I misteri dell’economia d’opinione

  • Data : dicembre 6, 2017
  • Sezione : Economia

Nelle varie frontiere della scienza moderna ci si deve soffermare su un campo molto particolare, chiamato il “campo dell’economia d’opinione”, disciplina che ha visto il suo miglior utilizzo nell’analisi primo semestre del 2017. Questo campo, endemico della penisola italiana, fa sì che con militaresca menzogna si possa definire mediaticamente il rosso come blu, il vero come falso, il riconoscimento di una realtà col proprio esatto opposto, servendo una faziosità d’informazione in cui non esiste più post verità poichè fin troppo spesso estesa a tutti i campi di studio: l’estensione di un opposto fa sì che esso, come il suo antitetico, si estingua.
Questo è il caso dell’opinionista piddino, del fanculista pentastellato, del politico che da solo riesce ad esprimere solamente la propria limitatezza, che a contatto con dati oggettivi diventa improvvisamente reo del lukacsiano “idiotismo specialistico”, in cui lo studio del tutto si frammenta in specializzazioni che hanno perso il contatto con questo tutto reale; la coscienza viene instupidita da un principio di realtà freudiano vittima dell’egemonia culturale stessa, vittima di un’edulcorazione direzionale più unica che rara, vittima di una sola ricerca quasi ideologica di teorie e spiegazioni in una società dello spettacolo.
Il primo semestre del 2017 è stato oggetto di un’intensa speculazione mediatica poggiante su slogan assai opinabili, radicati su una reale euforia basata sui dati ISTAT. Peccato che in questa violenta copertura mediatica si è ben delineata una imponente distorsione degli strumenti di comunicazione da parte della politica, una distorsione che ha determinato una vera e propria revisione delle statistiche, tale da definir l’attuale situazione italiana con l’ingombrante nome di “ripresa”, basandosi solo su dati superficiali e su una genealogia del Prodotto Interno Lordo altrettanto faziosa.
Definire una genealogia del PIL italiano dal primo al secondo trimestre 2017 è un compito ingrato e angosciante, in primis per la pura critica passiva che si può presupporre mostrando i semplici dati, in secundis per la speculazione a man bassa sulla fiducia degli italiani. I primi fatti degni di analisi sono quelli relativi al primo trimestre 2017.
Ma cos’ha causato il “mini-boom” del Pil italiano del primo trimestre, che ha visto il raddoppio del dato trimestrale e una risalita tendenziale del 50%?
Il PIL può essere considerato matematicamente come il valore totale della spesa fatta dalle famiglie per i consumi e dalle imprese per gli investimenti; vale infatti l’identità keynesiana Y=C+G+I+(X-M), dove Y è il PIL, C sono i consumi finali, G è la spesa dello Stato, I gli investimenti privati, mentre il termine (X-M) indica il saldo tra esportazioni (X) e importazioni (M), tali da definire una situazione in surplus o in deficit nella bilancia commerciale e quindi da far risultare in seconda sede il reddito nazionale lordo, sottraendo o sommando al PIL tutti i movimenti di capitali da o verso paesi esteri.
Da questa definizione si può giungere alla realtà profonda che da luce a questo calcolo, tale da evidenziare un fattore virtualmente dissimulato a prim’occhio nell’identità di Keynes: nel folle volo della convalidazione sociale della merce, ciò che non è ancora venduto prende nome di scorta ed è calcolata nella voce “I”, inerente agli investimenti privati.
La realtà che chiarifica l’aspetto fondante del calcolo del PIL bisogna ricondurlo alla rivoluzione smithiana (contro i fisiocratici) che pone nella produzione, anzi, nel lavoro, il fondamento la ricchezza di una nazione.
Infatti, astraendo, la definizione di PIL diviene la misura del controvalore del bene aggregato (il valore di mercato, il valore di scambio espresso per mezzo dell’equivalente universale del denaro) alle merci e i servizi prodotti entro determinati confini e tempi.
Questo vale a dire che il PIL può essere espresso anche sottoforma della produzione totale dei beni e dei servizi (in questo caso lavoro improduttivo che comunque incide fortemente sulla velocità di circolazione del capitale circolante su quello fisso), diminuita dei consumi intermedi ed aumentata delle imposte nette sui prodotti. Ciò vale a dire che, a prezzi di mercato, ovvero a prezzi base (il prezzo che il produttore può ricevere dall’acquirente, dedotte a priori le eventuali imposte da pagare come l’IVA o l’imposte sull’importazione) al netto dei contributi all’attività, non è altro che la produzione totale al netto dei consumi intermedi (il valore dei beni e servizi usati dai produttori durante il processo produttivo). Questa coincide con la somma delle retribuzioni dei fattori produttivi consistenti nel lavoro e nel capitale, per cui il PIL si determina nella somma dei redditi dei lavoratori e dei profitti delle imprese al netto di beni e servizi da consumare o trasformare.
Dato il PIL nominale e prima di definire il PIN (Prodotto Interno Netto dato dalla differenza tra il PIL nominale, le detrazioni e gli ammortamenti dati dall’intensità di sfruttamento di un determinato bene nel corso del tempo, e perciò dalla volatilità d’integrità della materia e della funzione) si può calcolare la variazione del PIL reale detraendo da quello nominale il deflatore del Pil, per cui serve sottrarre alla variazione del Pil nominale la variazione del deflatore del Pil.

