Verso lo sciopero generale del 27 ottobre

Riceviamo e pubblichiamo una recente riflessione del SI Cobas Pubblico Impiego sull’attualità della lotta di classe e del sindacalismo in Italia, a partire dal ripetersi di scioperi “generali” separati nel sindacalismo di base.


 

La necessità di allargare il fronte di lotta e l’inadeguatezza di un sindacalismo di base corroso da tatticismi e settarismo.

 

Mentre scriviamo questa nota, la gran parte della nostra organizzazione e dei lavoratori aderenti al SI Cobas è ancora impegnata in un durissimo scontro con SDA a seguito del tentativo operato dai padroni di applicare retroattivamente il Jobs Act nell’Hub di Carpiano: l’obbiettivo è quello di liberarsi dalla morsa del SI Cobas e consegnare il nostro scalpo (e quello degli operai) su un piatto d’argento al governo Gentiloni, da mesi intento in maniera ossessiva ad infangare e criminalizzare il diritto di sciopero, e forse del colosso mondiale Amazon, il quale sembrerebbe interessato a rilevare le attività di questa azienda semipubblica (partecipata 100% da Poste Italiane) a condizione che i diritti e i livelli salariali degli operai tornino alla condizione di barbarie che vigeva in tutti i magazzini della logistica fino all’esplosione e al successivo consolidamento del movimento dei facchini.

Facciamo questa premessa perché riteniamo che il dibattito, il confronto e i percorsi che porteranno al prossimo sciopero generale del 27 ottobre, e lo stesso frazionamento prodottosi con la convocazione di una data separata da parte di USB e Confederazione Cobas, vada rimesso con i piedi per terra.

Se non siamo in grado di mettere a fuoco con chiarezza i disegni e i piani della nostra controparte nel breve e nel medio periodo, è improbabile che saremo capaci di articolare una risposta che sia all’altezza dell’attacco che governo e padroni stanno sferrando all’intera classe lavoratrice.

Già con la nostra presa di posizione del 4 settembre avevamo evidenziato come lo sciopero dei trasporti dello scorso 16 giugno avesse costituito un oggettiva ventata di aria nuova nel panorama attuale del sindacalismo di classe, e il suo successo è stato il frutto del fatto che finalmente si metteva al centro della mobilitazione i contenuti e gli obbiettivi reali dello sciopero e il protagonismo diretto dei lavoratori e non quello delle singole sigle.

Per dare continuità a questo percorso abbiamo aderito fin dal principio, con convinzione, alla proposta di sciopero generale per il giorno 27 ottobre assieme a Cub, Sgb, Usi e Slai Cobas. Gli avvenimenti successivi hanno portato alla proclamazione di due scioperi diversi a distanza di due settimane e all’accusa nei confronti nostri e delle altre sigle di “non volere l’unità del sindacalismo di base”.

Per quanto ci riguarda riteniamo che un’accusa del genere, mossa in primo luogo da USB all’indomani dell’assemblea del 23 settembre, sia da rispedire integralmente al mittente.

A dimostrazione di ciò ci basta ripercorrere il succedersi degli eventi, nudo e crudo.

  1. Nelle settimane successive all’indizione dello sciopero, questa proposta ha registrato interesse ed entusiasmo in un settore di lavoratori ampiamente più largo del perimetro delle organizzazioni sindacali promotrici, come testimoniato dalle centinaia di adesioni pervenute all’appello per uno sciopero unitario, sottoscritto tra gli altri da numerosi delegati di Usb, Confederazione Cobas e persino della sinistra Cgil.
  2. Solo a fine agosto Usb ci ha inviato una nota nella quale chiedeva lo spostamento ad altra data a causa di un’assemblea sindacale internazionale convocata per il 3 novembre.
  3. A questa lettera, unici tra le sigle promotori, come SI Cobas ci siamo fatti carico di rispondere immediatamente, non comprendendo i motivi della richiesta di rinvio ma dando la nostra disponibilità ad aprire una discussione non tanto sulla data ma sui contenuti dello sciopero, demandando la decisione sulla data all’assemblea nazionale dei delegati del 23 settembre a Milano e invitando anche i rappresentanti delle sigle non promotrici a partecipare e a formulare in quella sede le loro proposte.
  4. Poche ore dopo la pubblicazione della nostra nota, è apparsa pubblicamente in rete e sui social network la convocazione, proprio il 23 settembre ma a Bologna, di un’assemblea della Rete Eurostop, con all’ordine del giorno, tra gli altri, proprio il tema dello sciopero generale, e la proposta di far coincidere la data dello sciopero alla vigilia di una manifestazione nazionale di quest’area politica di cui i vertici nazionali USB sono colonna portante.
  5. Questa scelta ha di fatto azzerato le già residue possibilità di dialogo, contribuendo ad alimentare nel fronte dei promotori dello sciopero un sempre maggiore scetticismo sull’effettiva volontà di giungere a uno sciopero unitario: su questa dinamica ha senz’altro inciso non certo il SI Cobas, bensì l’annosa e interminabile diaspora che da anni attraversa le organizzazioni figlie di quello che fino al 2009 era il sindacato Cub-Rdb.

