nelle campagne, nella erogazione dei servizi”, è al tempo stesso un potente grido di lotta contro questo nuovo colonialismo, contro il nuovo apartheid bianco-nero, contro la menzogna della “rainbow nation”, contro il super-sfruttamento, contro lo sfruttamento.

Agosto 2012: uno spartiacque

Lo sciopero dei minatori di Marikana segna uno spartiacque nella vicenda sociale e politica del Sud Africa attuale. Per la sua importanza lo si può paragonare al grandissimo sciopero dei minatori dell’agosto 1946 che dall’est all’ovest del paese attaccò il principio delle paghe differenziate per bianchi e neri, rivendicò il salario minimo, e diede vita e forza ai primi organismi sindacali neri. Fece ciò con tale determinazione da scuotere per la prima volta tutto il sistema dell’apartheid bianco in quanto sistema del lavoro a bassissimo costo. Benché sconfitta nell’immediato dalla repressione del governo Smuts, quella lotta diede il là all’intero movimento anti-apartheid, cambiò radicalmente la vita politica del Sud Africa.

Anche lo sciopero di Marikana costituisce una svolta storica che riguarda questa volta l’apartheid bianco-nero e il neo-colonialismo che lo sovrasta. La costituisce, non solo per la compattezza della lotta davvero fuori dal comune (dopo quasi 6 settimane l’adesione allo sciopero era del 96%). Non solo per la sua forza di trascinamento rispetto ad altre miniere del platino, dell’oro, del ferro, del cromo, ai settori dell’auto (la Toyota di Durban) e dei trasporti. Non solo e non tanto perché per stroncarlo, senza poi riuscirci, Lonmin e polizia hanno messo in atto l’eccidio di lavoratori più sanguinoso dal 1994. E neppure perché, a differenza di molti altri scioperi, questo si è chiuso con un parziale successo immediato. L’insorgenza di Marikana resterà nella memoria della classe operaia soprattutto perché con la sua energia, la sua organizzazione, il suo coraggio nel fronteggiare gli apparati della violenza di stato, ha messo a nudo davanti ai lavoratori sud-africani e del mondo intero l’intima collaborazione tra le multinazionali occidentali e l’attuale regime (magistratura, polizia, governo, stampa); e perché ha denunciato il prezzo devastante che questa collaborazione fa pagare ai lavoratori neri in termini di morti sul lavoro, orari e carichi di fatica schiavistici, salari da fame, squallidi “alloggi”, separazione delle loro famiglie, disciplina brutale sui luoghi di lavoro, discriminazioni, assoluta precarietà dei subappalti, disoccupazione dilagante, messa fuori legge dei loro organismi spontanei e delle loro azioni di lotta.

La loro denuncia ha avuto nel mondo un’eco assai più grande della magnifica lotta che nel gennaio-febbraio 2000 vide protagonisti gli operai della Volkswagen di Uitenhage contro il licenziamento di 13 delegati sindacali rei di avere incitato gli operai a respingere un accordo-capestro redatto dall’impresa e sottoscritto dai dirigenti del NUMSA (National Union of Metalworkers of South Africa). La Volkswagen pretendeva che gli operai accettassero una settimana lavorativa di 6 giorni con un giorno libero a rotazione, senza alcuna maggiorazione del salario per i week end; gli straordinari obbligatori senza preavviso e fino ad orari giornalieri di 12 ore e settimanali di 70 ore; una sola pausa per turno, invece di due, e la sottrazione dall’orario del tempo per lavarsi; l’obbligo di un pass per gli spostamenti dei lavoratori all’interno dell’impianto; ferie individualizzate, anziché raggruppate in 3 settimane; un taglio del 17% alla pensione finanziata dall’impresa. Esplose allora non solo un conflitto tra gli operai e l’impresa ma anche tra gli operai e i dirigenti del loro sindacato.