“Si definisce deflatore o prezzo implicito il rapporto tra l’aggregato espresso in termini nominali e lo stesso espresso in termini reali; indica quanta parte della crescita dell’aggregato, espresso in termini nominali, sia da attribuire a variazioni di prezzo.”

Il deflatore del Pil misura il livello dei prezzi di tutti i beni e i servizi prodotti nell’economia,al contrario dell’indice dei prezzi al consumo che misura il livello dei prezzi di tutti i beni e i servizi acquistati dai consumatori ed è la base di calcolo per la definizione del tasso di inflazione. Quindi, un aumento del prezzo dei beni e dei servizi acquistati dalle imprese o dalla pubblica amministrazione, ovvero un aumento dei prezzi relatvi ai beni finalizzati ai consumi intermedi, viene rilevato dal deflatore del Pil, ma non dall’indice dei prezzi al consumo.
Ed è proprio il deflatore causa del mini boom tanto osannato dalla politica per sei mesi; nelle parole dell’ Istat:

“Rispetto al trimestre precedente, il PIL ai prezzi correnti, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,1%, il deflatore del PIL è diminuito dello 0,6%. Il deflatore della spesa delle famiglie residenti è cresciuto dello 0,7%, mentre quello degli investimenti fissi lordi è diminuito dell’1,6%. Il deflatore delle importazioni è aumentato del 2,1% e quello delle esportazioni dell’1,0%”

Su base congiunturale (il primo trimestre 2017 a confronto con il quarto trimestre 2016), il Pil nominale è diminuito dello 0,1%, invece il PIL reale viene determinato dalla differenza tra la variazioni negativa del Pil nominale ( -0,1%) ed il deflatore negativo (dato dalla leggera deflazione del primo trimestre)che diviene leggermente superiore al +0,4% reale segnalato ed osannato.
Così come la variazione su base congiunturale anche la variazione tendenziale, cioè annuale, presenta visibili cambiamenti:

“In termini tendenziali, il PIL ai prezzi correnti, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,7%, il deflatore del PIL è diminuito dello 0,5%. Il deflatore della spesa delle famiglie residenti è aumentato dell’1,1%, mentre quello degli investimenti fissi lordi è diminuito dello 0,1%. Il deflatore delle importazioni è aumentato del 3,7% e quello delle esportazioni del 2,3%”

La variazione nominale del PIL dello 0,7% non aiuta affatto a ridurre il rapporto debito-Pil a valori minori del granitico e irrazionale 3%, poichè il rapporto di indebitamento si calcola sul PIL nominale, non sul PIL reale.
Nel secondo trimestre invece la dinamica si fa più interessante con un PIL nominale che aumenta rispetto al primo trimestre 2017 dello 0,6% e il corrispondente deflatore dello 0,3%, così portando il PIL reale al +0.3% rispetto al primo trimestre
Se torniamo a guardare i dati reali, cioè deflazionati, vediamo che il contributo alla crescita non è cambiato visibilmente rispetto allo scorso trimestre: si tende infatti ad usare una buona benzina per un pessimo motore, dei dati favorevoli per un sistema economico incapace di servirsene adeguatamente.

