Bitcoin: una moneta fittizia

Cosa rappresentano le criptovalute nella fase acuta di crisi del modo di produzione del capitale

Se è normale che i media più potenti del mondo – Google e Facebook in testa – continuino a fomentare con pubblicità ingannevoli e articoli poco credibili la favola del bitcoin e delle criptovalute, la cosa che più preoccupa è che esiste un numero crescente di compagni e compagne che – spesso a causa di una mancanza di conoscenza delle basi del socialismo scientifico – aderiscono con entusiasmo all’idea di criptovaluta giacché, secondo alcuni di costoro, essa avrebbe una portata rivoluzionaria, permettendo una emancipazione degli scambi di merci dall’autorità monetaria borghese.

È già di per sé abbastanza risibile pensare che monete create, ai loro fini, da personaggi molto prossimi alle mafie, al riciclo di denaro sporco, commercio di organi e di esseri umani (e chi più ne ha, più ne metta) possano rappresentare il “dollaro dell’avvenire”. L’affascinante meccanismo tecnico con cui i bitcoin vengono prodotti è un ennesimo giuoco di prestigio con cui si cerca di velare la realtà che vede invece le criptovalute emergere dal ventre più marcio e oscuro del capitalismo moderno.

In questo breve articolo ci proponiamo di fornire alcuni elementi utili, dal nostro punto di vista, a mostrare come le criptovalute non siano altro che un prodotto interno al capitalismo in fase di crisi acuta che viene gestito in maniera solo parzialmente differente, rispetto al passato, dalla classe dominante.

Sintetizzando, le caratteristiche che differenziano i bitcoin dalle monete che vengono normalmente coniate ed utilizzate quotidianamente sono principalmente:

  1. non c’è una autorità monetaria che li conia, ossia nessuna banca centrale al mondo ha il monopolio di emissione, di controllo sul loro corso e dunque non esiste una garanzia;

  2. il loro valore, pertanto, è determinato prevalentemente dalle “forze” del mercato (domanda ed offerta) implicando un’estrema volatilità;

  3. non sono legati ad alcuno stato, e pertanto non ne riproducono la potenza economica o militare;

  4. sono invece coerenti col sistema monetario internazionale che ha previsto, dopo la fine degli accordi di Bretton Woods, che le principali valute abbiano reciso ogni relazione diretta o convertibilità con materiali nobili (in altri termini non sono più immediatamente segni d’oro, Marx, C., I, 3).

Se queste caratteristiche non sono un mistero, la generalizzata incomprensione dei concetti di denaro e moneta è senza dubbio la radice della profonda confusione che si è prodotta a seguito della nascita e dello sviluppo della cosiddetta criptovaluta. Per far chiarezza, dunque, ci sembra opportuno puntualizzare almeno alcune questioni basilari, in modo da avvalorare la tesi esposta in precedenza, ossia l’impossibilità di una esistenza del bitcoin nel modo di produzione del capitale in quanto denaro o della sua presunta potenzialità di sostituire le valute già esistenti, o una parte di esse.

Complici anche le numerose teorie degli equilibristi dell’economia d’accademia, che individuano nella moneta un velo oppure un semplice intermediario degli scambi, senza minimamente far riferimento alla forma di denaro (che spesso, per costoro, diviene, di quella, un sinonimo privo di concetto), esiste una diffusa convinzione che essa funga esclusivamente da fluidificante degli scambi, in quanto genericamente indicatore del prezzo, perdendo ogni relazionalità con la materia, ossia con la produzione di merci e dunque col lavoro sociale ed il valore.

Non a caso anche Marx mette in guardia da questo tipo di interpretazione, già diffusa negli scritti inglesi a lui precedenti, osservando come sia un “indicibile” errore quello di confondere “fra misura dei valori (measure of value) e scala dei prezzi (standard of value)”. “Come misura dei valori e come scala dei prezzi il denaro adempie a due funzioni del tutto diverse. È misura dei valori, quale incarnazione sociale del lavoro umano; è scala dei prezzi quale peso stabilito di un metallo” [ad es. sterlina, lira, peso ecc. prendono la loro denominazione in quanto quota indicativa del metallo pregiate di cui erano espressione].

