L’umiliazione sessista produce “buone infermiere”

Pubblichiamo il racconto di un’infermiera newyorkese e di cosa ha trovato quando, una volta finita la scuola per infermieri, è andata alla ricerca di un lavoro.
Il lettore italiano deve tenere a mente che il sistema sanitario statunitense è quasi interamente in mano ai privati, ed è per questo che gli amministratori degli ospedali, che si occupano personalmente del recrutamento del personale, possono permettersi abusi di potere e violenze sessuali come quelle riportate.
Le condizioni di sfruttamento sono però spesso identiche a quelle vissute negli ospedali in Italia.


“Dimmi come potresti prenderti cura di me meglio di quanto lo possa fare mia moglie.”

Il mio corpo si era irrigidito fino al punto di rottura. Un’ira biliosa mi stava assalendo e sentii il calore accrescersi dietro al collo. Lo osservavo dietro una frangia a mo’ di tendina. Stava piegato davanti a me, la bocca distorta dalla derisione, gli occhi imperturbabili girovagavano per il mio viso.

Provocò: “Non è nulla che abbia a che fare col sesso. Facciamo finta che io sia un paziente. Come pensi potresti prenderti cura di me meglio di mia moglie, con la quale sono insieme da più di 15 anni?”

L’aria condizionata ronzò dietro la testa del signor Abdul. Un poster sul muro alla mia destra recitava “L’Infermeria è una passione”, con Florence Nightingale ritratta in un candido bianco inamidato, con le sue mani che toccavano con cautela la fronte di un giovane su una branda. Dritto davanti a me c’era una libreria piena di soprammobili in disordine. Un vasetto a forma di cranio riempito di una sabbia colorata. Una cartolina da Santa Lucia.

“Non sai la risposta? Perché tu non puoi. Tu non puoi prenderti cura di me meglio di lei. Perché per fare l’infermiera non servono le conoscenze o le capacità. Serve amore. È un’arte–” Lo interruppe un insistente bussare alla porta. Una donna dalla pelle moganata e delle guance rotonde che indossava un camice color tè spalancò la porta.

“Mi scusi, signor Abdul?” squittì, “volevo solo lasciare il mio curriculum.”

Si alzò in piedi dalla sua poltrona in pelle nera, e si mosse verso la porta, fermandosi un passo fuori e richiudendo l’uscio dietro di sé. Tornato pochi secondi dopo, emise un risolino derisorio e picchiettò col pollice per la porta, dove stava ancora l’ombra della donna.

“Vede? Ci sono dozzine di ragazze che vengono da me, implorando per questo lavoro, ma non sanno cosa sia realmente. Quella è un’infermiera già da qualche anno, per questo è corrotta di già da comportamenti non consoni. Ecco perché preferisco a volte le più fresche d’entrata.”

Il sangue mi pulsava nelle orecchie, la sua voce diveniva distante e sentivo la mia anima evaporare nell’aria sopra le nostre teste. Continuò per una ventina di minuti a inveire sugli sciatti infermieri professionali, che secondo lui offendevano la professione. Ci fu una pausa e sembrava che avesse finito con me, perciò mi alzai rigidamente, gli strinsi la mano, e me ne andai.

Inciampata per il marciapiede, l’aria d’agosto del Bronx avvolgeva come plastica la mia giacca. Lacrime di rabbia mi scivolavano sul mento. Volevo girarmi e squarciare quell’idiota, cercare, fantasticamente, di prendere il mio curriculum dalla sua scrivania, schiacciarlo nel pugno e sputargli in faccia. È stato il mio primo colloquio di lavoro una volta uscita dalla scuola per infermieri. Ero disoccupazione e le agenzie di collocamento saccheggiavano i miei miseri risparmi. Avevo bisogno di un lavoro, di qualsiasi lavoro. Tornata nella soffocante stanza degli interrogatori, ha calcato il suo potere su di me prima ancora di arrivare al mio primo turno. Ha fatto sapere che mi stava guardando, lui era tranquillo mentre io no. Le sue prime osservazioni erano state, giustamente, “Perché sei seduta così? Sei così rigida. Rilassati!” Mi ha ordinato di piegarmi all’indietro. Me lo ha ordinato.