Questo secondo conflitto portò alla luce fino a che punto l’ideologia neo-liberista si era appropriata – oltre che dell’ANC – anche degli apparati del COSATU, la storica Confederazione dei sindacati sud-africani, e del NUMSA. Questi accusarono i delegati licenziati ostili al diktat della Volkswagen di generare il caos, di essere degli “agenti provocatori”, di porsi fuori dalle leggi o, nel migliore dei casi, di essere legati alla “vecchia scuola di pensiero” secondo cui la direzione aziendale è il nemico. A sua volta Mbeki liquidò in maniera sprezzante gli operai in lotta come “elementi che perseguono obiettivi egoistici e antisociali”. Ai lavoratori e alle comunità mobilitate a loro sostegno non restò altra via che darsi dei nuovi organismi militanti, di tipo sindacale e politico, come il Uitenhage Crisis Committee, l’Oil, Chemical, General and Allied Workers Union ed altri. Di quei giorni e di quello scontro rimane, ben al di là della sconfitta patita, l’ardente appello di Wilfus Ndandani, uno dei responsabili del comitato operaio di sciopero:

A tutti i membri del NUMSA diciamo: non permettete di sconfiggere i lavoratori in lotta alla VW Sud Africa. Oggi siamo noi, domani sarete voi! A tutti i membri del COSATU: un danno fatto a uno è un danno fatto a tutti! Ai lavoratori Volkswagen di tutto il mondo: insieme produciamo la ricchezza della compagnia. Uniamoci! Oggi siamo noi, chi può dire chi sarà il prossimo? A tutti i lavoratori del mondo: abbiamo bisogno del vostro sostegno adesso!”.

Il cordone sanitario (e militare) steso da ANC, Partito comunista (SACP) e COSATU intorno allo sciopero di Uitenhage impedì a quell’appello di risuonare con la forza che meritava. I tempi non erano ancora maturi. I fatti di Marikana hanno riproposto ai minatori le stesse sfide che hanno affrontato nel 2000 gli operai di Uitenhage: reagire al feroce sfruttamento imposto dai “corporate predators who want to keep us in poverty”; auto-organizzare le proprie lotte ritirando la delega ad apparati sindacali ormai subordinati agli interessi delle imprese e sempre più lontani dai bisogni e dal sentire dei lavoratori comuni; spezzare la marginalità politica della classe operaia, affrancandola dal nazionalismo nero e dallo stalinismo che nel corso dei decenni l’hanno ridotta alla passività e al silenzio. Ma questa volta l’eco è stata più ampia e profonda tanto nella classe lavoratrice e tra gli spiriti liberi della società sud-africana, che fuori di essa.

Come mai?

Per un complesso di fattori, credo.

Per il lavoro di scavo compiuto dalle lotte comunitarie, per lo più spontanee, degli abitanti poveri, neri, indiani, meticci, delle bidonville e township di Chatsworth, Isipingo, Mpumalanga, Soweto, Tafelsig, che hanno eroso il prestigio della “Triplice Alleanza” al potere e hanno fatto emergere per contro la necessità per le masse povere di auto-organizzarsi e battersi contro gli attuali governanti e amministratori e contro le imprese di servizi privatizzate per poter affermare i propri più elementari bisogni, e la loro capacità di farlo per davvero. Per il fatto che assai più di un decennio fa l’Africa è al centro dell’attenzione internazionale, non solo per le manovre e le manomissioni che vecchi e nuovi colonialisti stanno conducendo sul suo suolo, ma anche per la pretesa del “nuovo” Sud Africa di rappresentare, insieme con Cina, India, Russia e Brasile (i famosi Brics), la sola possibile via di uscita dalla crisi del capitalismo con epicentro negli Stati Uniti e in Europa, una sorta di modello “alternativo”. Infine, ma non per ultimo, per l’effetto indiretto dell’Intifada araba che nel 2011-2012, come un’unica onda sismica, pur di potenza assai differenziata, ha percorso l’intero mondo arabo, e ha riaperto nelle infuocate piazze Tahrir del nord Africa il processo della rivoluzione democratica e anti-imperialista spostando il suo centro di gravità verso il “basso”, tra gli sfruttati. Al pari di ciò che è accaduto in Sud Africa ancor prima del 1994, anche nel mondo arabo le direzioni nazionaliste, tutte senza eccezione, dopo avere beneficiato del loro apporto di lotta, hanno progressivamente estromesso dalla vita politica dei propri paesi le classi lavoratrici, a cominciare dalla classe operaia. Le hanno ridotte nel corso dei decenni all’inattività politica, spesso anche sindacale, alla condizione di quasi-fantasmi, serrandone l’esistenza nella morsa della paura. La rivolta dei lavoratori e dei giovani senza futuro tunisini, egiziani, barheiniti, etc. ha spezzato questa morsa e decretato che il tempo della paura e dell’umiliazione in Africa è finito, e poco importa quanto durerà (di sicuro non poco) il cammino della liberazione degli oppressi.

