Alternanza scuola-lavoro: il filo rosso tra gli studenti e la classe operaia in Italia e in Cina

  • Date : febbraio 9, 2018
  • Category : Lavoro

L’ “Alternanza scuola-lavoro” è l’unico modo per risolvere il problema della disconnessione tra l’istruzione e il mercato del lavoro che a sua volta incide in maniera rilevante sulla disoccupazione giovanile. Quante volte abbiamo sentito sciorinare a politici o scherani vari una giustificazione del genere per difendere la misura più controversa del decreto “Buona Scuola”? Poco conta che, come ci indica il buon senso, nonché studi seri prodotti dagli stessi intellettuali organici della borghesia, la reale causa della disoccupazione giovanile sia l’impasse dell’accumulazione capitalistica che ha caratterizzato gli ultimi due lustri, e – per quanto riguarda il fenomeno in relazione ai giovani istruiti – la struttura del capitalismo italiano, dove i settori produttivi più dinamici e tecnologicamente avanzati occupano un ruolo meno importante rispetto a quanto non avvenga negli altri centri imperialisti.  Giocano inoltre un ruolo – sempre come esito del ritardo storico dello sviluppo capitalistico del nostro paese – il peso maggiore della piccola-media impresa nell’occupazione rispetto al caso di imperialismi come quello francese e tedesco, oltre ai tagli draconiani subiti dal settore pubblico, tradottisi in un sostanziale blocco delle assunzioni che dura ormai da oltre decennio e del quale una delle principali vittime sono proprio i laureati e i diplomati (storicamente l’impiego pubblico ha rappresentato il principale strumento attraverso il quale la borghesia italiana è riuscita a tamponare il fenomeno della “disoccupazione intellettuale” [1]).

 

CINA: ALTERNANZA SCUOLA LAVORO ED ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA

E’ singolare che nessun commentatore borghese, almeno a nostra conoscenza, abbia mai chiamato in causa l’esempio cinese per dimostrare con un confronto statistico internazionale la tesi di fondo con cui si giustifica l’ “Alternanza scuola-lavoro”. La Cina, infatti, è un paese con bassi tassi di disoccupazione giovanile e da decenni applica un sistema di “internships” tra mondo dell’istruzione e imprese che coinvolge decine di milioni di studenti di scuole tecnico-professionali e università, obbligati a lavorare in media 40 giorni l’anno in aziende convenzionate (anche se a differenza dei giovani italiani quelli cinesi almeno sono sotto-pagati) [2]. La timidezza dei vari sicofanti della classe dominante nell’impugnare il modello fornitoci dal “gigante asiatico” , può però essere spiegata con il fatto che l’esempio in questione ci mostra in maniera plastica il significato di fondo dell’ “Alternanza scuola-lavoro” e i suoi reali nessi con la disoccupazione e lo sfruttamento.

In questo solco è in primo luogo necessario rilevare come sia evidente che nel caso di un paese in cui per un ventennio si sono avuti tassi di crescita del PIL a doppia cifra (prodotto interno lordo che a tutt’oggi cresce ancora del 6%) e dove a causa della politica del figlio unico l’aumento della popolazione è stagnante, l’esistenza di misure analoghe a quelle della nostra “Buona Scuola” centrino ben poco con il raggiungimento di bassi livelli di disoccupazione giovanile. Al contrario, come ci spiega China Labour Bulletin, è proprio per riequilibrare a vantaggio del Capitale l’offerta di lavoro che in Cina si sta puntando molto su una sorta di “Alternanza scuola-lavoro”:

 “il numero declinante di giovani lavoratori che entrano nella forza lavoro, l’elevata crescita economica […] causano scarsità di lavoro in varie regioni e settori industriali. La scarsità di lavoro a sua volta ha aumentato le pressioni sulle scuole per venire incontro alla domanda di lavoro delle imprese […]  Questa pressione è stata una delle ragion chiave dell’aumento dell’incidenza delle internship obbligatorie. Sembra che molti governi locali siano stati complici nello spingere le scuole a fornire alle imprese un flusso costante di studenti atto a far fronte alla scarsità di lavoratori regolari. Il giornale ufficiale China Daily ha riportato nel 2010 che il governo provinciale dell’Henan ha giocato un ruolo chiave nel fornire 100.000 studenti a foxconn e che 119 scuole tecnico-professionali a Chongqing hanno regolarmente fornito manodopera all’azienda [mentre è stato stimato che] fino a un terzo della forza lavoro negli impianti di Foxconn erano studenti.” [3]

Come però spiega Marx il concetto di scarsità di lavoro in astratto non ha senso nel contesto dell’accumulazione capitalistica, dove la produzione e dunque la domanda di lavoro non è dettata dai bisogni sociali, bensì dalle esigenze di valorizzazione del capitale.

Quando insomma il ritmo sostenuto dell’accumulazione detta un aumento della domanda di lavoro tale per cui l’incremento dei salari che ne deriva mette in discussione la profittabilità, i capitalisti devono trovare meccanismi in grado di riportare i costi associati alla “manodopera” a un livello vantaggioso. L’investimento in tecnologie atte a risparmiare l’impiego di lavoro è il mezzo fondamentale – insieme alla Crisi – individuato da Marx per la creazione di un “esercito industriale di riserva”, ovvero di disoccupati, sotto-occupati  etc. in grado di aumentare la ricattabilità della classe operaia nel suo complesso ed esercitare pressioni al ribasso sui salari e le condizioni di lavoro (più è grande l’esercito industriale di riserva, più la minaccia di rimanere indefinitamente senza lavoro o di essere licenziati è potente e peggiori sono le condizioni di compravendita della forza-lavoro che i proletari sono costretti ad accettare). [4] Il barbuto di Treviri, tuttavia, ci mostra numerosi altri espedienti attraverso i quali la borghesia riesce a soddisfare la stessa esigenza; ecco cosa scrive nel Capitale occupandosi del problema in questione nelle campagne inglesi dell’800:

La mancanza di lavoro temporanea o locale non determina l’aumento del del salario, bensì costringe  al lavoro agricolo donne e bambini e preme perché lo sfruttamento cominci ad età sempre più bassa. Appena lo sfruttamento delle donne e dei bambini s’estende a una sfera di una certa entità, diventa a sua volta un mezzo per mettere in sovrannumero l’operaio agricolo maschio e per tenere basso il suo salario. [5]

E’ dunque lampante dall’esempio cinese come le “internships” tra mondo dell’istruzione e imprese abbiano essenzialmente la medesima funzione di contenimento dei “costi” adempiuta dall’esercito “esercito industriale di riserva”, le cui fila peraltro sono ingrossate dal sistema dell’alternanza stesso, nella misura in cui esso detta la sostituzione di lavoratori retribuiti con forza lavoro sotto-pagata e coatta (giocando dunque un effetto depressivo indiretto, oltre che diretto, sul valore della forza lavoro pagato dai padroni, come nel caso dello sfruttamento del lavoro minorile e femminile nel “british countryside” di due secoli fa.).

 

IN ITALIA E’ DIVERSO… MA E’ LA STESSA COSA

La crisi di sovraccumulazione degli ultimi anni ha colpito duramente la profittabilità del capitale italiano,  mentre nonostante tutti gli attacchi alla legislazione sul lavoro e alla contrattazione collettiva portati avanti negli ultimi anni approfittando dell’aumento dell’ “esercito industriale di riserva” (nonché della complicità delle burocrazie sindacali), la nostra borghesia stracciona non è ancora riuscita a riguadagnare il terreno perso negli ultimi decenni rispetto ai “competitors” più efficienti. Sull’onda del decreto Poletti, del Job Act, quindi dell’aumento del precariato e della ricattabilità dei lavoratori, di rinnovi dei CCNL sempre più al ribasso, aumenti dei ritmi, detassazioni degli straordinari etc. che hanno compresso il costo orario del lavoro… Il costo del lavoro per unità di prodotto [6] dell’Italia rispetto a quello della Germania è ancora più elevato del 20% rispetto al dato di 15 anni fa! E questo non certo perché i salari sono aumentati, ma a causa delle deficienze della struttura produttiva italiana caratterizzata da livelli tecnologici e di concentrazione del capitale relativamente bassi i quali si sono tradotti in un declino della produttività rispetto ai valori tedeschi che è stato del 20% in 18 anni [7].