Negoziavo col diavolo i termini di un rapporto di lavoro comunque ingiusto. Alla fine, gli avrei fatto un cenno e l’avrei ringraziato, consegnato il modulo di pre-licenziamento (I-9) e gli avrei dato il mio rispetto. Avrei lasciato cadere le barricate contro forme di sessismo e razzismo implacabilmente mondane; servendo a compiacere e tranquillizzare i pazienti e i loro familiari, e a soddisfare gli obiettivi posti dall’amministrazione, indipendentemente dal costo su se stessi. Non ci sarebbero stati furti al capo o mancate responsabilità prendendo delle pause. Mi sarei arresa agli straordinari obbligatori durante le bufere di neve per occuparmi di 12 pazienti contemporaneamente. Mi sarei spezzata la schiena, sarei inciampata sulle aste per la flebo, mi sarei slogata le dita, mi sarei accollata le suture e messa le calze contenitive sulle caviglie gonfie. Il mio corpo si sarebbe rifiutato di fare 11 ore passate in piedi, quietando la fame coi biscotti dalla dispensa dei pazienti. Mi sarei arresa a innumerevoli compiti e avrei rinunciato a una gran parte dei miei “giorni liberi” per riprendermi dall’annichilimento dei miei “giorni non-liberi”. Avrei cercato conforto e rilassamento nella psicoterapia, nello yoga, nella noiosa televisione, in tanto vino rosso e, ogni tanto, soffocando singhiozzi tra le braccia del mio partner.

Tutto ciò per un lavoro presumibilmente fisso come infermiera sindacale.

Lo stesso pomeriggio, ricevetti una chiamata e ascoltai un saluto sdolcinato dalla signora delle Risorse Umane. “Signorina Nam, il direttore dell’unità infermieristica è stato lietissimo di lei. Le manderemo un modulo per il controllo dell’occupazione, quindi ne faccia attenzione e invii la sua risposta velocemente. Avrò un’offerta pronta per lei nei prossimi giorni.”

Non mi sarei mai aspettata di avere un buon capo. Avevo sposato quell’idea subito dopo la mia prima esperienza lavorativa, quando a quattordici anni ho lavorato in una catena di negozi di scarpe in un centro commerciale, per un uomo sulla trentina di nome Bilal. Ogni tanto faceva apprezzamenti sui miei vestiti, sulle mie “lentiggini graziose” e di come avrei “fatto uscire un po’ di roba alla R. Kelly qui dentro.” Mi sono messa dei pantaloni larghi color cachi e ho evitato la sua presenza. La stanza per la pausa lavorativa aveva un poster ingiallito con un numero diretto, 1-800, per i dipendenti che avevano subito molestie sessuali, seminascosto dietro un mocio e un appendiabiti. Non mi è mai venuto in mente di chiamare.

Al mio compleanno, i miei amici mi fecero una sorpresa al lavoro con una borsa Victoria’s Secret e alcuni cupcake. Il negozio perquisiva i dipendenti all’uscita. Dopo la chiusura, Bilal mi chiese di mostrargli il contenuto della borsa a strisce rosa e bianche. Palpeggiò attraverso il pizzo e la seta pervinca e mi guardò fisso.

Smisi di andare al lavoro. Mio padre lo notò e mi disse che non era una buona idea smettere così precocemente. Gli risposi affermando come il manager fosse effettivamente uno stronzo e che il salario era una merda. Lui rispose: “Non troverai mai un buon capo o un modo facile per fare soldi.”

Ora, a circa due anni dall’inizio del lavoro come infermiera, so che l’essere messa costantemente alla berlina e l’interiorizzazione delle norme sessiste sono assolutamente pratiche che, nel settore dell’assistenza infermieristica, non danno segni di cedimento. Le brutali condizioni fisiche ed emotive sono predominanti e addirittura supportate dalle organizzazioni sanitarie e dall’amministrazione sanitaria.

Creando costantemente nuove posizioni manageriali (ci si trova a chiedersi “a cosa diavolo serve questo ruolo?”), bonus esecutivi, marchi e commercializzazione, e fusioni monopolistiche, i mastodontici ospedali impiegano sistematicamente un personale infermieristico ridotto all’osso che ha – sorpresa, sorpresa – più immigrati, persone di colore, e donne di quasi ogni altro settore. Con un personale appena sufficiente, pazienti sempre più malati e sempre più richieste, siamo a pezzi, abbiamo esperienza di sempre più traumi professionali, di ferite alla schiena e molestie sessuali quotidiane rispetto ad altri settori. La pudica posizione piegata della nuca di Florence Nightingale su quel poster nell’ufficio di Abdul non era un suggerimento, ma un mandato.

Nell’era di #MeToo, è tutt’altro che scioccante il fatto che ci si aspetti di sopportare questa merda, ma non per questo è un bene.

Quando le persone chiedono che cosa faccio per vivere e rispondo tesa: “Infermiera”, una delle dieci reazioni più irritanti per me è: “Oh! Le infermiere sono angeli!” Il giogo attorno al mio collo è ancora più stretto, e di solito mi slego con: “La maggior parte di noi è piuttosto cattiva, insinua al male. E nove volte su dieci, si sta prolungando la sofferenza.” E’ un tentativo di erigere muri protettivi.

*Alcuni nomi e dettagli sono stati modificati.

Kyu Nam per Left Voice
Traduzione di Immanuel Zipatov ed Elia Pupil

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