Nasce il Collettivo Nadezhda!

Pubblichiamo volentieri il primo comunicato di Nadezhda, collettivo composto da donne militanti in Non Una Di Meno che si pone il problema della prospettiva anticapitalista entro il movimento femminile. Crediamo siano forniti molti spunti interessanti sulla questione di genere, tematica nella quale i comunisti troppo spesso si muovono come “un’anatra zoppa“.


Questo collettivo nasce dalla nostra esperienza politica nel movimento Non Una Di Meno, che abbiamo seguito fin dall’inizio in tutte le mobilitazioni ed assemblee nazionali e locali. Per la nostra visione politica ci siamo ritrovate a costituire il tavolo Lavoro e Welfare napoletano.

Dall’anno di esperienza in NUDM e dal Piano presentato, abbiamo valutato la necessità di organizzarci attraverso un collettivo per entrare nel merito e nel profondo delle tematiche e modalità poste all’interno del movimento, abbiamo fatto analisi, critica ed autocritica, fondamentali nel tracciare la strada futura di un movimento, su basi internazionali, così importante per la vita di milioni di donne e uomini, vittime della violenza patriarcale, insita nel sistema economico e culturale nel quale vivono e con il quale si scontrano giornalmente. L’aspetto positivo del movimento NUDM è quello di aver, inizialmente, canalizzato l’interesse e la forza propulsiva di migliaia di donne, anche proletarie, che vivono una condizione esasperante ogni giorno. Alla luce di tutto ciò crediamo sia necessario analizzare e discutere circa l’obiettivo politico e le scelte organizzative che sono state portate avanti, rispetto alla sostanziale mancanza di conflittualità e ad un costante dialogo istituzionale, proprio con il governo più criminale nello sfruttamento delle donne, quello che in continuità con i precedenti ha legiferato e difeso leggi come il Jobs Act, la legge Fornero, l’eliminazione dell’articolo 18, la Buona Scuola, che sta continuando a smantellare il sistema di welfare a danno delle donne, relegate ai lavori di cura dall’organizzazione della società capitalista. Nel piano presentato si dichiarano immediatamente due punti su cui non crediamo si possa convergere se si vuole porre come centrale un’analisi che voglia strutturare un percorso di discussione e di lotta contro il patriarcato come forma intrinseca e congiunta del capitalismo: 1.Intendere la violenza patriarcale semplicemente come violenza del maschio sulla femmina e non come un rapporto sociale d’oppressione intrinseco alla società. 2. Che il piano di discussione sia quello sovrastrutturale del linguaggio e del mutualismo come forma di liberazione delle donne.

Porre come centrale questioni sovrastrutturali come quelle sopra citate, con metodologie che combinano teorie negriane o liberali e appartenenti al post modernismo (il reddito garantito o l’assistenzialismo/mutualismo) induce a non spingere il movimento verso una conflittualità e una battaglia che si pone la completa emancipazione della donna, ma verso la richiesta di un miglioramento contingente della situazione che vive.

Noi crediamo, invece, che in una fase acuta della crisi capitalista, concretizzatasi negli attacchi al mondo del lavoro fatta dagli ultimi governi (Jobs act, Sblocca Italia), attacco portato anche ai finanziamenti destinati ai Centri Anti Violenza, sia necessario sviluppare un percorso sulla questione di genere che vada a concentrare le sue forze sulle donne e le minoranze che di più hanno subito sulla propria pelle questi attacchi.

Spicca inoltre l’assenza di un’analisi circa il ruolo del vaticano nell’oppressione culturale e strutturale delle donne, soprattutto in Italia.

Nonostante ciò crediamo che questa sia una chiave di lettura generale che ci guida e permette a chi legge di comprendere in che modo e in che direzione ci vogliamo muovere ma che non escluda però, conseguenzialmente, nessun aspetto della questione di genere, che vada dal lottare per i diritti delle lavoratrici, delle casalinghe e più in generale per liberare la donna dal lavoro di cura e dall’oppressione religiosa a un discorso profondo e complessivo sull’emancipazione che comprende la libertà sessuale o di espressione di genere o delle contraddizioni che il patriarcato stesso pone nella società attuale.

