[#2]Dibattito sulla lingua: quando un’intera comunità è inebriata dal riformismo

Continuo il dibattito volutamente iniziato con lo scorso articolo, in cui ho sottolineato la devianza, tattica e strategica, di un intero movimento che vuole basarsi sull’attacco alle sovrastrutture culturali di questa società, tra cui quella linguistica, per portare all’emancipazione sostanziale interi frammenti della società stessa. Oltre il poter rimarcare quanto il patriarcato sia, più che una mera sovrastruttura (culturale, religiosa o linguistica!), una struttura sociale alla base dell’intera società capitalistica, voglio, in questo articolo, assecondare la devianza, porla in contraddizione e trarne un superamento che tenga pienamente conto di questi enormi errori.

Inizio con il soffermarmi proprio su questi nuovi “professori dell’emancipazione linguistica” che, probabilmente, hanno volontariamente tralasciato  il significato di certi termini che tendono ad utilizzare, banalizzandoli e provando a distorcerli: le parole hanno dei loro specifici significati, ed in questo caso il loro significato cela delle posizioni ben più aspre e reazionarie delle tematiche che si vuole affrontare.
 
Non nego che solitamente sono piacevolmente preso dal dover rammendare a qualche mio interlocutore il significato terminologico di questo o quel termine, ma questa volta lo faccio con una volontà ben diversa: voglio svelare come dietro le belle parole si celano le posizioni più disparate.

Il famigerato “Piano” di NonUnaDiMeno

Dapprima della premessa e dell’introduzione, questo “piano” si fa’ complesso, non tanto da capire od interpretare, ma quanto di difficile digestione: ho tentato ogni modo per buttar giù le prime pagine ed ho dovuto immaginarle proprio come la rappresentazione che loro danno della “violenza sistemica”, che tocca ogni ambito della vita. Ebbene, questo piano, analiticamente, è sistematicamente violento contro chi non si definisce “frocia tranfemminista” o semplicemente contro chi si identifica come “uomo/donna cis-gender”, o come cavallo, se preferite, non per banalizzare ma per rendere meglio il concetto del disprezzo verso chi non si identifica come voi: tolleriamo ancora le diversità?

Parto dal presupposto che reputo persino il titolo errato. All’urlo di “Abbiamo un piano!” ci si aspetterebbe un piano tattico di intervento in quella che sarebbe la parte della società che si vuole conquistare alle proprie posizioni!  Ebbene, queste “Professoresse dell’emancipazione linguistica” non hanno fatto altro che redigere un opuscolo in cui si tenta di analizzare la società, partendo da un presupposto -quello sì, ideologico! Ndr- che le persone di sesso maschile siano la discriminante della loro oppressione sociale.
Sull’opuscolo, infatti, oltre a notare una pessima impostazione sulle identità di genere – cosa diversa dal sesso biologico e dall’orientamento sessuale, NdR– si possono notare termini come “violenza maschile” (posto in copertina, nel contesto di “Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e violenza di genere”) oltre che svariati termini che pretendono di modificare il linguaggio col fine di determinare una modifica sostanziale della società.

Ed ecco che, giunti già a questo punto, qualche persona che abbia letto quel piano inizierà a pensare che quel termine “maschile” è inteso come “maschile linguistico”. Beh! Seguitemi col ragionamento …

Se si parla di “violenza maschile” e la si vuole intendere come “violenza dei termini maschili della lingua italiana”, si potrebbe, onde evitare questo spiacevole inconveniente e l’ovvia accusa che vi sto esplicitando – Siete misandre! NdR–, utilizzare “violenza del maschile”. Ma no!
Meglio esprimere quanta bassezza possa celarsi nel vostro atto “femminista”: le donne, tout court, di ogni estrazione sociale, devono odiare gli uomini, di ogni estrazione sociale, in quanto animali violenti.
Un ragionamento, questo, che per quanto possa partire da un dato biologico (la mera distinzione biologica tra i sessi), quindi reale, devia a livello sociale il suo scopo!
Il problema sta nella struttura sociale, non in un mero dato biologico!

Vorrei, arrivati a questo punto, capire se veramente si pensa che il patriarcato sia un crimine ed un castigo di chi è nato di sesso maschile contro chi è nata di sesso femminile.

A mio avviso, chiarire le posizioni, impiegando anche più pagine di un opuscolo, dove si è ben pensato di descrivere la violenza sistemica con uno scarabocchio di mezza pagina, rappresenta un buon punto d’inizio su quello che si intende costruire, se lo si vuol fare.
Nello scorso articolo ho provato a fare un parallelismo tra questi voli pindarici e la vita di chi da donna doppiamente sfruttata non se lo pone proprio questo problema “idealistico” del linguaggio, ma ora, provando ad addentrarmi, per quanto possa avere le gonadi maschili, negli ambienti che circondano quelle donne appartenenti all’umanità sfruttata ed oppressa, ho potuto notare un dato che mi ha rincuorato: le vostre posizioni elitarie, chiuse, reazionarie e tendenti alla lotta tra poveri e povere, loro, queste donne povere che provate ad “emancipare” attraverso il “linguaggio emancipante”, semplicemente non sono con voi. Delle tante riunioni, dei tanti tavoli – compreso il famigerato tavolo “Non-lavoro e welfare”, NdR –, delle tante posizioni e delle tante critiche, compresa questa, ad una donna lavoratrice, casalinga e povera, non interessa affatto.  Le necessità sono quelle che interessano.
Si vive di pane, non di “non-lavoro”.

Sia ben chiaro, la mia critica non afferma che voi siate delle cattive persone, eh! Provo, nel mio piccolo, ad inoltrare degli input che facciano attivare una serie di riflessioni sulla natura di un movimento che si vuol costruire e di una deriva idealistica che si sta subendo.

La critica al linguaggio vuole essere l’avamposto della battaglia ma è, in realtà, la torre luccicante del campo avversario: una mera illusione borghese nel campo di un movimento che vorrebbe identificarsi come antipatriarcale!

Alla prossima parte di questo dibattito,


ArPharazôn

 

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