Tunisia: Due notti d’ira contro le politiche di austerità

Pubblichiamo la cronaca delle prime due giornate di mobilitazione del popolo tunisino contro le misure di austerità imposte dal FMI. La repressione della mobilitazione, che arrivata al quinto giorno assume le proporzioni di una vera e propria rivolta con tanto di intervento dell’esercito, ha portato all’arresto di più di 800 manifestanti e a una aumentata repressione contro gli oppositori politici.


La seconda notte di proteste in Tunisia si è conclusa con più di 200 manifestanti arrestati e decine di feriti a causa della repressione poliziesca.

Nella capitale, durante gli scontri la polizia tunisina ha sparato proiettili di gomma e gas lacrimogeni.

Le proteste sono scoppiate contro i tagli al bilancio e il rincaro dei prezzi, misure che fanno parte di un piano di austerità attuate dal governo su richiesta del Fondo Monetario Internazionale (IMF).

A Ben Arous, parte della periferia della capitale Tunisi, un gruppo di persone ha assaltato un negozio della catena di supermercati francese Carrefour.

I portavoce del governo martedì 9 si sono detti “indignati” per gli assalti ai negozi, dicendo che questa forma di manifestare non è “democratica”, come se l’aumento del costo della vita per milioni di persone non sia esso stesso un atto violento.

Prima che le proteste si estendessero attraverso il paese, il governo ha consigliato la chiusura anticipata di due ore di supermercati e centri commerciali.

La capitale e in varie altre parti del paese sono state blindate da schieramenti di polizia dispiegati nella notte tra il lunedì e il martedì. Tra queste è inclusa la città di Tebourna (a 40km dalla capitale), dove il lunedì scorso è stato ucciso un manifestante a causa della repressione poliziesca.

L’incidente ha portato al concentramento di migliaia di giovani davanti al ministero degli interni, al grido di “polizia assassina, ministero terrorista” e “non abbiamo paura, le strade torneranno a ribollire”.

Scontri simili sono capitati anche in città nel sud del paese, come Gafsa (capitale dell’industria mineraria), Kasserine (al confine con l’Algeria e feudo jihadista) e Sidi Bou Said.

La città di Sidi Bou Said è di importante valore simbolico perché è lì che sette anni fa sono cominciate le proteste che hanno portato alla caduta di Zinedin el Abedin Ben Alì, dando così inizio alla “primavera araba” in tutta la regione.

Queste rivolte rappresentano una delle sfide più gravi per l’attuale governo, formatosi alla fine del 2016. Le autorità hanno promesso al FMI una riduzione delle spese, in cambio della concessione di un prestito di quasi tre miliardi di dollari. È stata così avviata una politica di licenziamenti e prepensionamenti nella pubblica amministrazione, nonché un innalzamento delle imposte in diversi settori.mientras que la oposición decidió intensificar las movilizaciones hasta que los presupuestos del estado sean anulados

Il taglio ai sussidi ha aggravato la situazione in un paese nel quale la disoccupazione giovanile supera il 25% e il tasso d’inflazione nel 2017 si è attestato al 6,4%. Il salario minimo è di 160 dollari al mese, mentre secondo vari economisti ne sono necessari almeno 240 per poter sopravvivere.

La potente Unione General Tunisina del Lavoro (UGTT), principale sindacato del paese, ha richiesto un aumento “eccezionale” dei sussidi concessi alle famiglie più bisognose, nonché un aumento del salario minimo e del salario dei lavoratori edili.

Ieri (9 gennaio, ndr) il primo ministro Yusef Chaheed ha definito le proteste come comprensibili, richiamando però alla calma “perché la violenza non è accettabile”, mentre l’opposizione ha deciso di intensificare le mobilizzazioni fino alla revoca delle misure di austerità.

Per questa domenica, settimo anniversario dell’inizio della primavera araba, organizzazioni sociali e partiti dell’opposizione hanno convocato una grande manifestazione per denunciare sia i tagli imposti dal Fondo Monetario Internazionale, sia la graduale riduzione di diritti civili raggiunti con l’abbattimento di Ben Alì.

Juan Andrés Gallardo per Izquierda Diario.es del 10 gennaio

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