Per quel che ci riguarda, coerentemente con la nostra volontà di dare centralità ai contenuti reali dello sciopero e non ad uno sterile narcisismo di sigla, non vi è dubbio che l’operazione di Eurostop tesa ad accaparrarsi surrettiziamente la paternità politica di uno sciopero generale unitario ci ha lasciati non poco interdetti. Il SI Cobas, infatti, essendo per sua stessa costituzione un organizzazione ispirata ai principi dell’internazionalismo e non a caso composta in prevalenza di lavoratori immigrati, è distante anni-luce dalle teorie neosovraniste di Eurostop, la quale vede addirittura al suo interno personaggi come Ugo Boghetta, che in quanto sostenitori della chiusura delle frontiere si pongono oggettivamente in un campo antagonista non solo al movimento dei facchini (buona parte dei quali sono approdati nei magazzini della logistica scappando dalla fame e dalle guerre imperialiste), ma anche a ogni più elementare punto di vista classista della questione-immigrazione…

Nonostante ciò, il 23 settembre i lavoratori presenti all’assemblea, in primis i nostri lavoratori e le reti sociali collegate al SI Cobas, hanno atteso invano l’arrivo di una delegazione dell’Usb e delle altre sigle non promotrici, che ci venisse a spiegare o a proporre una data alternativa e i contenuti di un’eventuale piattaforma comune. Nessuno dei non promotori si è presentato, fatta salva una piccola delegazione dei sostenitori dell’appello unitario, comunque per nulla rappresentativi delle loro organizzazioni sindacali d’appartenenza.

  1. Nelle stesse ore circolavano una serie di comunicati in cui Usb si dichiarava “disponibile” a revocare lo sciopero nazionale già indetto per il 17 novembre per convergere su una data unitaria il 10 novembre, ben guardandosi però (come anche altri hanno fatto notare) dal revocarla prima dell’assemblea del 23, in coerenza con uno spirito realmente unitario.
  2. L’assemblea dei delegati, prendendo atto della situazione, ha votato pressochè all’unanimità la proposta del 27 ottobre.
  3. Solo poche ore dopo il termine dell’assemblea, Usb ha revocato la data del 17 novembre e convocato lo sciopero per il 10.
  4. Ferma restando la “discriminante” posta da Cub e Sgb sul rifiuto del Testo Unico sulla rappresentanza quale precondizione per aderire allo sciopero (una discriminante a nostro avviso fondata in linea di principio ma sul piano concreto settaria e incapace di leggere da un lato la complessità delle relazioni sindacali in alcune categorie, dall’altro di cogliere la priorità nella fase attuale di uno sciopero che coinvolgesse il maggior numero possibile di lavoratori), nulla e nessuno avrebbero vietato a Usb e alle altre sigle di convergere in uno sciopero unitario ma con piattaforme separate.

A tal proposito ricordiamo che come SI Cobas, assieme all’ADL Cobas, abbiamo indetto proprio lo scorso anno uno sciopero generale nella stessa data (21 ottobre 2016) proclamata unilateralmente da Usb, mobilitandoci sulla base di una piattaforma e di parole d’ordine differenti, ma non anteponendo i nostri interessi di bottega all’obbiettivo di dar vita a una vera giornata di lotta capace di dar fastidio ai padroni e al governo. Anche in quell’occasione, infischiandocene delle critiche settarie che provenivano dal resto del sindacalismo di base, abbiamo subordinato la scelta della data a quelli che ritenevamo essere gli interessi immediati e di fase dell’insieme dei lavoratori, e scegliemmo di scioperare il 21 ottobre senza fare inutili piagnistei per l’essere esclusi dal tavolo dei promotori, ne chiedere rinvii in base alle miriadi di vertenze che ogni giorno ci impegnano e che, volendo, potrebbero sempre fungere da alibi per trovare la data a noi più congeniale…

L’unità, a nostro avviso, la si può raggiungere solo a condizione di mettere da parte le logiche di primogenitura e l’illusione di essere il centro del mondo.

