La pazza gioia: l’umanità che emerge dalla follia

In questo nuovo (e frammentato) panorama cinematografico italiano, pochi sono i registi che hanno avuto la capacità di sapersi distinguere o, comunque, di saper far parlare di sè, il più delle volte, con approvazione della critica. Tra questi troviamo Paolo Virzì, il quale non ha trovato rifugio nell’avanguardia o in nuove tecniche stilistiche. Virzì dà vita ai propri film i quali hanno radici ben impiantate nella commedia all’italiana. Per i molti il termine “commedia” riporta ad un concetto di divertimento, gioia, svago. Per i registi italiani del secondo dopoguerra, la commedia porta con sè risate, ovviamente, ma anche amarezza, sarcasmo, drammaticità. Si ride sullo stereotipo dell’italiano medio, piccolo borghese travolto dalla società dei consumi e da un accecato individualismo.
Nel 2016, ovviamente, la commedia non può più parodiare situazioni sociali che sembrano appartenerci poco. Tuttavia “La pazza gioia” di Virzì parte proprio da “stereotipi”, in questo caso femminili, fino ad espandere la propria visione fino a raggiungere la sfera politica italiana.

Toscana, 2014: Villa Biondi è un’ex villa regale che ora ospita una casa di recupero per donne affette da problemi mentali. Tra queste donne spiccano i personaggi di Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti), entrambe pazienti con precedenti penali. Beatrice è una ricca signora aristocratica, viziata e arrogante fino alla follia e al delirio; Donatella è invece figlia di una badante e di un padre consapevolmente assente, che cerca di combattere contro una forma di “depressione maggiore”. Le due pazienti diventano amiche (soprattutto per volontà di Beatrice) e, insieme, riusciranno a fuggire da Villa Biondi per riuscire a ricostruire il mosaico delle loro vite lasciate nel cosidetto “mondo dei sani di mente”.

Di film dedicati ai “matti” ne è pieno il mondo, tuttavia un film come questo, può nettamente distinguersi dai suoi precedenti poiché, per l’intera durata della pellicola, lo spettatore è consapevole dei disturbi mentali delle due protagoniste e che, di conseguenza, potrebbero essere dannose per gli altri e per loro stesse. La loro follia è evidente, e non è una follia divertente o gioiosa. E’ una follia pregna di dolore e di incomprensioni, pregna di tutti gli avventimenti (o le persone) che le hanno condotte alla follia. L’abilità di Virzì, unita all’interpretazione delle due attrici, permette a noi spettatori di provare forte empatia per queste “due svitate”, con la consapevolezza della loro pazziìa. Empatia che nasce dal senso di malinconia che, pazzi o sani, tutti abbiamo provato nel corso della nostra vita! Non è un caso che proprio il personaggio interpretato dalla Bruni Tedeschi sia quello che cattura maggiormente il pubblico; non parliamo di abilità recitative, ma parliamo di quei brevi momenti di tenerezza che le due protagoniste condividono e che paiono sempre nascere dalla spocchiosa e viziata Beatrice (mentre Donatella rapppresenta l’essenza pura della malinconia). Come non comprendere un personaggio così? Un personaggio-stereotipo dell’alta borghesia (o aristocrazia) italiana; un personaggio che, purtroppo, oggi interpretiamo noi tutti. Queste due Thelma e Louise del cinema italiano riescono, senza alcuna pretesa, a far ridere (perchè in molti momenti si ride fino alle lacrime) e, infine, a far piangere: per i più sensibili – il finale potrebbe davvero dilaniarvi il cuore) grazie all’umanità che traspare dai loro gesti apparentemente folli.

Virzì, oltre a regalarci un film che sottolinea più volte l’importanza di valori che paiono essere sulla bocca di tutti (amicizia e, soprattutto, amore), punta il dito anche verso il trattamento di persone con disturbi mentali nel Bel Paese. Non è un caso la scelta di ambientare la vicenda proprio nel 2014: la legge a favore della chiusura degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) è stata approvata nel 2015, ma chissà quando applicata!

Sabrina Monno

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