In Sud Africa questo processo di silenziamento e di estromissione della classe operaia dalla vita politica del paese è avvenuto in modo più rapido e radicale, a partire, però, da un più alto livello di forza e di organizzazione dei lavoratori, e dunque è, per certi versi, ancora incompiuto. La lotta di Marikana l’ha felicemente interrotto e rimesso in questione, con la sua denuncia della insostenibilità del nuovo apartheid per i lavoratori e la rimessa in campo della loro forza autonoma. Autonoma, almeno embrionalmente, da quelle organizzazioni che pretendono di rappresentare i lavoratori, ma che, come il NUM, hanno cambiato pelle e composizione sociale rispetto alle proprie origini, diventando sempre più allineate agli imperativi del mercato e della competitività. I “corporate predators”, inteso a volo il grave pericolo, hanno reagito con i licenziamenti di massa (vedi l’Anglo American Platinum e la Gold Fields) intensificando i loro ricatti sul governo di Pretoria e sui lavoratori. Ormai è il momento di andarcene dal Sud Africa – minacciano -, “non si può vivere con la pistola puntata alla tempia degli scioperi illegali”. Su un sito italiano che dà voce alle posizioni padronali abbiamo letto: “Non si deve dimenticare la natura internazionale di queste multinazionali. Le perdite di profitti che subiranno in Sud Africa possono essere recuperate dai profitti scaturiti in altri paesi africani dove le organizzazioni sindacali sono pressoché inesistenti e le multinazionali possono dettare legge”. Per esempio a Kibali in Congo dove il governo di Kinshasa si accontenta di “ridicole royalties”, o in Botswana, o nello Zimbabwe, o in Zambia (di lì a poco però, proprio in Zambia ci sarebbe stata una rivolta nel distretto minerario di Sinazongwe contro la cinese Collum Coal Mine, circostanza nella quale è caduto per mano dei minatori insorti un negriero di nome Wu Shengzai, noto per il suo pugno di ferro). È il sogno di non veder mai tramontare il sole sui domini del neo-colonialismo, e la certezza di avere comunque nelle élite africane, a partire da quella delle 300 famiglie nere del Sud Africa entrate nella grande ricchezza, una stampella valida per rendere eterno questo dominio. Per la super-class capitalistica che all’oggi guida il mondo, l’Africa non potrà mai essere degli africani e, a maggior ragione, dei lavoratori e degli oppressi africani. Ma non essendo del tutto sicuri di questa loro verità assiomatica, formulata qualche decennio fa da un antropologo fascista, si sono premurati, prima e dopo i fatti di Marikana, di rafforzare eserciti e polizie. Cito ad esempio il governo italiano che proprio negli scorsi mesi ha firmato un accordo per la cooperazione, democratica s’intende, tra le forze di polizia dei due paesi, un accordo che l’ambasciatore italiano a Pretoria ha definito “importante”.

Basterà?

C’è da dubitarne.

