I dati sull’impiego e la disoccupazione reale al 30%: dove cade la coscienza borghese

Spesso tra i “circoli militanti” della sinistra, ma ormai da tempo anche tra settori sociali sempre più vasti, si ha la legittima percezione che – in quanto solidamente controllata dalle “elites” economiche e politiche – la stampa mainstream sia uno strumento poco utile per avere una visione della realtà non viziata da interpretazioni ideologiche. In base a una logica rigidamente formale, si potrebbe quindi dedurre che il giornale dal quale i giovani e i lavoratori coscienti debbano “tenersi più alla larga” sia il Sole24Ore: non si tratta forse della testata che – emanazione di Confindustria – esprime direttamente il punto di vista della borghesia? La domanda è ovviamente retorica e le conclusioni che se ne traggono possono finire per rafforzare l’impressione che sia inutile cimentarsi con un quotidiano che peraltro ha la nomea di essere illeggibile per via dei temi che tratta e del “linguaggio tecnico” che utilizza (un’idea che riteniamo errata, come sarà più chiaro – se pazienterete– nell’ultimo paragrafo dell’articolo, dove analizzeremo un pezzo che ci rivela i “dati reali sulla disoccupazione”, comparso recentemente sul sito internet del Sole24Ore).

Non bisogna d’altro canto dimenticare che, a giudicare dagli assetti proprietari, fogliacci come Repubblica e il Corriere non sono in nessun modo meno indipendenti dai principali circoli capitalistici [1] del giornale che risponde esplicitamente alla maggiore associazione padronale italiana. La differenza tra i quotidiani in questione non è tanto la natura di classe – o il grado della loro vicinanza alla classe dominante – ma il destinatario: i primi hanno come obiettivo una platea “interclassista”, mentre il secondo si rivolge prettamente a un pubblico di professionisti, accademici, imprenditori, uomini d’affari etc. (da qui il linguaggio tecnico-specialistico): ovvero alla borghesia e ai suoi “intellettuali organici”.

In altre parole Corriere, Repubblica etc. sono essenzialmente strumenti della borghesia volti a far digerire ai proletari il punto di vista della borghesia (magari con la mediazione della piccola borghesia, dalla quale proviene il grosso dei lettori e dei giornalisti). Il Sole24Ore, invece, è il giornale della “borghesia per la borghesia”, i cui membri non hanno bisogno di edulcorazioni della “realtà dei fatti”, ma anzi “vogliono sapere le cose come stanno”, uno dei requisiti essenziali per esercitare il proprio ruolo di classe dominante.

Con questo, tuttavia, non si vuole sostenere che il giornale di Confindustria sia in grado di fornire un’interpretazione complessiva della realtà sociale capace di sostituire lo studio e l’elaborazione di “analisi marxiste”, nonché il confronto e “la discussione tra compagni”. Tali elementi – ovvero la partecipazione attiva a un’organizzazione politica rivoluzionaria – sono anzi l’unico modo attraverso il quale i lavoratori e i giovani possono comprendere “le cose come stanno”, e questo, dal loro punto vista di oppressi, non significa semplicemente – com’è nel caso della borghesia –  avere un quadro informativo completo della situazione per evitare che di essere colti alla sprovvista dallo sviluppo oggettivo delle contraddizioni dell’accumulazione capitalistica (e della lotta di classe), bensì prendere coscienza della logica complessiva di funzionamento del sistema capitalistico, “per rovesciarlo”. Tra l’altro, solo dalla partecipazione politica pratica e dal costante confronto con i “compagni più esperti” i giovani e i lavoratori privi di particolari “conoscenze economiche” possono trovare gli stimoli per superare il timore reverenziale nei confronti della stampa specialistica borghese associato all’ “aura metafisica” che il gergo da essa utilizzato emana.

 

LE CONTRADDIZIONI DELLA “COSCIENZA DI CLASSE DELLA BORGHESIA” E QUELLO CHE CI SI DEVE ASPETTARE DAL SOLE24ORE…

Tornando alla questione dell’incapacità della borghesia di “fornire un’interpretazione complessiva della realtà sociale”, ecco cosa scrive il filosofo ungherese Lukacs, ponendosi il problema della “coscienza di classe”:   “il capitalismo è da un lato il primo ordinamento di produzione che tende a una completa assimilazione economica della società nella sua interezza, e di conseguenza la borghesia dovrebbe essere in grado [a partire dalla sua posizione “privilegiata”] di possedere una coscienza della totalità del processo di produzione. D’altro lato, per via della [stessa] posizione che occupa nella produzione e degli interessi che determinano il suo agire, alla classe capitalistca è impossibile dominare – anche teoricamente –  il proprio ordinamento di produzione” [2].

