Neet, “inattivi” e hikikomori: l’esclusione sociale e la sua base economica

  • Data : novembre 14, 2017
  • Sezione : Giovani

Introduzione

NEET, Not (engaged) in education, employment or training: la stessa definizione del fenomeno dei NEET ha il sapore di un verdetto. Di condanne sociali, in effetti, i NEET sono fatti oggetto. Nel 2007 Padoa-Schioppa, allora Ministro dell’economia, ha definito “bamboccioni” coloro che continuano a vivere coi genitori ben oltre la maggior età. Sebbene, come vedremo, la maggior parte dei NEET rientri in categorie socialmente “giustificabili”, non trascurabile statisticamente è il gruppo di coloro che “volontariamente” non si dedicano al lavoro o ad un percorso di formazione riconosciuto come tale.

Tra “inattivi” e disengaged abbiamo poi un caso particolare, quello degli hikikomori(1).Si tratta di giovani di età variabile che arrivano a chiudersi in casa o nella propria camera tagliado ogni contatto, o quasi, con amici e famigliari. Il fenomeno ha un certa incidenza in Giappone, ma ci sono numerosi casi documentati anche nei paesi occidentali. In molti casi si riscontra una relazione tra la condizione di hikikomori e vari disturbi, tra cui la dipendenza da internet.

Rimane da chiedersi cosa possa spingere un individuo ad autoescludersi dalla società e a dipendere in eterno dai genitori, vivendo in un eterno limbo tra i sensi di colpa e l’attesa di un futuro che non arriverà mai.

Su tali forme di esclusione “volontaria” varrà la pena riflettere con particolare attenzione.

Un po’ di dati

Il fenomeno dei NEET pone per sua natura problemi di definizione e classificazione. I vari istituti internazionali di statistica possono usare indicatori diversi in base a età (da 18 a 24 anni, fino a 34, etc.), posizione nel mercato del lavoro (tutti i disoccupati, solo gli “inattivi” o solamente chi non fa parte della forza lavoro), natura dei corsi di istruzione e formazione e volontarietà o meno della scelta di non lavorare.

Più produttivo sarà forse, allora, partire dai 5 sottogruppi che Eurofound(2) delinea:

1. I conventionally unemployed, che costituiscono il gruppo numericamente più nutrito, sono i disoccupati che cercano lavoro
2. Gli unavailable, cioè i non disponibili al lavoro, ad esempio badanti, ragazze madri, malati o disabili
3. I disengaged, ovvero coloro che non cercano lavoro o formazione perché scoraggiati o perché “seguono pericolosi stili di vita o asociali”(3)
4. Gli opportunity seekers, che aspettano opportunità  di lavoro o di formazione più conformi “alle loro capacità e status”(4)
5.  I voluntary neets, che stanno viaggiando o sono impegnati in attività comunque costruttive, come arte o apprendimento autodiretto.

Gli studi hanno rilevato alcuni fattori di rischio. I giovani disabili o con problemi i salute, con background di immigrazione, con basso livello d’istruzione, che vivono in zone remote o piccoli centri e, ancora, i giovani con basso reddito famigliare, con genitori che sono stati disoccupati, che hanno un basso livello d’istruzione o che sono divorziati hanno più probabilità di diventare NEET.

In significativa controtendenza è la collocazione degli hikikomori. Se da un lato gli studiosi presentano stime numeriche discordanti, ma comunque sempre preoccupanti, dall’altro si individua chiaramente la loro appartenenza ai ceti medio-alti (5).

Uno sguardo politico

Appare evidente dai dati che l’incidenza del fenomeno riflette da un lato le disparità sociali e di classe su cui si fonda la nostra società, dall’altro l’incapacità dello stato borghese di integrare nel tessuto sociale soggetti deboli e a rischio di esclusione. Ma, visto che in fondo si tratta di un risultato tutto sommato prevedibile, tentiamo di andare più in profondità.

Eurofound ha analizzato le conseguenze sociali del fenomeno in termini di disaffezione ed emarginazione politica, in particolare verso “parlamento nazionale, governo, sistema giuridico, polizia, rappresentanti politici, partiti politici, Unione Europea e Nazioni Unite”(6).  La scarsa partecipazione politica è, a sua volta, in gran parte sovrapposta alla partecipazione alla politica borghese. Si rileva, in particolare, una minore partecipazione al voto, insieme ovviamente ad una minore partecipazione ai partiti politici riconosciuti, anche in termini di attivismo, e all’insieme di azioni volte ad influenzare le scelte governative.