La battaglia dei minatori di Marikana si inscrive in un movimento di ascesa dei lavoratori del Sud del mondo che è iniziato in America Latina negli anni ’80 ai tempi delle prime crisi del debito ed è cresciuto fino all’Argentinazo, ha investito dagli anni ’90 ad oggi molti paesi asiatici, incluse alcune piccole tigri (come la Corea del Sud), animando una lunga serie di scioperi operai e di lotte di contadini poveri in Cina, in India, nelle Filippine, in Vietnam, in Bangladesh, per poi assumere il carattere più tumultuoso nei paesi arabi, in Egitto in particolare, il paese-chiave del mondo arabo. Marikana non è un grido disperato nel nulla. È parte di questo moto ascendente, che si è battuto e si batte insieme contro i governi dei rispettivi paesi e contro i poteri forti del capitalismo finanziario internazionale, un moto globale contro gli effetti (non ancora contro le cause) del turbo-capitalismo globalizzato. A Marikana è arrivato e da Marikana riparte un messaggio di lotta al potere globale e insieme locale del super-sfruttamento del lavoro e della devastazione della vita dei lavoratori. È un messaggio di ribellione operaia nera, ma anche “multi-colore”, che parla arabo, cinese, greco e perfino, per semi-sordi che siano all’oggi i lavoratori europei, latino-germanico. Contro messaggi del genere le pallottole non bastano.

Post scriptum: le conseguenze di Marikana

A circa due anni dalla rivolta dei minatori di Marikana (scrivo il 28 aprile 2014) è possibile toccare con mano la portata delle sue conseguenze, indiscutibilmente di grande importanza tanto in campo sindacale che nella vita politica del Sud Africa (e non solo).

Sotto l’impulso della lotta di Marikana, infatti, è nata lungo tutto il corso del 2013 una potente ondata di scioperi spontanei (“selvaggi”) in agricoltura, nel settore minerario, nelle fabbriche di auto, nelle costruzioni, nei trasporti. I braccianti della provincia del Capo occupati nella produzione di frutta, soprattutto uva, sono scesi in campo reclamando il raddoppio del proprio misero salario di 7 euro al giorno e rispondendo senza timore ai licenziamenti di rappresaglia e alle brutalità, agli arresti (almeno 50) e agli omicidi della polizia. I proprietari terrieri non sono riusciti a stroncare lo sciopero neppure con il ricorso al crumiraggio di operai non iscritti al sindacato. Ed è stato così che il 5 febbraio 2013 il COSATU, senza aver fatto nulla per la promozione dello sciopero, ha potuto concludere un accordo che garantisce ai braccianti delle fattorie di De Doorns il 52% di aumento del salario. In questo frangente è anche ripartito il dibattito pubblico sulla necessità di una riforma della proprietà della terra, oggi concentrata nelle mani di pochi grandi proprietari, i quali in molti casi si sono appropriati delle terre di coloro che, spossessati, sono stati costretti a diventare i loro braccianti, “ridotti in schiavitù nelle loro terre natie”, come ha scritto “The Guardian”.

Nello stesso mese di febbraio 2013 sono ripresi violenti scioperi nella regione mineraria a ridosso di Johannesburg tra la cintura di platino delle miniere di Rustemburg e le baraccopoli da cui proviene la maggior parte dei minatori, contro la valanga di 14 mila licenziamenti, poi ridimensionati a 6 mila, annunciati dalla Anglo American Platinum Limited. Anche in questo caso il conflitto sindacale ha riaperto un’antica questione politica, la nazionalizzazione delle miniere, una rivendicazione centrale nel settore più militante della classe lavoratrice sud-africana. Non se ne è potuto tener fuori, questa volta, neppure il NUM, della cui nefasta funzione a Marikana abbiamo detto. Altissima è restata, però, la tensione tra il NUM e l’AMCU, un cui militante è stato ucciso in maggio il giorno prima di testimoniare sull’eccidio di Marikana. Dopo questo omicidio migliaia di minatori della Longmin sono tornati a manifestare al grido di “abbasso il NUM”, respingendo l’invito di Simon Scott, l’a.d. della società, di riprendere immediatamente il lavoro.