Ciò infatti significherebbe riconoscere lo sfruttamento, l’inevitabilità della crisi e la natura storicamente determinata del capitalismo, realtà che la borghesia non solo non può ammettere nelle sue espressioni ideologiche e teoriche di fronte al proletariato, ma nemmeno a sé stessa; sempre con Lukacs: “l’occultamento dell’essenza della società borghese è una necessità di vita per la borghesia stessa. Infatti, sempre più chiaramente si rivelano le insolubili contraddizioni interne di questo ordinamento e i suoi sostenitori finiscono quindi per trovarsi di fronte all’alternativa di precludersi consapevolmente una più ricca espressione delle cose oppure di reprimere in sé tutti gli istinti morali, per affermare anche sul piano morale quell’ordinamento economico che viene sostenuto sul piano degli interessi” [3].

L’incapacità della borghesia e dei suoi “intellettuali organici” di cogliere gli sviluppi oggettivi della realtà capitalistica, non può tuttavia impedire a questi ultimi di dispiegarsi; anzi come scrive Lukacs (parlando di natura “tragico-dialettica” della coscienza della borghesia) è la stessa unilateralità del punto di vista dei membri della classe dominante che media e approfondisce lo sviluppo delle contraddizioni del capitale (e dunque la stessa incapacità della borghesia di farvi coscientemente fronte). Riconoscere le radici della crisi nella sovraccumulazione [4], ad esempio, significherebbe ammettere teoricamente l’inevitabilità della distruzione dell’immane quantità – in termini di valore incorporato – di “capitale costante”  che pesando sul plusvalore estratto dai lavoratori comprime la profittabilità e quindi gli investimenti… Oppure la necessità della pianificazione dell’economia in base ai bisogni sociali e non al profitto di pochi (insomma: o “la scomparsa di gran parte dei borghesi”, o la scomparsa della borghesia).

Così la classe dominante, e in particolare in Italia e in Europa, ha risposto inizialmente alla crisi con il puro e semplice aumento dello sfruttamento dei lavoratori, sia tramite la compressione del salario diretto che di quello indiretto (vedi: “austerità”); come ci spiegava Monti “avevamo vissuto per troppo tempo al di sopra dei nostri mezzi” e gli investimenti sarebbero ripartiti solo “aumentando i risparmi”. Il risultato è stata un’ulteriore depressione della domanda aggregata e dei tassi di accumulazione; perciò nel 2015 la BCE si è allineata alle politiche monetarie già cominciate nel 2008 dalla FED (senza, ovviamente, che la borghesia abbia cessato l’attacco al lavoro). Tuttavia, al prezzo di promuovere un aumento degli investimenti tutt’altro che risolutivo (dopo dieci anni dal crack di wall street, il peso degli investimenti sul PIL globale non è ancora tornato ai livelli del 2007), le immani “iniezioni di liquidità” delle banche centrali, stanno fomentando una bolla speculativa di dimensioni spaventose. Incapace di incidere sulla sovraccumulazione di capitale  (ma anzi aggravandola) e quindi di ristabilire saggi di profitti allettanti, l’enorme ammontare di denaro stampato dalla FED e dalla BCE si sta infatti concretizzando molto più che in macchinari, impianti, o mezzi di produzione in genere, in azioni, derivati, titoli di stato etc… ovvero in montagne di debiti che fanno rabbrividire gli stessi strateghi del capitale di fronte a qualsiasi ipotesi di fermare davvero il “quantitative easing”, nonostante proseguirlo significhi solo alimentare ulteriormente la spirale perversa.

Figura 1: il debito mondiale è molto maggior del periodo pre-crisi (2007) fonte: http://www.independent.co.uk/news/business/analysis-and-features/global-debt-crisis-explained-all-time-high-world-economy-causes-solutions-definition-a8143516.html

 

Le teorie economiche e le conseguenti risposte pratiche messe in campo dalla borghesia sono dunque destinate ad essere costantemente scavalcate dalla realtà, perciò, è imperativo per la classe dominante e i suoi intellettuali organici (quando operano da “consiglieri” sul Sole24ore e non da imbonitori su Repubblica) cercare di sopperire ai limiti invalicabili della propria coscienza teorica, attraverso la più esatta conoscenza empirica della situazione di fatto (rimanendo sul tema della crisi ai borghesi non interessa nulla della teoria, ma sapere quando le cose si stanno mettendo male gli interessa eccome: ne va del portafoglio). La verità empirica – insomma – quello che può ottenere un proletario dal Sole24Ore, e non è poco; anche se tenere sempre bene a mente “di quanto poco si tratti” è necessario per non cedere al punto di vista della borghesia e appiattire la propria analisi a quella della classe dominante [5].

