The Harvest: il cinema indipendente racconta i braccianti sikh in Italia

“The Harvest” (2017, attualmente è in proiezione itinerante in Italia e all’estero) è il risultato di quello che può rivelarsi una produzione cinematografica indipendente, finanziata concretamente da un “produttore diffuso” costituito da “gente comune”, cinefili non danaroso, associazioni e centri sociali. Andrea Paco Mariani, fondatore della SMK Factory, un network di creativi la cui finalità è la produzione di materiale indipendente (cinematografico o fotografico) alla sua seconda esperienza da regista, dirige “The Harvest”, un docu-musical incentrato sulla condizione dei braccianti agricoli indiani sikh nella provincia di Latina. Pur trattandosi di un prodotto narrativo, la messinscena ricostruisce in maniera fedela la situazione di degrado e sfruttamento subita dai sikh. Il film attinge a fatti di cronaca realmente accaduti a Latina tra il 2014 e il 2016, venuti all’attenzione del “grande pubblico” dopo il suicidio di un ragazzo, impiccatosi all’interno di una serra in cui lavorava.

A Bella Farnia (una frazione di Sabaudia) scopriamo una grande comunità di famiglie sikh, i quali vivono decisamente ghettizzati in un unico quartiere. Tutti gli uomini sono braccianti sottopagati nell’Agro Pontino. Il primo personaggio ad apparire sullo schermo è Gurwinder, bracciante agricolo, seguito da Hardeep, una mediatrice culturale, figlia di padre indiano, che gli parla con forte accento laziale. Partendo dalle vicende dei singoli protagonisti, presto la vicenda inizia a mostrare squarci di vita di ogni bracciante scappato dal proprio paese con il sogno di una vita migliore.
Il primo ostacolo da superare è quello della lingua. Hardeep tiene dei corsi gratuiti di lingua per aiutare i lavoratori sikh, i quali vengono più volte truffati dai loro padroni e costretti a firmare un contratto che non concede loro nessun tipo di copertura sanitaria o diritto alle ferie. L’ostacolo più grande da affrontare è la paura. La figura del “padrone” è tanto oscura sia nel recitato che nel musical. Il padrone è capace di sputare e cantare solo parole d’odio e di supremazia verso coloro che lui considera proprietà privata.
L’unico punto d’incontro per questa comunità è il tempio. La scena dell’assemblea operaia nel tempio è peraltro originale e anzi mostra la mancanza totale di inquadramento sindacale di questi lavoratori, abituati a socializzare anche su questioni politiche solo nel proprio tempio locale, e che vengono appoggiati concretamente solo da un’associazione dedicata al supporto agli immigrati. Dalla lotta politica ripresa in modo meticolosa e totalmente documentaristica, si passa allo sfarzo di quello che, senz’altro, è un omaggio al colorato musical di Bollywood. Le due vite di Gurwinder e di Hardeep sono sempre scandite da una canzone, che compie anche il ruolo di intervello tra le due vicende, ma forse l’insistenza delle sequenze musicale risulta eccessiva rispetto all’economia del film.

La proiezione avvenuta a Bologna il 23 gennaio, presso il cinema Galliera, ha permesso al regista di poter interagire con gli spettatori. Tralasciando le classiche domande di rito su cosa abbia ispirato il progetto e il perchè di questo specifico soggetto, bisogna sottolineare la riflessione di Mariani sul concetto stesso di lavoro: è facile riconoscersi e identificarsi con questi braccianti, se si pensa che la maggior parte della popolazione ha un problema identico al loro, cioè quello di dover lavorare per ricevere un salario inadeguato ai propri bisogni; è facile dunque anche avere in comune la rivendicazione di salari più alti per meno tempo di lavoro: è proprio una parola d’ordine che dovrebbe essere il centro di tutto il movimento dei lavoratori.

In definitiva “The Harvest” mostra la grande forza del cinema indipendente, il cui scopo principale è dare voce a chi, purtroppo, una voce non sembra avere diritto di averla.

Sabrina Monno

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