Come titola emblematicamente un articolo comparso lo scorso anno sul sito del giornale di Confindustria (e dal quale abbiamo tratto i dati di cui sopra): “Se non riparte la produttività continueremo a tagliare i salari”; tradotto: l’offensiva contro le condizioni di vita delle masse non avrà mai fine. E’ infatti dubbio che i “nostri” capitalisti – a maggior ragione dopo aver bruciato centinaia di miliardi con la crisi esplosa ormai 10 anni fa, oltre a 1\4 della capacità produttiva – riusciranno ad effettuare investimenti in grado di accorciare il ritardo storico nei confronti della Germania [8]. In effetti, un’altra delle giustificazioni che è stata fornita per l’ “Alternanza” è quella che – spiegando il ritardo del capitalismo italiano con la pura e semplice scarsa qualificazione della forza lavoro sfornata dal sistema dell’istruzione – identifica nella misura in questione la via maestra per aumentare le competenze dei lavoratori e dunque la competitività delle “nostre” imprese.

Come scrive entusiasticamente l’agenzia di consulenza aziendale Ipsoa, introducendo un lungo elogio della Buona Scuola:

“In una realtà italiana come quella attuale in cui per le aziende è difficile essere competitive riducendo il costo del lavoro, il fattore su cui bisogna puntare è la formazione del capitale umano [evidenziato nostro]. Soltanto instaurando un dialogo tra sistema produttivo, sistema di istruzione, con i diversi attori del territorio (associazioni di rappresentanza, enti pubblici e privati), sarà possibile creare un circolo virtuoso, un sistema generatore di competenze che vada a colmare il gap esistente sul mercato del lavoro.”

Non si capisce però in che modo dovrebbe aumentare il livello di “capitale umano”, una misura che punta sull’affidamento della formazione a un apparato produttivo caratterizzato da bassi livelli di investimenti in ricerca e tecnologia (riflesso del nanismo dell’impresa media) come è quello italiano [10]. Significativo in questo solco il fatto che l’80% delle aziende coinvolte nei progetti di “Alternanza scuola-lavoro” siano imprese con meno di 50 dipendenti! [11] Paradigmatica, ancora, la rilevazione di uno studioso citato dal Sole24Ore il quale evidenzia come l’ “apprendistato scolastico” – piegando de facto la formazione alle esigenze di un sistema produttivo arretrato – vada nella direzione opposta a quella di aumentare il “know how” (come si dice in gergo) dei giovani lavoratori:

«È da verificare – scrive Massagli – che sia l’apprendistato scolastico così svolto e regolato il dispositivo pedagogico più efficace per affrontare la grande trasformazione in atto. Il mercato del lavoro, infatti, ha sempre più bisogno di collaboratori duttili e adattativi, capaci di affrontare con competenza situazioni estremamente diversificate; ogni strategie formativa orientata alle competenze specifiche e a mestieri delimitati rischia di essere velocemente obsoleta, oltre a fornire un pessimo servizio ai giovani che vi si affidano»[12].