Per andare a fondo nella questione è necessario comprendere che, concettualmente, le merci non diventano commensurabili per mezzo del denaro, bensì, poiché tutte le merci in quanto valori sono lavoro umano oggettivato, esse sono commensurabili in sé e per sé: esse, proprio perché hanno in comune la medesima sostanza, possono misurare i loro valori in comune in un’altra merce speciale, ossia in denaro. “Il denaro come misura di valore è la forma fenomenica necessaria della misura immanente di valore delle merci, del tempo di lavoro. La forma generale d’equivalente è una forma del valore in genere. Quindi può spettare ad ogni merce.

D’altra parte una merce si trova in forma generale di equivalente solo perché e in quanto viene esclusa da tutte le altre merci, come equivalente. E solo dal momento nel quale questa esclusione si limita definitivamente a un genere specifico di merci, la forma unitaria relativa di valore del mondo delle merci ha raggiunto consistenza oggettiva e validità generalmente sociale”. Originariamente la forma generale di equivalente aderiva a particolari generi di merce, cristallizzandosi in forma di denaro, “di norma nei più importanti articoli di baratto dall’estero, che di fatto sono forme fenomeniche naturali e originarie del valore di scambio dei prodotti indigeni, oppure all’oggetto d’uso che costituisce l’elemento principale del possesso alienabile indigeno, come a esempio, il bestiame” (vedi <capi di bestiame> = <capita> da cui poi “capitale”).

Solo in una fase storica successiva l’oro si presenta come denaro nei confronti di tutte le altre merci perché si era presentato già prima come merce nei confronti di esse in quanto espressione di lavoro umano. “Anche esso ha funzionato come equivalente, come tutte le altre merci: sia come equivalente singolo in atti isolati di scambio, sia come equivalente particolare accanto ad altri equivalenti di merci. Man mano esso ha funzionato, in sfere più o meno ampie, come equivalente generale; e appena ha conquistato il monopolio di questa posizione nell’espressione di valore del mondo delle merci, diventa merce denaro, e solo dal momento nel quale esso è già diventato merce denaro, la forma generale di valore è trasformata nella forma di denaro”.

La “funzione del denaro è pertanto di servire come forma fenomenica adeguata di valore, ossia come il materiale nel quale si esprimono socialmente le grandezze di valore delle merci; materializzazione di lavoro umano astratto e quindi eguale, può essere soltanto una materia, tutti gli esemplari della quale posseggano la stessa uniforme qualità”. Giacché la grandezza di valore è puramente quantitativa, il denaro, in quanto merce, deve essere suscettibile di essere divisibile e ricomponibile. Per questa ragione sia l’oro che l’argento sono stati per secolo utilizzati come merce-denaro – almeno fino all’annullamento degli accordi di Bretton Woods, evento che ha coinciso con la conclusione della convertibilità del dollaro Usa con l’oro – sdoppiandone così il valore d’uso come materia necessaria alla fabbricazione di oggetti di lusso, e non, e quello formale, dipendente dalla convenzione sociale di equivalente generale. La difficoltà, avvertiva Marx, “non sta nel capire che il denaro è merce, ma nel capire come, perché, per qual via una merce è denaro. Non sembra che una merce diventi denaro soltanto perché le altre merci rappresentano in essa, da tutti i lati, i loro valori, ma sembra, viceversa, che le altre merci rappresentino generalmente in quella i loro valori, perché essa è denaro. Il movimento mediatore scompare nel proprio risultato senza lasciar traccia. Le merci trovano la loro propria figura di valore davanti a sé bell’e pronta, senza che esse ci entrino, come un corpo di merce esistente fuori di esse e accanto a loro”. Queste cose che sono l’oro e l’argento, il dollaro come l’euro, “sono sùbito l’incarnazione immediata di ogni lavoro umano”.