 

 

COSA CI DICE IL SOLE24ORE SULLA DISOCCUPAZIONE

Passando ora alla parte più appetitosa dell’articolo, ecco un interessantissimo grafico pubblicato pochi giorni fa sul sito internet del Sole24ore, analizzando il quale è possibile evidenziare l’incapacità di fondo dei dati sulla disoccupazione – normalmente sbandierati da politici e sicofanti vari – di dare conto della reale entità del fenomeno in Italia:

Come giustamente sottolinea il ricercatore che commenta la figura per il quotidiano di Confindustria: “Se tradizionalmente la condizione di chi era classificato come occupato era chiara, essendo riconducibile prevalentemente ad alcune fattispecie standard – l’operaio, l’impiegato, l’artigiano, il professionista etc. – oggi sono sempre più frequenti le situazioni di partecipazione meno strutturata: ci sono persone che lavorano saltuariamente, per poche ore, con remunerazioni bassissime.  Si tratta in alcuni casi di situazioni in cui la disoccupazione viene “nascosta” alle statistiche ufficiali dietro l’apparenza di una qualche forma minima di attività. Allo stesso modo, possono non essere classificate fra le forze di lavoro, e quindi non essere incluse nella categoria dei disoccupati, persone che non hanno effettuato azioni di ricerca attiva di un impiego, ad esempio perché hanno perso la speranza di trovare lavoro. In altri termini, oltre a coloro che rientrano nella classificazione tradizionale di disoccupato, vi sono molti altri che, pur non rientrando in tale fattispecie, sono in una condizione ad essa molto prossima”.

Il tasso di disoccupazione, infatti, è normalmente calcolato a partire dal rapporto tra il numero degli occupati – ovvero coloro i quali dichiarano di aver lavorato almeno un’ora nella settimana in cui l’ISTAT conduce l’indagine! – e le “forze di lavoro – una stima delle persone che cercano lavoro basata sulle risposte di coloro i quali, sempre nella settimana dell’indagine, affermano di essersi attivati per trovare un’occupazione. Come dunque si evince dal grafico, se si includono nella statistica anche coloro i quali sono “disponibili a lavorare” (linea rossa; come se nel capitalismo chi non controlla i mezzi di produzione potesse scegliere altrimenti…) e si escludono dagli occupati i lavoratori “part-time involontari” e i cassa-integrati (seguire la linea verde), la “disoccupazione reale” è ancora il doppio rispetto a quella del periodo pre-crisi ( Nel 2007 era al attorno 15% oggi sarebbe circa al 30%, mentre secondo i dati spacciati dal governo – desumibili dall’area sottesa dalla linea rossa e dalla linea marrone – ci sarebbe stato un recupero dell’occupazione del 70%).

Ecco la morale che l’economista trae per i padroni: “l’area della disoccupazione nel senso più ampio, cioè delle persone potenzialmente attivabili per allargare la base produttiva del paese è amplissima […] A ben vedere proprio l’ampiezza di quest’area è la misura più corretta della pesante eredità degli anni della crisi alle nostre spalle. È un esercito di persone potenzialmente attivabili, la cui dimensione è evidentemente tale da non potere essere scalfita che in minima parte anche nelle ipotesi più favorevoli sulla crescita degli anni a venire.”

Affermare che l’entità della “disoccupazione reale” non sarà intaccata nemmeno dalla “crescita degli anni a venire”, significa tuttavia ammettere – senza prenderne coscienza teorica – che la crisi del capitalismo, ovvero la sua incapacità di conseguire tassi di accumulazione significativi, o più in generale di sviluppare le forze produttive, è tutt’altro che alle spalle.  

Sarebbe comunque chiedere troppo – e lo ribadiamo – pretendere che il Sole24ore risolva l’opposizione tra conoscenza dei fatti e comprensione teorica. Perciò, come diceva San Paolo: “esaminate ogni cosa, prendete ciò che è buono” [4]; dal Sole24Ore qualche statistica, ma la teoria da Carlo Marx.

Tra l’altro – chiudendo con un salto indietro alla questione del nesso tragico dialettico tra coscienza di classe della borghesia e sviluppo delle contraddizioni reali del capitale – se l’economista borghese trae conclusioni teoriche dai dati sull’effettiva entità della disoccupazione, sono le seguenti: i salari non aumenteranno ancora per molto tempo, perciò l’inflazione – paura atavica dell’oligarchia finanziaria – rimarrà bassa… E si potrà continuare all’infinito con il Quantitative Easing! Il “nostro” economista del Sole24ore, in effetti, comincia così il suo commento al grafico che abbiamo riportato: “Fra i temi di rilievo all’interno del dibattito sulle caratteristiche dell’attuale fase congiunturale vi è quello della mancata risposta di prezzi e salari al miglioramento del ciclo economico e alla diminuzione della disoccupazione. È un aspetto che coinvolge trasversalmente tutte le economie, ma in particolare quelle che si situano in una fase più avanzata del ciclo economico, ad esempio la Germania in Europa, oppure gli Stati Uniti. Al tema stanno dedicando attenzione anche le banche centrali, le cui scelte devono evidentemente tenere conto del quadro economico e delle prospettive dell’inflazione”. Auguri!