Non si tratta di un marxista, ma del direttore di un centro studi – l’Adapt – legato a Confindustria, ovvero un intellettuale organico della borghesia; perché allora la nostra classe dominante pur intuendo la verità continua ad inneggiare all’ “Alternanza” in ogni sede e circostanza? Molto semplice: perché sebbene sia chiaro – in barba alla propaganda – che essa difficilmente potrà risolvere il gap tecnologico dell’imperialismo italiano, regalare centinaia di milioni di ore a padroni e padroncini risponde alla necessità di migliorare la “competitività” riducendo il costo del lavoro. Insomma, se è vero che, diversamente dal caso cinese, in Italia c’è sovrabbondanza di braccia a buon mercato,  date le esigenze di valorizzazione del capitale della nostra borghesia stracciona, l’ “Alternanza Scuola Lavoro” assume lo stesso significato delle “Internships” a cui sono condannati gli studenti di Pechino, Shenzen etc. ed è da contestualizzare nel più complessivo attacco al lavoro rappresentato da Job Act, Decreto Poletti etc.

 

ALTERNANZA SCUOLA LAVORO: RIFORMA O ABOLIZIONE?

Gli elementi che abbiamo fin qui preso in considerazione non esauriscono la discussione sull’alternanza, le sue relazioni con l’impianto complessivo della Buona Scuola, i processi di privatizzazione di lungo corso dell’istruzione, nonché le implicazioni ideologiche e in termini di selezione di classe associate alla misura. Tuttavia essi ci sembrano rilevanti per contribuire al dibattito rispetto a quale sia l’atteggiamento corretto che il movimento studentesco (e operaio) dovrebbero adottare nei confronti della misura in questione. Se infatti è vero che l’obiettivo di fondo che la anima è essenzialmente quello di regalare braccia ai padroni per rispondere alle esigenze di aumento dello sfruttamento dettate dalla crisi del capitalismo e alle sue specificità italiane, qualsiasi tentativo di interloquire con i governi per ottenere modifiche parziali, come ad esempio un salario o una “carta dei diritti” più avanzata di quella molto vaga approvata dal MIUR nel dicembre scorso, è destinato ad aprire le porte a compromessi al ribasso. Questo anche nella misura in cui – e lo mostra in maniera plastica ancora l’esempio cinese – l’efficacia della regolamentazione è da collegare indissolubilmente con quella dell’obbligatorietà del lavoro erogato dagli studenti alle imprese.

Come emerge da un articolo recentemente pubblicato su Sixth Tone (giornale online cinese) è appunto sfruttando il fatto che il rifiuto di partecipare alle “internships” equivale alla bocciatura o al non ottenimento della laurea – e spesso corrompendo gli insegnanti, o direttamente le istituzioni scolastiche e accademiche a cui spetta la decisione in proposito – che i capitalisti cinesi riescono ad aggirare la legislazione vigente sugli orari, i salari degli studenti etc.! Ecco alcuni estratti significativi del reportage:

“ ‘Sono le 21.52 e siamo appena usciti dal lavoro’ dice uno studente dell’ultimo anno dell’università [di Liaocheng] in un video pubblicato mercoledì dalla rivista The Paper. ‘i nostri insegnanti ci hanno venduto a questo posto come lavoro stagionale”. In un altro video pubblicato martedì, uno studente dice: “la chiamano ‘internship’, ma in realtà è una partnership tra l’università e l’impresa a corto di forza lavoro per il picco delle vendite del capodanno cinese. Li aiutiamo a mantenere la produzione’[…] Nello stesso periodo, l’hashtag ‘no internship, no laurea’ ottiene 27 milioni di condivisioni su Weibo [n.d.a. il Facebook cinese]. Molti studenti nei commenti parlano di esperienze [di sfruttamento] simili […] In risposta a casi di sfruttamento degli studenti il ministero dell’educazione ha emanato una nuova regolamentazione [delle internships], dichiarando che le scuole e le imprese devono proteggere i diritti degli studenti […] Tuttavia un resoconto pubblicato dal quotidiano del Partito Comunista Cinese – il Giornale del Popolo giovedì mostra come il problema sia rimasto pervasivo nonostante ripetute regolamentazioni restrittive e sia diffuso sia tra le scuole tecniche e professionali e le università”