L’abbandono definitivo di ogni relazione quantitativa delle valute passate e presenti con i metalli preziosi, coinciso non a caso negli Usa con l’inizio dell’ultima grande crisi dell’inizio degli anni settanta del secolo passato, ha reso ancora più complessa l’individuazione della merce-denaro come segno di valore. In altri termini, essendo venuta meno ogni forma di convertibilità immediata dei biglietti emessi dalle banche centrali con l’oro (o l’argento), la relazione tra il denaro e la sostanza del valore delle merci capitalistiche sembra essersi completamente dissolto.

L’esistenza del corso forzoso, prevede infatti l’inconvertibilità della carta moneta in merce preziosa; con la sua adozione a livello pressoché mondiale, è stato per norma eliminato ciò che generalmente era previsto dal sistema vigente in precedenza, periodo individuato come gold standard, quando era possibile richiedere la conversione delle banconote stampate dalle banche centrali con parti di oro da esse conservate come riserve ufficiali. L’istituzione dunque di tale “moneta fiduciaria” ha quindi solo apparentemente dematerializzato la merce-denaro che, invece, continua a mantenere un legame con l’universo delle merci, e il loro valore, prodotte in un determinato Stato o in un insieme di nazioni in quanto misura della sua garanzia.

In sostanza se, fino a quando era in vigore il sistema monetario internazionale denominato gold exchange standard, noto anche come dollar standard, tutte le valute mondiali riconosciute potevano essere immediatamente cambiate con dollari Usa – e, questi ultimi con quote di oro presenti nei forzieri di Fort Knox, secondo una proporzione definita per legge – a seguito della scomparsa di tale sistema, e in generale di quello aureo – decisa unilateralmente dagli Stati uniti il 15 agosto del 1971, data in cui fu messa fine agli accordi di Bretton Woods – fu data vita al sistema di cambi fluttuante (che ha mutato forma ma non sostanza negli ultimi decenni). In questa maniera, se prima era una merce individuabile (oro, argento, dollaro convertibile ecc.) a operare come garante della cartamoneta circolante, attualmente tale funzione è stata acquisita proprio dallo stato, o insieme di nazioni, la cui banca centrale emette valuta.

È probabilmente questa invisibile relazione tra merce-denaro e valore complessivo delle merci prodotte – non più mediato dall’esistenza di metalli preziosi, che comunque restano nei forzieri delle banche centrali come fattore di proporzionalità con la valuta in circolazione – ad aver creato una confusione tale da indurre molti a presupporre che la quantità di moneta sia discrezionalmente definita dalle autorità delle banche centrali; diceva Marx che la coscienza popolare “comprende perciò il denaro, nelle sue determinazioni, come arbitrarie invenzioni, introdotte convenzionalmente per comodità”. Ed è forse proprio per questa ragione che, essendo nell’attuale sistema normativo internazionale la moneta apparentemente slegata dal mondo delle merci, in molti abbiano potuto pensare che un complicato artificio informatico, il cui funzionamento resta ancora alquanto nebuloso, possa aggirare la necessaria garanzia che i diversi stati offrono per tutte le singole valute che sono, di fatto, “segni” del denaro mondiale e quindi del valore prodotto.