“La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per 0,3 punti percentuali alla crescita del PIL (+0,2 i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private ISP, +0,1 gli investimenti fissi lordi e contributo nullo della spesa della Pubblica Amministrazione, PA). Anche la variazione delle scorte ha contribuito positivamente alla variazione del PIL (+0,1 punti percentuali), mentre il contributo della domanda estera netta è risultato nullo”

Vediamo infatti una variazione della domanda risicata, ben determinata dallo stesso dato riguardante l’andamento tendenziale dei consumi delle famiglie italiane, che negli ultimi tre anni non ha mai superato il +1.0%.

*Per beni e servizi FOB si intendono i beni ed i servizi il cui trasporto on board è a spese del commerciante o del produttore
*La spesa della PA è l’equivalente della spesa per la Pubbica Amministrazione
*La spesa delle ISP è l’equivalente della spesa data dall’Indicatore della Situazione Patrimoniale (inerente al patrimonio immobiliare)che, unito all’ISR (Indicatore della Situazione Reddituale inerente al reddito percepito), al patrimonio mobiliare, alla composizione del nucleo familiare (considerati i soggetti paganti l’IRPEF)e alla VSE (il Valore della Scala di Equivalenza che determina un parametro relativo al numero dei componenti della famiglia e divisore del parametro ISE per determinare l’indicatore ISEE) concorre a determinare l’indicatore ISEE (Indicatore della Situazione Economica).

La domanda aggregata ancora sotto tono è un chiaro risultato di una ripresa percepita solo dalla classe dirigente e dalla faziosità di molte realtà mediatiche, ma da dove deriva un tale annullamento della percezione? Non è, come molti possono asserire, il malumore generale che da 10 anni è virtualmente trascinato dalla popolazione italiana e gli impedisce di investire nel furore della compravendita, bensì è causa dei rapporti di produzione e distribuzione.
Per arrivare a questa conclusione ci possiamo servire un’altra volta di Keynes, ottimo osservatore delle manifestazioni economiche date dagli antagonismi sociali.
Questo sistema economico è permeato dalla realtà degli animal spirtis, ovvero la contraddizione interna all’irrazionalità e alla non-onniscenza dell’uomo che si trasmette per contagio fra gli individui, che capovolgono le decisioni di investimento e fanno cadere i singolo da un ottimismo smisurato ad un pessimismo cadaverico. L’interazione tra comportamento dei consumatori e degli imprenditori in situazioni di instabilità costante nel tempo portano ad un’inefficenza economica ed a un sistema fallace: Keynes, indirettamente seguendo le orme di Marx (il primo che attaccò con successo la il secondo postulato della legge di Say), afferma che la priorità dell’economia è l’occupazione, per la quale causa ed effetto è l’aumento della domanda aggregata.

“E’ un grossolano errore credere che le politiche per aumentare l’occupazione e quelle per portare il bilancio in equilibrio siano incompatibili. E’ vero piuttosto il contrario. Non c’è possibilità di equilibrare il bilancio eccetto che con l’aumentare il reddito nazionale, che corrisponde in gran parte ad un incremento di occupazione […]
Perché questo genere d’approccio appare a tanti così nuovo, bizzarro, paradossale? L’unica risposta che so trovare è che tutte le nostre idee di economia, instillate in noi dall’educazione, l’ambiente e la tradizione sono, che ne siamo consapevoli o no, imbevute di presupposti teorici applicabili propriamente solo ad una società in equilibrio, con tutte le risorse produttive impiegate. Molta gente cerca di risolvere il problema della disoccupazione con una teoria che si basa sull’assunzione che non vi sia disoccupazione.”
(J.M.Keynes, “I mezzi per raggiungere la prosperità”, 1933)

D’altra parte, per Keynes, se non c’è occupazione nè domanda, non si possono disporre le risorse ottimali finalizzate all’incremento della ricchezza nazionale: il concetto di moltiplicatore chiarisce quest’aspetto.
Considerati costanti gli investimenti privati, la spesa per il consumo è determinata da una parte autonoma A, indipendente dal reddito, e da una parte legata al reddito tramite la propensione al consumo degli individui “c”.