A questo punto si potrebbe obiettare che la Cina è un paese autoritario non particolarmente noto per il rispetto dei diritti umani, dei lavoratori etc., ma bisogna tenere conto che in Italia il problema della ricattabilità degli studenti è aggravato dai dati impressionanti sulla disoccupazione giovanile: (“vuoi che ti assuma dopo il diploma? allora zitto e non lamentarti!”). Si evidenzia inoltre negli ultimi anni un aumento crescente dell’autoritarismo all’interno delle stesse scuole italiane [13], sancito – guarda caso – dalle misure della Buona Scuola che aumentano le prerogative gestionali e disciplinari dei presidi sul corpo insegnante (e dunque studentesco); dirigenti scolastici che peraltro sono coloro i quali hanno essenzialmente l’unica voce in capitolo nella progettazione dei programmi di “Alternanza” con le imprese.

Affinché non si ripetano più situazioni insopportabili, come gli infortuni di uno studente a La Spezia nell’ottobre scorso (seguito da quello di un collega a Ravenna in dicembre), o il caso delle ragazze molestate dall’imprenditore – ma anche tanti altri episodi di sfruttamento dei quali non si ha notizia – l’ “Alternanza scuola-lavoro” va dunque respinta in blocco. La battaglia per concretizzare una rivendicazione del genere, tuttavia, potrà essere vinta solo connettendo la questione con l’attacco al lavoro messo in campo negli ultimi anni dalla classe dominante – oltre che con il complesso della “Buona Scuola” che penalizza anche gli insegnanti – quindi solo comprendendo la necessità di collegare il movimento studentesco con la classe operaia.

Il confronto tra le lotte inaugurate dal 68 e tutte le mobilitazioni della scuola e dell’università di una certa importanza – ma incapaci di legarsi in maniera organica ai lavoratori – degli anni 90-2000 (la Pantera e l’Onda) ci insegnano che gli studenti da soli non possono ottenere nessuna conquista significativa. Inoltre, avendo ben chiaro il nesso tra l’alternanza, il Job Act, ma anche i tagli al welfare e allo stesso sistema dell’istruzione, le privatizzazioni etc. (altri modi sui quali non ci possiamo qui soffermare attraverso i quali il capitale si riappropria di quote di plusvalore riconquistate negli anni dai lavoratori), si potrà fare della lotta contro l’ “Alternanza” e la “Buona Scuola” un primo tassello per il coagulo di un processo di radicalizzazione degli sfruttati contro il capitale e dunque per la trasformazione di un sistema economico, sociale e politico che si dimostra ogni giorno che passa sempre più insostenibile. Un approccio corretto alla questione deve pertanto essere patrimonio non solo dei giovani, ma anche delle organizzazioni del movimento operaio che si oppongono all’attacco al lavoro degli ultimi anni; un atteggiamento che però ancora latita tra le burocrazie del principale sindacato italiano, la Cgil, che invece di essere conseguente nella lotta contro il lavoro gratuito degli studenti ha in vari casi deciso di legittimarlo utilizzando ragazzi coinvolti nell’alternanza nelle proprie strutture impiegatizie!

 

Note

[1] Si veda: S. Caruso, Capitale e Burocrazia in Italia, Bertani, Verona, 1974

[2] China Labour Bulletin, “The Mass Production of Labour- The Exploitation of Students in China’s Vocational School System”. Disponibile a: http://www.clb.org.hk/sites/default/files/archive/en/share/File/general/vocational_school_system.pdf

[3] Ibid.

[4] Si veda K. Marx, “La Legge Generale dell’accumulazione Capitalistica”, Il Capitale – Libro I Cap. 23, Editori Riuniti, Roma, 1972.

