Quando la lotta contro la disparità passò per i campi da tennis

Arriva nelle nostre sale, in pieno “Weinstein gate”, il film  La battaglia dei sessi, sul leggendario match tra la tennista Billie Jean King e il campione Bobby Riggs nel lontano 1973, è diretto diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, già registi di Little Miss Sunshine.

Lo scontro tra questi due titani del tennis è ancora oggi noto con il nome “La battaglia dei sessi”, poiché il fine ultimo di questo “show mediatico” fu quello di dimostrare che una donna può battere un uomo anche in ambito sportivo. Gli anni ’70 furono il decennio di massimo splendore del movimento femminista, soprattutto negli USA: le donne non erano più relegate in cucina o in camera da letto, reclamavano pari opportunità sul lavoro come nella vita privata. Billie Jean King, oltre ad essere una delle migliori atlete del secolo scorso, è anche un simbolo del movimento femminista e LGBTQ.

Fin da subito, la King lascia l’ ATP (l’associazione dei tennisti professionisti) a causa del divario tra la somma in denaro del premio maschile e quello femminile. Decide di creare una federazione tutta sua, alleandosi con le più forti tenniste del tempo. Insieme, boicottarono la federazione di Tennis made in USA. In questo clima di ribellione e cambiamenti, il personaggio di Bobby Riggs (un vecchio campione con il vizio della scommess ) non è un antagonista, non è un “porco maschilista” come ama definirsi durante le varie interviste pre-partita: è solo un uomo con il talento per le scommesse. Sa cosa il pubblico vuole. Riggs sfida prima la tennista australiana Margaret Court, sconfiggendola. Questa partita rischia di far crollare l’intera lotta della King, la quale, di conseguenza, deciderà di accettare la sfida di Bobby Riggs. L’esito della partita è ben noto: una vittoria schiacciante per Billie Jean, una bruciante sconfitta per l’eccentrico Bobby Riggs. Tuttavia “la battaglia dei sessi” non è solo quella che avviene su un campo da tennis. La battaglia dei sessi è stata la battaglia di un’epoca (o meglio un decennio) messa in scena anche nelle vite personali dei protagonisti.

Billie Jean si innamora di una ragazza decretando la fine del suo storico matrimonio con il promoter Larry King. La sceneggiatura concede un giusto spazio alla nascita e all’esplorazione di questa passione, con le paure ed i dubbi che porta con sè. Così come lo giusto spazio è concesso all’uomo Bobby: un personaggio eccentrico, ma fondamentalmente buono, innamorato della propria moglie quanto di se stesso. Di base, due “campioni” profondamente umani e mai l’uno la nemesi dell’altro, anzi! Nella vita reale, la King e Riggs divennero buoni amici.

Emma Stone (fresca di Oscar per “La la land”) interpreta Billie Jean: è lei nei gesti, nelle espressioni del viso e nella grinta con cui gioca (anche se i match sono ripresi in campo intero per l’uso di tennisti professionisti) e nella “goffaggine” della prima esperienza omosessuale. Steve Carrell, invece, è Bobby Riggs. Carrell lo interpreta enfatizzando i lati “peggiori” del maiale maschilista, dato che questo si può vedere nei documenti d’epoca, regalandoci brevi momenti di bontà. Momenti quasi impercettibili, ma che bastano a permette allo spettatore di non odiare quest’uomo adorabilmente politically UNcorrect. La regia, invece, riporta lo spettatore direttamente nel 1972-73, grazie all’uso del formato 35mm, le atmosfere “scintillanti” e le colonne sonore che hanno segnato gli anni ’70 (ad esempio “Crimson and Clover” di Tommy James e The Shondells ).

Sabrina Monno

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