C = A + cY

L’individuo utilizza solo in parte il proprio reddito per le spese di consumo, investendo da una parte e tesaurizzando dall’altra. Gli investimenti determinano a loro volta il reddito di altri individui che, a loro volta, determinano il reddito di altri: qualsiasi incremento del reddito o delle variabili componenti genera un “effetto moltiplicativo” nella spesa superiore all’incremento iniziale.

Y = C + I

Y = A + cY + I

Y (1-c) = A + I

Y = 1 / (1-c) * (A+I)

*Con C come propensione al consumo, ovvero come rapporto tra la cifra finalizzata al consumo e l’incremento iniziale I.

*Il moltiplicatore keynesiano è quindi 1 / (1-c).

Qualsiasi incremento di C o di I genera effetti a cascata nei redditi di più individui.
D’altra parte, si può partire dalla formula del reddito nazionale Y = C+I+G per cui è l’andamento della domanda aggregata a determinare l’offerta aggregata, quindi un aumento di C,I e G provoca un incremento di Y.
In situazioni di crisi l’espansione della spesa pubblica può produrre un effetto sul reddito nazionale amplificato dal moltiplicatore per mezzo di politiche distributive.

Maggiore sarà il consumo, più alto sarà il valore del moltiplicatore, principio espresso dalla formula:

DeltaY = DeltaG x (1/(1-c)

*deltaY è la variazione del reddito globale

*deltaG è la variazione della spesa pubblica

*(1/(1-c))è il moltiplicatore keynesiano

Questa realtà si determina perciò in un orrizzonte italiano ben lontano dalle proposte date dal moltiplicatore: le politiche della “third way” ,del blairiano “work to progress” che commette il parricidio nei confronti della tradizione labourista del welfare state, trascendono dalle condizioni oggettive e determinano l’ennesimo scacco alle forze produttive, grande protagonista della domanda aggregata. La ripresa infatti ha portato sì una crescita dell’occupazione, ma con forte predominanza di quella a termine (di conseguenza possiamo aspettarci scarsi o nulli progressi dal lato della produttività e della domanda), cioè l’opposto dell’obiettivo strategico del Jobs Act!

Dal rapporto ISTAT sul mercato italiano del lavoro nel secondo trimestre sono 78 mila occupati in più nel trimestre, frutto del continuo calo degli indipendenti (-71 mila) e di aumento dei dipendenti (+149 mila), di cui ben otto su dieci sono a tempo determinato.
A livello tendenziale:

“Nel complesso continuano a diminuire le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,3% al 16,5%). A fronte della riduzione complessiva delle transizioni dalla disoccupazione all’occupazione (-3,1 punti), i flussi dai disoccupati verso i dipendenti a tempo determinato aumentano (+0,9 punti). Riguardo agli inattivi, per le forze di lavoro potenziali è aumentata soprattutto la percentuale di quanti transitano verso la disoccupazione (dal 18,5% al 21,3% nei dodici mesi)»
Che tradotto significa che sono sempre meno gli occupati a tempo determinato che vengono assunti su base stabile (anche qui, rilevanza politica del dato), e che cala la quota di disoccupati che trovano un lavoro, anche se (come ci si aspetterebbe durante una ripresa), c’è un aumento del numero di inattivi che si iscrivono al collocamento o che dichiarano di essere in cerca di occupazione. Tra le categorie di inattivi, Istat rileva questo:
«L’incidenza degli scoraggiati sul totale degli inattivi di 15-64 anni scende al 12,3% (-0,3 punti in un anno). Sulla base dei dati di flusso aumentano le transizioni dallo scoraggiamento verso la disoccupazione (17,9%, +0,2 punti), soprattutto per i 15-34enni (30,8%, +5,0 punti) mentre diminuiscono le transizioni verso l’occupazione (dall’8,5% al 7,4% nei dodici mesi)”