[5] Ibid., p. 150

[6] in pillole: quanto incidono salari, contributi pensionistici e previdenziali etc. su ogni euro intascato dai padroni, un dato che è strettamente legato non solo al “costo orario del lavoro”, ma anche alla produttività (tecnicamente è il repporto tra il costo orario del lavoro e la produttività). Occhio insomma quando i padroni e i loro sgherri denunciano in tv che il costo del lavoro continua a crescere.

[7] F. De Novellis, “Se non Riparte la Produttività Continueremo a Tagliare i Salari”, Econopoly – Il Sole24Ore, 24\07\2017, Disponibile a: http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2017/07/24/se-non-riparte-la-produttivita-continueremo-a-tagliare-i-salari/

[8] Peraltro, ancora con Marx, se è vero che c’è un nesso tra il “rivoluzionamento dei metodi produttivi”, quindi l’ “attrazione e la repulsione degli operai nel sistema di fabbrica”, e l’aumento delle fila dell’esercito industriale di riserva è altrettanto discutibile l’assunto secondo cui un ammodernamento della struttura industriale – del quale oggi si parla nei termini dell’ “industria 4.0” – sia associato a un aumento dei salari, delle condizion di lavoro etc. Non possiamo qui approfondire la questione, ma rispetto al luogo comune secondo cui la tecnologia ha un effetto essenzialmente neutro sulla disoccupazione e sui salari comportando l’automatico assorbimento dei lavoratori espulsi dai cicli produttivi “rivoluzionati” nelle branche industriali aperte dall’innovazione, ecco cosa scrive il Barbone di Treviri: “tutta una serie di economisti borghesi, come James Mill, ecc., afferma che tutte le macchine che soppiantano degli operai liberano sempre, contemporaneamente e necessariamente un capitale adeguato a occupare gli stessi identici operai. Si supponga che un capitalista impieghi cento operai, p. es.. in una manifattura di carte da parati a trenta lire l’anno per uomo. Dunque il capitale variabile che egli sborsa ammonta a tremila sterline […] si supponga ora che licenzi cinquanta operai e faccia lavorare i cinquanta che restano con un macchinario che gli costi millecinquecento lire sterline […] si supponga ancora che la materia prima consumata ogni anno costi come prima tremila sterline” anche assumendo che il macchinario costi di meno della forza lavoro soppiantata – spiega sempre Marx – il risparmio non sarà sufficiente ceteris paribus ad assumere un numero di lavoratori uguale a quelli espulsi. D’altro canto: “anche supposto che la fabbricazione del nuovo macchinario occupi un certo numero di meccanici, questo fatto dovrebbe comportare una compensazione? Nel migliore dei casi la costruzione delle macchine occupa meno lavoratori di quanti ne scacci”. K. Marx, “Macchine e Grande Industria”, Il Capitale – Libro I, Cap 13, p. 146.

[9] a scanso di equivoci; dicendo questo si rileva, appunto, il nanismo dell’impresa media italiana e non si sostiene che, come propagandano 5 Stelle etc., siano le piccole imprese a far girare l’economia. Si veda: https://www.lavocedellelotte.it/it/2017/07/28/i-grandi-gruppi-industriali-italiani-non-troppo-grandi/

[10]. A. Maselli, “Monitoraggio delle Esperienze di Alternanza Scuola Lavoro”, Fondazione Giuseppe di Vittorio, Ottobre 2016. Disponibile a: https://www.orizzontescuola.it/wp-content/uploads/2016/10/presentazione_ASL_181016_1.pdf

[11] la citazione è tratta da E. Massagli, Alternanza formativa e apprendistato in Italia e in Europa, Studium, Roma, 2016. Per la recensione sul Sole24Ore: http://www.edizionistudium.it/sites/default/files/massagli_il_sole_24_ore_14.02.2017.pdf

[12] si veda ad esempio l’accanimento mediatico e politico degli studenti del Liceo Virgilio di Roma, accusati di essere mafiosi, fascisti, drogati e ci più ne ha più ne metta… Solo per aver occupato la scuola dopo il crollo di una parte del tetto!

 

Django Renato

 

 

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