L’articolo 41 bis: quando a sinistra ci si riscopre manettari

All’interno del vasto dibattito pubblico che tiene impegnate le forze candidate alle prossime elezioni politiche, tra le formazioni della sinistra ampiamente intesa ha tenuto banco un punto che si è rivelato particolarmente spinoso e oggetto di controversie, cioè la rivendicazione della lista Potere al Popolo che si pronuncia per “l’abolizione dell’ergastolo e del 41 bis, e l’emanazione di un provvedimento di amnistia che risolva il problema del sovraffollamento carcerario”.

Lo slogan ha creato dissensi di vario tipo, interni ed esterni: nel principale strumento di discussione generale di PaP, il gruppo facebook da oltre 5.000 membri, diversi hanno sollevato contrarietà politiche vere e proprie oppure “tattiche” poiché il popolo potrebbe non comprendere la correttezza politica di questa rivendicazione, e pensare che Pap è “la sinistra che fa i ponti d’oro alla mafia” (c’è chi proprio scrive così). A sostegno di queste tesi è arrivata la dichiarazione di Antonio Ingroia, avvocato di antiche simpatie cossuttian-dilibertiane, “capo politico” nel 2013 della lista-arlecchino “Rivoluzione Civile” (che inglobava molti dei soggetti che compongono oggi PaP, ma anche L’Italia dei Valori che oggi si presenta con altri partitini del centrosinistra piddino) e oggi della improbabile “Lista del Popolo”, anch’essa come PaP centrata su un profilo costituzionalepopolare, fondata dall’Ingroia stesso e dal giornalista Giulietto Chiesa, simbolo ormai universale della deriva patriottica e complottista delle vecchie tendenze campiste e “antimperialiste” della lunga deriva del PCI e dei suoi vecchi iscritti ed elettori.

Ingroia, dicevamo, entra a gamba tesa sostenendo che una rivendicazione starebbe bene nel programma politico di Forza Italia (di cui un buon numero di esponenti, effettivamente, nel tempo è risultato collegato o perlomeno influenzato dai clan mafiosi) e che la questione è semmai quella di come applicare il 41 bis di modo da essere “contro la Mafia, senza se e senza ma”, implicando evidentemente che PaP rimanga ambigua rispetto a questo terreno.

Contrariamente Davide Rosci, storico militante teramano del PRC e condannato tramite leggi del periodo fascista per la partecipazione alla mobilitazione di massa del 2011 contro il governo Berlusconi (6 anni di detenzione poi trasformati in 3 di carcere e 3 di servizi sociali), si è pronunciato nettamente a favore dell’abolizione del 41 bis, paragonandolo alle effettive pratiche di tortura messe in atto anche dalle forze dell’ordine dello Stato italiano.

 

Ma il 41 bis, esattamente, in cosa consiste? Lo introdusse la legge Gozzini del 1986 ma è nel 1992, all’indomani della strage di Capaci dove perse la vita il magistrato Giovanni Falcone, che il governo fece approvare un comma che allargava la possibilità dell’uso del “carcere duro” non solo alle situazioni di disordine e rivolta interna nelle carceri, ma a un arco più largo di figure criminali, avendo in particolare lo scopo di interrompere le comunicazioni tra i capi mafiosi detenuti e le loro cosche. In realtà, svariate forme di carcere duro assimiliabili alla tortura sono state praticate non solo per incoraggiare la delazione e stroncare psicologicamente l’individuo fra i detenuti politici (specialmente fra quelli di sinistra incriminati di azioni militari e/o terroristiche), ma anche per punire violentemente detenuti per reati semplici, assolutamente non paragonabili a quelli di un capoclan mafioso, come testimonia Sergio Scorza su Contropiano.