Nei mesi successivi è stata la volta di 30.000 lavoratori del settore automobilistico, uno dei settori strategici del paese in quanto copre il 6% del pil e il 12% del valore delle esportazioni, entrati in sciopero negli stabilimenti di imprese multinazionali quali Volkswagen, BMW, Toyota, Mercedes, Ford, General Motors. A Porth Elisabeth, la Detroit africana, gli operai metalmeccanici hanno manifestato per le strade della città rivendicando un aumento salariale del 14%. L’effetto di trascinamento è stato immediato: 90.000 lavoratori delle costruzioni e 600 tecnici della compagnia aerea South Africa Airlines si sono aggregati al movimento di sciopero con richieste salariali simili e forme di lotta “illegali” come sfilare sulle piste degli areoporti. Sentendo montare pericolosamente la collera dei minatori, si è messa in moto anche la burocrazia del NUM che ha riscoperto, almeno a parole, il conflitto con le multinazionali del settore minerario, accusandole di irresponsabilità per i loro ricatti sui licenziamenti di massa, proprio mentre saliva rabbiosa tra i minatori la richiesta della protezione dei loro miseri salari dall’inflazione. Una sollecitazione dal basso non meno energica è arrivata da questi scioperi anche al NUMSA, il sindacato dei metalmeccanici. Ma i conflitti sociali si sono estesi anche agli insegnanti di Pretoria e di Città del Capo scesi in agitazione per protestare contro il completo degrado delle strutture scoalistiche: aule sovraffollate, in molti casi senza banchi, con mattoni al posto delle sedie, senza acqua, condizioni igieniche indegne. A completare il quadro c’è stato poi lo sciopero nazionale dei trasporti proclamato dai conducenti degli autobus per ottenere l’aumento del loro minimo salariale.

Se il 2012 era stato un anno speciale per l’ampiezza degli scioperi “illegali” con 17.290.552 ore di lavoro perdute secondo il ministro del lavoro Oliphant, il 2013 non è stato da meno. Non poteva esserci una conferma più chiara di come e quanto la rivolta di Marikana abbia elevato il livello di coscienza e di organizzazione dei lavoratori di tutto il Sud Africa, come testimonia la nascita di molti comitati di sciopero non promossi dai sindacati ufficiali. Quella che ha preso corpo nel 2013 è stata una mobilitazione di massa trasversale ai diversi settori e segnata dalla crescente pressione dei lavoratori di base sulle, e spesso contro, le proprie strutture sindacali, strette tra questa pressione e la pressione contrapposta di ANC e governo a non assecondare le aspettative dei lavoratori.

Il risvolto politico più clamoroso di questa attivizzazione dei lavoratori sud-africani è stato di sicuro il congresso straordinario del NUMSA tenutosi il 17-20 dicembre 2013. Questo congresso ha avuto il merito di fare un bilancio impietoso di venti anni di democrazia in Sud Africa, che si è aperto con l’amara constatazione: nulla di fondamentale è cambiato con la fine del vecchio regime di apartheid, “sotto tutti gli aspetti essenziali è rimasta in piedi la condizione coloniale della maggioranza nera, sicché l’attuale società deve essere caratterizzata come un ‘colonialismo di tipo particolare‘”. Nulla lo prova quanto l’esistenza di 26 milioni di sud-africani (25 dei quali neri) in condizioni di “povertà abietta”. Altrettanto secco il giudizio sull’ANC e sui suoi alleati (COSATU e SACP), accusati di avere fatta propria la prospettiva neo-liberista abbandonando definitivamente ogni riferimento alla “trasformazione rivoluzionaria” del Sud Africa e ogni intenzione di procedere all’espropriazione dei proprietari terrieri e dei grandi poteri economici. Il riferimento centrale del congresso è stato alla Freedom Charter del giugno 1955, cui è stata contrapposta la linea di deriva iniziata con i negoziati per la costituzione avvenuti a metà anni ’90, nei quali furono abbandonati i due punti qualificanti del programma delle trasformazioni sociali: la redistribuzione delle terre e la nazionalizzazione delle industrie. Il risultato è che dopo vent’anni di democrazia il Sud Africa “è diventato il luogo più diseguale e violento della terra”. Impressionanti i dati di fatto elencati: la grande massa della popolazione è “poco istruita, poco qualificata, vive in condizioni di estrema povertà, è priva di cure”, la disoccupazione è cresciuta fino a superare i 4 milioni di senza lavoro (con il tasso ufficiale al 25%), il livello di qualità e di efficienza delle strutture sanitarie pubbliche è patetico (in un paese in cui l’aids colpisce dal 14 al 18% della popolazione), gli enti locali sono al collasso, l’incidenza della violenza e dei crimini violenti, anche tra i minori, è ai suoi massimi storici (20.000 omicidi, 30.000 tentati omicidi, 50.000 stupri all’anno), la xenofobia nei confronti dei lavoratori immigrati è in aumento.