Con questo collettivo quindi non ci poniamo in modo autoreferenziale come l’unica alternativa anticapitalista rispetto la questione di genere, ma crediamo che come si sta affrontando all’interno nella maggioranza dei gruppi femministi più partecipati in Italia e non solo, non permetta a tutta una fascia di donne spesso appartenenti alla classe proletaria di riconoscersi né nelle rivendicazioni transitorie né in quelle più generali in quanto distanti dalle loro esigenze. Noi invece vogliamo prima di tutto entrare in dibattito con queste donne e con tutte quelle che vivono una condizione di oppressione per capire e studiare insieme quali possono essere i metodi per portare avanti una lotta unitaria per l’emancipazione totale della donna.

Per fare ciò crediamo sia necessario partire da alcuni punti fondamentali, ma non limitarsi ad essi: sussistenze statali per le madri lavoratrici come asili nidi gratuiti sul posto di lavoro, la tutela fisica delle lavoratrici all’entrata e uscita dai posti di lavoro dotandole di un mezzo di trasporto sicuro e gratuito, l’assistenza medica gratuita per tutti in particolare per le minoranze oppresse soprattutto le donne migranti che non hanno diritti sociali, la gratuità dei metodi anticoncezionali o di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (come la pillola o il preservativo), accompagnato da un’adeguata educazione sessuale che non sia pregna, però, del moralismo cattolico che contraddistingue tali questioni; la libertà e l’assistenza all’aborto per tutte le donne che ne fanno richiesta assicurando la totalità dei medici che non praticano l’obbiezione di coscienza nelle cliniche pubbliche e la sua gratuità, e aumentare i finanziamenti ai centri antiviolenza e percorsi di assistenza statali, con case gratuite, viveri assicurati e un corso per immettere nel mondo del lavoro per tutte e tutti coloro che hanno subito violenza.

Ciò si inquadra anche in un piano più generale della questione di genere, che non coinvolga solo le donne ma anche tutte le minoranze oppresse e denigrate dal patriarcato come il mondo LGBTIQ+, in quanto anche in questo frangente non si può prescindere da una dinamica sociale che tende ad escludere i più poveri e limitare le loro libertà d’espressione. L’ultima legge, la legge Cirinnà sulle Unioni Civili, rappresenta sì un passo in avanti sul piano dei diritti, un avanzamento sociale ma che non risolve tale questione, anzi, che rappresenta un diritto ad appannaggio di pochi e che contemporaneamente abbassa il livello complessivo di conflittualità nella comunità, ad esempio sul suo inserimento nel mondo del lavoro, oggi sempre più difficile. Si sta invertendo la rotta di Stonewall, e per questo ricostruire un movimento LGBTIQ+ combattivo sul piano della lotta è oggi una necessità prioritaria.

Partendo da questo manifesto intendiamo sviluppare un programma, attraverso assemblee pubbliche, dibattiti con tutte le donne, uomini e identità LGBTQI+ che coniughi la lotta all’oppressione di genere con le rivendicazioni più generali della lotta di classe.

Il nostro collettivo nasce con la convinzione che solo attraverso la lotta si possa riuscire a raggiungere una reale emancipazione non solo della donna o delle minoranze ma di tutti gli uomini, ed è per questo che non accettiamo, anzi ripugniamo qualsiasi atteggiamento separatista e sessista. Con la SPERANZA di contribuire al processo dialettico di ricostituzione di una conflittualità di classe, anche nella questione di genere, per riuscire a rivendicare un mondo libero dalle oppressioni e una rivincita degli oppressi. Affinché le lavoratrici e tutte le donne unite con i lavoratori possono prendere in mano i mezzi di produzione e sovvertire i rapporti di proprietà, così che possano essere emancipate congiuntamente dal dominio del patriarcato e del capitalismo.

Collettivo Nadezhda

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