Il 41 bis, per giunta, è oggetto di forte controversia nel mondo del diritto e delle isttituzioni borghesi stesse, da cui nel tempo sono emersi parecchi giudizi contrari a questa legge in quanto costituente di fatto l’introduzione della tortura come pratica legittima del sistema carcerario italiano, permettendo situazioni di isolamento e trattamento disumano che nulla hanno a che fare con lo scopo ufficiale della detenzione, cioè quello della riabilitazione del criminale alla vita sociale – cioè in primis al rispetto della legalità borghese che gli stessi grossi capitalisti evadono o proprio infrangono apertamente di continuo. Non è un caso che, nella serie TV Gomorra, il capoclan di Secondigliano Pietro Savastano risulti del tutto credibile al personale medico e legale che lo segue quando inscena per mesi e mesi un processo di depressione e perdita di senno, che poi è quello è quello che realisticamente può succedere a chi subisce periodi prolungati di isolamento e di mancanza di stimoli sensoriali.

Nonostante la vita sociale, l’informazione e l’intrattenimento mediatico ci investano ogni giorno con ondate di istigazione all’odio cieco e alla violenza, l’obiettivo della garanzia di un trattamento non disumano di chi subisce condanne penali dovrebbe essere proprio di tutti coloro che hanno ideali democratici in senso ampio, non già dei soli “comunisti”, e non tanto perché “ce lo dice il Papa” – cioè il capo di un’associazione che nei secoli ha fatto un uso variegato e massiccio della tortura nella persecuzione dei propri oppositori e di chi semplicemente non rientrava nei suoi canoni di ordine e disciplina, e che (nel 1973, eh, senza scomodare fatti meno recenti) ha apertamente appoggiato l’abbattimento violento del governo Allende e il conseguente processo di tortura e sterminio di migliaia militanti di sinistra in Cile.

Il problema è quando, chiamandosi “comunisti” e “rivoluzionari” si fa un po’ come faceva il Walter Veltroni in auge di un decennio fa: si vuole sostenere una causa ma anche la causa contraria, in una sorta di strano uso della dialettica. E così c’è chi, come gli ormai logori partiti “comunisti” fieri promotori di PAP (PCI e PRC in testa), sostiene chi è quotidianamente colpito dalla repressione dello Stato perché povero, emarginato e quindi facile da colpire, ma anche chi dirige questo stesso apparato repressivo. Non è allora cosa di cui scandalizzarsi il netto rigetto, da parte del PCI, di questo punto programmatico di PaP. Così come fu non proprio un fulmine a ciel sereno la candidatura, alle “primarie” della lista “Coalizione civica” per le ultime elezioni comunali di Bologna, della ex direttrice del carcere minorile di Bologna – in quota Rifondazione!

Da parte nostra, sostenendo le ragioni della classe lavoratrice contrapposta a quella capitalista, non abbiamo problemi a individuare nel sistema carcerario uno dei tanti strumenti di disciplina e sottomissione non solo e non tanto di qualche compare borghese che si fa beccare con le mani nella marmellata, quanto dei più vasti strati della popolazione sfruttati e oppressi dai capitalisti stessi, e che sono tanto più “criminali” quanto meno posto c’è per loro nell’economia e nella società a dimensione di capitale. Non ci sfugge che il “crimine” (come categoria del diritto, non come questo o quel particolare atto “delittuoso”) in quanto tale è un fortissimo sprone alle forze produttive, alle arti, alla scienza, e uno stimolo alla concorrenza nell’economia di mercato. E’ una caratteristica della società che continuamente si rigenera da essa e che può essere soppressa insieme alla società classista stessa. Per questo troviamo utopista la “risoluzione” del problema delle carceri tramite botte di amnistie, che costituiscono tutt’al più dei tamponi mal fatti a un bubbone ormai endemico.

Questo non toglie che tutto il movimento operaio, le realtà politiche della sinistra di classe e tutti i movimenti di oppressi dal capitalismo hanno ogni interesse e ogni ragione a rivendicare l’abolizione di ogni forma di torturae di ergastolo, così come a mobilitarsi contro le condizioni tutt’altro che “rieducative” delle carceri.

Tenendo però a mente, se possibile, che o si sta dalla parte degli sfruttati e degli oppressi o si sta dalla parte degli ufficiali di polizia, dei carcerieri, dei magistrati.

Giacomo Savio

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