Il bitcoin nel modo di produzione attuale, dunque – oltre alle opportunità, prevalenti, se non uniche, di riciclaggio di denaro sporco o di speculazione – può assumere al limite le stesse funzioni di un carnet di biglietti del cinema o di qualsiasi tipo di abbonamento, valido si, ma solamente in determinati contesti. Contestando anche l’idea di Owen del “certificato del lavoro” – sia sul Capitale, I-3, che su Per la critica dell’economia politica – capace unicamente di voler aggirare le condizioni necessarie della produzione capitalistica con “acciarpature monetarie”, Marx [Lf, 2.12] ricorda come si possano verificare due casi ben distinti, benché apparentemente simili: quello in cui la banca è compratore e venditore universale, in cui, se tutti vogliono vendere la propria merce al proprio valore di scambio, “essi non aspetteranno l’eventualità di trovare o non un compratore, ma vanno subito alla banca, le cedono la merce e ne ricevono in cambio il segno del valore di scambio, il denaro”. L’altro caso, in cui la cedola bancaria sarebbe denaro soltanto per una convenzione tra la banca e i suoi clienti, non sul mercato ufficiale, non essendo così merce-denaro. Essa “avrebbe lo stesso valore di un abbonamento a dodici pasti in trattoria o a dodici rappresentazioni teatrali, i quali rappresentano entrambi denaro, ma denaro valevole nell’un caso soltanto a un determinato tavolo, nell’altro soltanto in un determinato teatro. In tal modo la cedola bancaria avrebbe cessato di corrispondere ai requisiti del denaro, dal momento che la sua non sarebbe una circolazione pubblica, ufficiale, ma soltanto una circolazione tra la banca e i suoi clienti”.

Immaginare quindi un superamento delle valute tradizionali attraverso le criptovalute, il che rappresenterebbe una completa destabilizzazione del sistema internazionale dei pagamenti basato sulle monete a corso forzoso, di fatto, non è altro che l’ennesima “pia illusione” di chi le assegna il ruolo di poter svincolare la massa – nel senso generico e qualunquista – dal giogo di ipotetiche lobby o banche (mai a parlare di capitale, figuriamoci!), ignorandone l’egregia funzionalità per capitali da ripulire o per speculare. La recente proliferazione di altre monete di questo tipo (lightcoin, peercoin ecc.) non ha dunque altro scopo se non quello di favorire da una parte le organizzazioni criminali e dall’altro di permettere alla pletora monetaria generata dalla crisi e dalle poderose iniezioni di liquidità, in particolare di Fed e della Banca centrale giapponese, di trovare un’ulteriore occasione di rapida e poderosa autovalorizzazione, ovviamente senza passare per la produzione di merce.

Ma questo sistema, per come è strutturato, di certo non potrà alimentarsi all’infinito: il fenomeno del bitcoin, e dei suoi omologhi meno celebri, è anche esso uno degli indicatori del rigonfiamento della bolla speculativa che, grazie anche all’immensa quantità di liquidità presente in giro per il mondo – incapace di valorizzarsi passando per la merce, a causa della perdurante crisi da sovrapproduzione –, continua a prosperare in maniera allarmante.

Dopo anni di recessione mondiale, infatti, il capitale, a parte sporadiche occasioni, tarda a riprendersi mentre i cosiddetti listini sembrano non subire alcun tipo di rallentamento nella frenetica corsa che li sta portando a superare ogni record precedentemente raggiunto. In tutto ciò, la cosiddetta valuta fittizia – termine, rispetto al virtuale, più idoneo a definire il bitcoin e i suoi simili in quanto rappresentazione di un capitale e di un denaro che tali non sono, ossia un non-capitale, un capitale solo virtuale in quanto solo potenziale, come osservava Marx, riprendendo Leatham, banchiere inglese della prima metà del xix secolo – continua a svolgere il ruolo di indiziato numero uno ad agire in quanto innesco di una potenziale esplosione della bolla che andrebbe a innestarsi su una capitale mondiale profondamente compromesso dopo cinque (ormai 10, ndr) lunghi anni di una violentissima crisi.

Francesco Schettino

Questo articolo è frutto di una sintesi, già pubblicata su La Città Futura, di due articoli apparsi su La Contraddizione tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 (No. 145 e 146, ottobre 2013 – marzo 2014).

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