Django Renato

 

Note

[1] L’articolo indicato nel link è un po’ vecchio, ma mostra bene l’intrico tra il grande capitale italiano e la stampa.

[2] E con questo Lukacs non vuole sostenere che esista una morale in astratto, agli albori del capitalismo ad esempio la borghesia non aveva remore a rivendicare la giustezza morale dello sfruttamento e dei suoi effetti. Ecco ad esempio cosa diceva B. de Mandeville nei primi del 700: “In una nazione libera in cui non siano consentiti gli schiavi, la ricchezza più sicura consiste in una massa di poveri laboriosi […] per rendere felice la società e per rendere il popolo contento anche in condizioni povere, è necessario che la stragrande maggioranza rimanga sia ignorante che povera” (Cit. in K. Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti, 1973, p.63). All’epoca, il meccanismo dell’accumulazione capitalistica non aveva ancora assunto una forma compiutamente “oggettiva”; insomma la meccanizzazione e l’automatizzazione del processo produttivo non avevano ancora raggiunto un livello di perfezione tale da espropriare l’operaio singolo non solo dal punto di vista “formale” – ovvero dalla proprietà dei mezzi di produzione – ma anche da quello “reale”, con la sempre più completa oggettivazione delle conoscenze pratiche dell’operaio nelle macchine controllate dal Capitale, fattore che – accanto al ruolo dell’innovazione tecnologica nel riprodurre costantemente l’esercito industriale di riserva – fa si che gli incoraggiamenti di Mandeville risultino oggi “superflui”. Inoltre – e questo probabilmente è ancora più decisivo – il cinico teorico borghese parlava in una fase in cui lo stesso sviluppo della produzione capitalistica – che stava al tempo passando dalla fase artigianale a quella manifatturiera – non aveva ancora prodotto le precondizioni per l’organizzazione politica indipendente del proletariato. (Si veda Il Capitale, Libro I, in particolare Capitolo 13 e 23). Per la citazione si veda: G. Lukacs, Storia e Coscienza di Classe, Sugar&Co., 1974, p. 81

[3] Ibid., 86.

[4] Qui ci stiamo occupando della coscienza teorica della borghesia, ma è utile rilevare come la sovraccumulazione sia mediata dall’unilateralità della coscienza dei singoli capitalisti che – strutturata a partire dagli imperativi dettati dalla forma anarchica della produzione capitalistica – “rimane ignara” della natura sociale di quest’ultima… la quale però s’impone proprio quando gli incessanti investimenti effettuati dai singoli capitalisti per “rubarsi a vicenda” fette di plusvalore finiscono per comprimere il saggio di profitto complessivo (la cui “caduta tendenziale” riduce a sua volta lo stimolo ad ulteriori investimenti). Marx tratta diffusamente la questione  della “caduta tendenziale del saggio di profitto” – qui accennata in maniera estremamente parziale – ne Il Capitale, Libro III. Per sintesi molto utili si veda: G. Palermo, “Sfruttamento e crisi. Breve guida al pensiero di Marx e al dibattito marxista, università di Brescia, 2010”. https://giuliopalermo.jimdo.com/libri-e-articoli/critica-dell-economia-politica/. Per un’analisi dell’attuale crisi del capitalismo mondiale basata sulla teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto si veda: G. Carchedi, “L’Esaurimento dell’Attuale Fase storica del Capitalismo”. https://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/8750-guglielmo-carchedi-l-esaurimento-dell-attuale-fase-storica-del-capitalismo.html. Per chi legge l’inglese, utilissimo seguire il blog di M. Roberts: https://thenextrecession.wordpress.com/.  Sulla crisi per come si è concretizzata in Italia, a nostra conoscenza l’unico studio marxista serio è quello di D. Moro, “Globalizzazione e Decadenza Industriale. L’Italia tra Delocalizzazioni, ‘Crisi Secolare’ ed Euro”, Imprimatur, 2015.

[5] Per comprendere l’importanza di questo passaggio provate, se vi capita – e se prendete mezzi pubblici, frequentate scuole e università, vi può senz’altro capitare – di comprare Lotta Comunista: nient’altro che un tedioso copia-incolla di stralci della stampa economico-finanziaria, conditi con appelli all’inevitabilità storica del comunismo, come se un’operazione del genere li rendesse di per sè utili all’educazione rivoluzionaria dei giovani e dei lavoratori…)

[6] S. Paolo, Lettera ai Tessalonicesi, 5, 21

 

1 Commenti

  1. La Sua nota su (5) Lotta Comunista mi induce a Mal-pensare che Lei non abbia mai letto un solo rigo del mensile.

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