Ne deriva un giudizio categorico sulla dirigenza politico-sindacale del paese, inclusa la direzione del COSATU a cui il NUMSA appartiene, che vale la pena riportare per esteso: «La leadership del movimento nazionale nel suo insieme ha fallito nel compito di guidare un coerente e radicale processo di democratizzazione della società volto a risolvere dopo il 1994 le questioni nazionali, di genere, di classe. Questa leadership è oggi trainata in modo dominante dalla classe capitalistica nera e africana e si inchina ai diktat del capitale monopolistico bianco e degli interessi imperialisti. Si tratta, quindi, di nulla altro che di capitalisti parassiti e clientelari». Nel riassumere l’analisi del congresso il segretario dei metalmeccanici, Irvin Jim, è stato, se possibile, ancora più esplicito: la ledearship del sindacato, benché si professi ancora anti-imperialista, è in realtà “schierata in modo inequivocabile dalla parte del capitale internazionale”. Dopotutto, ha sottolineato, il Sud Africa di oggi dipende dall’esportazione delle materie prime (platino, oro, carbone, diamanti) né più né meno del Sud-Africa dell’apartheid storico; il settore finanziario del paese è dominato da sole quattro banche (ABSA, Nedbank, FNB e Standard Bank) nelle quali è molto forte, quando non prevalente il capitale estero, e lo stesso accade nei settori edile, farmaceutico, dell’auto, delle telecomunicazioni.

A seguito di un simile giudizio la necessità, è inevitabile per il NUMSA, sindacato forte di 341.150 aderenti, “ripensare” e rivedere i suoi rapporti con l’ANC e i suoi alleati. Altrettanto inevitabile identificare le radici della crisi del COSATU, che da anni sta subendo una vera e propria emorragia di iscritti, nella sua complicità con le politiche neo-liberiste del partito al governo. A fronte di ciò il NUMSA si appella a tutti i lavoratori del Sud-Africa, “neri, bianchi e africani” affinché si uniscano nella lotta per rivendicare l’integrale e immediata applicazione della Freedom Charter, a cominciare dalla nazionalizzazione delle “ricchezze del Sud-Africa, incluse le miniere e la terra”, e si sollevino contro la sudditanza delle strutture sindacali ai voleri del governo, dell’ANC, del capitale interno “bianco” e di quello globale. Tale energica denuncia politica, del tutto inimmaginabile senza la lotta di Marikana, mette capo alla prospettiva di un Movimento/Fronte unito per il socialismo, di cui il NUMSA si fa promotore. Importante è stata anche la decisione del sindacato dei metalmeccanici di rivolgersi oltre la propria categoria e oltre le fabbriche all’intero campo degli sfruttati sud-africani anche per ciò che riguarda le rivendicazioni immediate con al primo posto la difesa e l’ampliamento dei posti di lavoro, la parità salariale tra bianchi e neri, l’introduzione e il rispetto di un salario minimo nazionale per tutte le categorie (oggi inesistente) che garantisca a tutti una vita dignitosa, il blocco dei prezzi dei generi di prima necessità. Rivendicazioni che il NUMSA ha messo al centro dello sciopero nazionale del 19 marzo 2014, che si è svolto con una buona adesione.