Aumenta il numero di coloro che passano dallo scoraggiamento (inattività) alla ricerca di un lavoro (disoccupazione) derivante dal calo di pensionati, di conseguenza cala il tasso di quanti passano direttamente da scoraggiati ad occupati.
Inoltre:

«L’input di lavoro utilizzato complessivamente dal sistema economico (misurato con le ore lavorate derivanti dalla Contabilità Nazionale) registra aumenti dello 0,5% su base congiunturale e dell’1,4% in termini tendenziali»

Il monte ore di contabilità nazionale cresce quasi perfettamente in linea con la crescita del Pil: questa crescita di occupati e di ore lavorate si tradurrà per l’ennesima volta in un andamento stagnante della produttività, in un nuovo usofrutto del plusvalore assoluto dato dall’allungamento della giornata lavorativa non proporzionalmente retribuita.
Questo ennesimo latrocinio ha le sue profonde radici in termini giuridici e sociali ben definiti, basti vedere l’imperativo “ce lo chiede l’Europa” tanto amato dai radical chic quanto odiato da coloro che devono sputare lacrime e sangue per esigenze “germaniche”: la stabilità dei prezzi, imperativo categorico del Trattato di Lisbona (art 119 e 121), elimina ogni possibilità che tramite politiche inflattive si possa sfruttare la teoria della Curva di Phillips per cui esiste una correlazione tra inflazione e occupazione che, in condizioni di normale progresso tecnologico, a crescere dell’una cresce anche l’altra.


Tutto questo grazie all’imperativo dell’obbligo di mantenere il tasso di disoccupazione non inflazionistico (negando tacitamente anche l’articolo 81 della Costituzione Italiana, in cui c’è l’impellenza di rimandare le decisioni delle Camere ai dettami europei sul pareggio di bilancio), tale da speculare sulla carne dei lavoratori e dei contribuenti per non rimettere in discussione la validità di politiche espansive ed inflazionistiche.
Tale speculazione ben si vede dalle direttive europee per il 2016, per cui il giusto tasso di disoccupazione italiana sarebbe stato dell’11,5%, messa peggio di noi la Spagna col 20%.
In un orizzonte giuridico dove ogni politica economica espansiva va a scontrarsi con i regolamenti della bilancia di pagamento, con il pericolo di fuga dei capitali all’estero visto la manipolazione dell’interesse e con i disavanzi rilevanti che possono prodursi, i salari dei lavoratori sono strettamente connessi all’esistenza di un vero e proprio esercito industriale di riserva che con le sue pressioni fa cadere il saggio dei salari.
Con la paura degli occupati a contratto determinato che portano il singolo al risparmio invece che al consumo,con l’insicurezza della reintegrazione di coloro che sono stati licenziati per ingiusta causa,con il continuo riinvio dell’età pensionabile e la spietata concorrenza del basso prezzo della manodopera definita dai lavoratori stranieri e dal lavoro in nero,si concorre ad una condizione di liberalizzazione sfrenata del mercato del lavoro, tale da dare come vera e propria finalità alle politiche europee quella di spezzar la schiena ai lavoratori, le stesse politiche falsamente “ereditate” (come le vogliono far passare i media europei) dalle tinte “sociali” europee date dai Rapporti Verner e Macdugall per definire negli anni 70 gli assetti comunitari.
Il visibile allontanamento dello stato italiano dal messaggio sociale della propria Costituzione e la continua distorsione della comunicazione (che ha come testimone la nostra “economia d’opinione”) sono solo fenomeni di una dinamica economica ormai radicata profondamente nell’assetto europeo e mondiale.

Elia Pupil

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