Dobbiamo a questo punto esprimere delle perplessità. Si dà per scontato che tutto ciò sia esclusivamente una conseguenza del fenomeno, ma se tale disaffezione verso le istituzioni borghesi e verso i punti di riferimento tradizionali, se tale sfiducia nelle reali possibilità di realizzazione in questa società fossero da annoverare piuttosto tra le cause? Ancora: tale disaffezione è lecita o meno? Chiederselo, si dirà, introdurrebbe una valutazione soggettiva e lederebbe quindi la scientificità dello studio. Il punto, però, è che la realtà socio-economica è per sua natura dialettica e ogni visione statica, che prescinda dal franco riconoscimento di interessi contrapposti, è dogmatica e come tale antiscientifica. A che titolo si parla della sfiducia verso lo stato borghese come di un “costo sociale”, come di un elemento deviante che compromette il corretto funzionamento degli ingranaggi sociali e crea “instabilità politica”(7)? Questo “costo sociale” dev’essere per noi un patrimonio che la politica rivoluzionaria deve riuscire a catalizzare.

D’altra parte chi è il responsabile degli stessi fattori di rischio che le statistiche evidenziano?

I dati parlano chiaro: i paesi il cui il fenomeno dei neet ha maggiore incidenza sono quei paesi mediterranei particolarmente colpiti dalle misure di austerity e dalle politiche di precarizzazione, ovvero la Grecia, che ha il primato di disoccupazione giovanile e neet istruiti, la Spagna, che è al primo posto quanto a lavori temporanei, l’Italia, che ha il maggior numero di neet e infine il Portogallo. In particolare, tali paesi si distinguono per un forte dualismo, in termini di protezione sociale e prospettive salariali, tra lavoratori a tempo indeterminato e contratti temporanei o atipici.

Sembra proprio che il problema si riduca ad una contrapposizione tra paesi “buoni” e paesi “cattivi”, cioè i paesi europei del sud. E come spesso accade i cattivi sono i più poveri, cioè quei paesi che si trovano maggiormente strangolati dall’austerity e che hanno meno margine di manovra per politiche sociali. Tuttavia, contro ogni deriva sovranista e antieuropeista spicciola, occorre aggiustare il tiro. Più che di “buoni e cattivi” si tratta qui di un processo globale che, come ogni processo, investe diverse aree con tempi e intensità differenti. Problemi come la precarizzazione, l’aumento della disoccupazione giovanile e non e la contrazione di welfare e politiche sociali non sono esclusivo appannaggio degli sventurati paesi del sud.

Certo è, in ogni caso, che questi problemi stanno alla base di diversi fenomeni sociali allarmanti. Qual è, allora, la soluzione? Lotta alla precarizzazione, tassazione dei capitali, opposizione allo strozzinaggio e all’austerity, difesa del lavoro? Niente affatto. Austerity e flessibilità sono sacrosante, al limite esse si possono compensare con maggiore sicurezza sociale, corsi di formazione e politiche di reinserimento dei disoccupati. È lo stato che, qualora possa permetterselo, userà i soldi delle tasse, cioè in gran parte i soldi dei proletari, per mitigare i disastri provocati dalla classe dominante. Nasce così la flexecurity, il modello virtuoso fornitoci da paesi come l’Olanda e a cui l’Europa guarda a a partire dal Trattato di Lisbona. Un grottesco ossimoro è la risposta che le istituzioni borghesi si sentono di dare al malessere di milioni di giovani e di proletari.

Forse la sfiducia dei giovani verso la società e la politica borghese non era tanto infondata. Essa non è una devianza da debellare, ma piuttosto un malessere che deve diventare rabbia e coscienza politica per abbattere un sistema economico fondato sull’oppressione e sulla competizione sociale sfrenata.

Di Bauschan

Note

(1) Hikikomori e NEET sono ormai sdoganati in Giappone nella cultura pop, particolarmente in manda ed anime – un esempio su tutti: Welcome to the NHK. È significativo come gli esponenti di tali categorie abbiano spesso, in queste opere, il ruolo di protagonisti, cioè siano figure in cui si ritiene si possa identificare in qualche misura un ampio target di pubblico. Un certo legame tra questi fenomeni sociali e la cultura “nerd” e geek, sebbene non generalizzabile, sembra tuttavia comprovato.

(2) Eurofound è un’agenzia tripartita dell’UE che fornisce le conoscenze per contribuire allo sviluppo di migliori politiche sociali, occupazionali e relative al lavoro.

(3) Polonio, Silvia, Generazione Neet in Europa: un’analisi di raggruppamento per l’Europa del 15 nel 2013 (2015), p 11; su questa interessante tesi mi sono basato in diverse parti del  mio articolo.

(4) Op.cit, p. 12.

(5) Adriana Bazzi, In ospedale, ma solo con il suo computer, in Corriere della Sera, 21 novembre 2010, citato da Wikipedia nella voce sugli Hikikomori.

(6) Per riferimenti bibliografici e sitografici più precisi rimando alla tesi citata in n.3.

(7) Op.cit, p.17; si parla sempre degli indicatori e delle considerazioni di Eurofound.

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