L’intenzione dichiarata dei dirigenti del NUMSA è quella di esplorare la possibilità di “dare vita a un partito socialista dei lavoratori” e ad un movimento/fronte per il socialismo, di unificare le lotte degli operai con le lotte di quartiere per la casa, l’istruzione, l’acqua, la salute, i servizi, attraverso mobilitazioni di massa congiunte, di battersi per riconquistare dal basso il COSATU e consolidare l’attuale scelta di campo del NUMSA. È difficile dire se essa avrà un coerente seguito nei prossimi tempi oppure se, sotto l’infuriare degli attacchi di estremismo infantile e le provocazioni provenienti dall’ANC e dai vertici del COSATU, la sua dirigenza finirà per cercare compromessi al ribasso in nome della “salvezza della nazione”, una tematica comunque fortemente presente negli interventi di Irving Jim; se essa saprà dare un ulteriore impulso alla mobilitazione di massa o si impantanerà nei giochi elettorali/istituzionali a cui la perdita di credibilità dell’ANC lascia più spazio di un tempo.

Altrettanto difficile è preconizzare se il sindacato dei minatori nato a Marikana come alternativa al NUM saprà o no mantenere le sue promesse di restare indipendente dal governo. Più dubbio ancora, anzi – a mio avviso – altamente improbabile, è che siano in grado di dare effettiva forza a queste spinte le fibrillazioni, contestazioni interne e scissioni dell’ANC. Benché la corruzione sia un male sociale che colpisce anche i lavoratori, il fatto che il nuovo partito di Mamphela Ramphele, un ex-funzionario della Banca mondiale in buoni rapporti con gli Stati Uniti, abbia fatto della lotta alla corruzione il punto centrale del proprio programma dandole la priorità sulle aspettative e i bisogni primari dei proletari, non promette nulla di buono. Neppure gli Economic Freedom Fighters (un nome curioso per una formazione che si vuole a sinistra dell’ANC) capitanati da Julius Malema, che hanno una qualche influenza tra i giovani, costituiscono – al di là dei loro slogan ad effetto – una coerente incarnazione degli interessi dei proletari sud-africani in ebollizione. Anche queste prime fratture dentro l’ANC, però, mostrano che il Sud Africa sta approssimandosi a grandi passi ad una svolta della sua storia.

Del resto, non bastassero a dirlo gli esplosivi scontri di classe degli ultimi anni, anche il tasso di crescita della sua economia plana ormai rapidamente verso il basso: 2,5% nel 2012, 1,9% nel 2013, mentre il rand ha perso tra il 2011 e il 2013 il 30% del suo valore, e gli investimenti esteri, pur sempre significativi nel settore minerario e in quello immobiliare e finanziario, continuano a decrescere. Una linea di evoluzione non dissimile da quella che sta interessando gli altri celebrati componenti del gruppo dei Brics, scossi in modo crescente (con la sola eccezione della Russia) da conflitti operai, sociali, ecologici a largo raggio, che mettono in luce quanto i loro passati brillanti risultati economici fossero fondati su un’estrema polarizzazione sociale, su un insostenibile super-sfruttamento del lavoro, su forme asfissianti di controllo poliziesco, su un sistematico attacco ai rispettivi eco-sistemi. E quanto quindi il presunto “modello alternativo di crescita” da loro rappresentato, oltre che più fragile del previsto, sia totalmente inaccettabile per i lavoratori. Su questo i minatori di Marikana, i minatori sud-africani, 80.000 dei quali sono di nuovo in sciopero, hanno già detto l’ultima parola.

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