Come abbiamo già ribadito, per noi arrivare a uno sciopero nei tempi più brevi possibili è una necessità oggettiva per i lavoratori e l’intero movimento di classe alla luce delle politiche di macelleria sociale, dell’escalation repressiva in atto, dello smantellamento di importanti servizi pubblici (come nel caso del trasporto pubblico locale) e del tentativo di restringere ancor di più gli spazi per le libertà sindacali e il diritto di sciopero.

Anche in questo senso la vicenda SDA ci appare paradigmatica dei piani del nemico di classe: pur di ottenere l’applicazione generalizzata e retroattiva del Jobs Act, l’azienda legata a Poste Italiane è stata disposta a subire il blocco quasi integrale delle sue merci per più di due settimane e perdite economiche incalcolabili, rifiutandosi di firmare una clausola che centinaia di corrieri privati hanno già sottoscritto col SI Cobas.

Il motivo è semplice: a differenza dei privati, le aziende a partecipazione pubblica possono permettersi di scaricare i costi degli scioperi e delle inefficienze aziendali sulla fiscalità generale, quindi ammortizzano meglio lo scontro, spostandolo su un piano politico!

Non è un caso se in queste settimane assistiamo a un iperattivismo di parlamentari PD (su tutti l’ultras dei “pro-Tav” Stefano Esposito) e allo squallido teatrino messo in atto dalla Cgil che si appella al Ministero degli Interni per “rimettere le cose a posto” (a suon di manganelli e lacrimogeni…), col fine di criminalizzare la lotta dei facchini SDA; non è un caso se fuori al magazzino di Carpiano la scorsa settimana è stata organizzata una spedizione squadristica contro gli scioperanti con coltelli e bottiglie. Non è un caso se solo poche ore fa, nel corso di un’audizione dei vertici SDA in Commissione lavori pubblici del Senato, l’escalation di odio antioperaio da parte del PD sia giunta a tal punto da censurare la condotta, a loro dire, “eccessivamente morbida” dell’azienda e delle stesse Prefetture, ree di dialogare con gli scioperanti invece di bastonarli con i manganelli della Polizia…

Questa linea di condotta, lungi dal sorprenderci, si inscrive pienamente nella strategia antiproletaria che parte dal Jobs Act, passa per il decreto Minniti e arriva alla criminalizzazione e alla messa al bando del diritto di sciopero.

Ciò a cui assistiamo in Sda è lo stesso identico copione con cui in questi mesi stanno facendo i conti i lavoratori del trasporto pubblico locale, vittime di un pesante linciaggio politico e mediatico ogni qualvolta scelgono di scioperare contro i pesanti piani di ristrutturazione ad opera dei governi centrali e locali.

D’altra parte, proprio attorno alle lotte nella logistica e nel trasporto pubblico assistiamo quotidianamente ad importanti episodi di unità d’azione dal basso: alla Fiat di Melfi l’Usb scioperano contro l’aggressione squadristica al SI Cobas in Sda e a sostegno dei facchini; la Cub Trasporti solidarizza pubblicamente con la lotta dei facchini a Carpiano; a Napoli il SI Cobas sostiene la lotta dei dipendenti ANM in gran parte aderenti ad Usb; a Bologna Sgb e Usb scioperano insieme contro i licenziamenti in Tper, e gli esempi potrebbero continuare. Certo non mancano episodi di segno opposto: il boicottaggio dello sciopero all’SDA di Bologna da parte degli iscritti SGB, da noi denunciato anche all’assemblea del 23 settembre a Milano, è per noi un episodio che di certo non aiuta a consolidare l’iter unitario di costruzione dello sciopero del 27 ottobre, e andrebbe fortemente stigmatizzato dai vertici dell’SGB.

Resta il fatto che la tendenza attualmente prevalente tra i lavoratori del sindacalismo di classe e combattivo è senz’altro quella dell’unità d’azione su alcuni obbiettivi chiari. Una tendenza che la famiglia litigiosa del sindacalismo di base ancora tarda a comprendere, ma che sotto i colpi della crisi è destinata a consolidarsi e diffondersi sempre più, travolgendo nicchie, parrocchie e santuari oramai stantii.

SI Cobas – Pubblico Impiego

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