Megumi, le storie dei rapiti e una luce sobria sulla Corea del Nord

Megumi Yokota, ragazzina giapponese di 13 anni scomparsa il 15 Novembre 1977 nella sua città Nigata. Rapita su una spiaggia da agenti nordcoreani, trascinata nell’oblio del “Regno dei Kim”. Questa e altre vicende commoventi che però non lasciano mai da parte il contesto storico e geografico regionale che ha determinato l’attuale assetto della Corea del nord e la natura della sua burocrazia.

Antonio Moscatello, giornalista esperto di lingua e cultura Giapponese e più in generale di questioni asiatiche, nel suo Megumi – Storie di rapimenti e spie della Corea del nord (Rogiosi Editore) prova a ricongiungere i fili di storie tremende facendo un uso però molto cauto di tutte le fonti che personalmente ha ricercato, scelto, selezionato. Come lui spesso ha ripetuto, la cautela e il beneficio del dubbio sono un atto dovuto sopratutto quando si parla di informazioni che riguardano la Corea del Nord. Questo atteggiamento dovrebbe in realtà essere uno dei punti cardine dell’etica di qualsiasi giornalista, al di là di quello che si è spesso abituati a vedere sui alcuni media italiani (e sui media mondiali, quando si parla di Corea).

Questo libro per certi versi si impegna a non cedere alla narrazione mainstream della Corea del nord, quella stereotipata e caricaturale che passa sui media occidentali (e che fa tanto gola a una fetta di pubblico). Per altri versi, ovviamente non risparmia né toglie nulla ai crimini che le burocrazie degenerate di quel Paese hanno commesso (e, in parte, continuano a commettere). La ricostruzione non dimentica quasi mai di inquadrare però quei crimini imperdonabili all’interno del quadro storico della guerra di Corea e della dura occupazione giapponese che i coreani hanno subito, culminata in lavoro forzato e deportazioni nel peridoo della seconda guerra mondiale.

Le storie di Megumi Yokota, il nome della ragazzina che dà il titolo al libro, così come tante altre vicende di rapiti giapponesi, sudcoreani e di altri Paesi, sono particolarmente commoventi e interessanti sul piano umano, psicologico e familiare. Altre come quelle del gruppo estremista Yogo-do (che dirottò un volo di linea per tentare di atterrare nel noto Paradiso socialista) hanno addirittura un che di avvincente, per quanto drammaticamente vere.

Ma i pregi maggiori di questo lavoro, a mio parere sono altri. Farsi voce di una pagina della Storia di cui poco si sente parlare (sia sui media mainstream che a sinistra e nella sinistra rivoluzionaria). E sopratutto mostrare di cosa una burocrazia degenerata (e isolata) sia capace: adottare l’arma del rapimento per usare istericamente persone di altri Paesi (colpevoli in quanto giapponesi o sudcoreani, non in quanto appartenenti ad una classe agiata ad esempio) in una continua retorica nazionalista di difesa dei confini da un imminente conflitto bellico.

Questo lavoro può dare un contributo, anche tra i marxisti, all’individuazione della natura della Corea del nord, anche in virtù delle sue specificità “regionali”. Bastano i pochi estratti dei discorsi di Kim Il Sung così come i pochi testi ufficiali spesso fatti studiare a memoria ai rapiti e alle spie (in centri di vita “monastica”), per comprendere l’essenza in definitiva profondamente anti-marxista della Chuch’e. “Nei Dieci principi sulla creazione dell’unico sistema Partito di aprile 1974, Kim Jong Il faceva incarnare l’intera sistema ideologico, l’intero partito, l’intero spirito della nazione, nella figura del Leader” (p.167). Come da migliore tradizione stalinista “non solo lo Stato non era (al momento) eliminabile, ma la Nazione andava valorizzata da un punto di vista ideologico”(Ibid.). Nel 1965 Kim il Sung affermò: “Il nostro partito si basa sull’autosufficienza nell’ideologia, la sovranità in politica, l’indipendenza in economia e l’autoprotezione nella difesa nazionale”. “Ecco l’essenza della Chuch’e”. Come nota Moscatello in una frase.

E aggiunge: “Questa teoria andò arricchendosi negli anni ’70 con elementi di elaborazione che la resero ancora più peculiare. L’idea di Nazione, aliena al marxismo-leninismo ma recuperata da Stalin, fu approfondita dal Partito dei lavoratori coreani inserendo nella sua declinazione la nozione di discendenza di sangue condivisa. […] A incarnare le masse, naturalmente, sono il partito e il suo Leader. Il combinato disposto delle idee che abbiamo sommariamente messo insieme, porta Kim Jong Il a costituire un sistema di potere in cui il Leader ha sostanzialmente una connotazione religiosa. Chiunque non sia in sintonia è fuori dal consesso umano. Con la Costituzione del 1972 viene istituita la fiera del presidente con poteri assoluti. […] I singoli e le famiglie sono divisi secondo uno schema definito Songbun che traccia la vicinanza o meno di essi al regime sulla base delle ascendenze familiari e dei comportamenti dei singoli. La qualità di questa specie di karma rivoluzionario definisce anche la quantità di cibo e le opportunità di studio e carriera che verranno concesse, con una mobilità sociale verso l’alto sostanzialmente inesistente.” (p.169)

La principale fonte di Moscatello per questi ultimi passaggi relativi alla vita politica coreana è Seong-chang Cheong, “Stalinism and Kimilsungism: A comparative Analysis of Ideology and Power”, Asian Perspective, Vol. 24, N. 1, 2000, p.139.

Matteo Iammarrone.

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