Noi non siamo piccolo borghesi, siamo proletari

Riceviamo e pubblichiamo una corrispondenza di una giovane lavoratrice di un esercizio commerciale, sulla spesso mancata coscienza da parte dei lavoratori di appartenere ad una classe sociale e non ad un’altra.

Da dipendente di un esercizio commerciale ultimamente ho cominciato a notare in maniera evidente i comportamenti contraddittori dei miei colleghi, e a volte, devo ammettere con dispiacere anche miei. Sembra infatti inevitabile cadere nella trappola mentale che il sistema capitalistico ci mette tra i piedi ogni giorno, a volte con cognizione di causa a volte senza accorgersi dell’errore si cade nella tentazione di credersi dei piccoli borghesi e in qualche modo si dà ragione al capetto di turno o al titolare stesso, su cose che sempre e comunque remano a nostro sfavore. Osservando questi atteggiamenti e a volte, ripeto, cadendo in trappola io stessa (che a tutto aspiro tranne questo) mi sono chiesta “perché?”, e ho provato a darmi delle risposte. Io credo che ad oggi per quello che vivo io sul mio posto di lavoro non ci sia bisogno di doti lavorative particolari per andare avanti ma piuttosto ci sia un tacito accordo tra lavoratore e datore, il lavoratore non deve creare problemi a prescindere se abbia torto o ragione deve comunque tacere ogni suo diritto e accettare ogni tipo di richiesta: cambio turni improvvisi, notturni non pagati, festivi a monte ore, ore in più settimanali, riposi non concessi durante il periodo di natale, tutto questo dovrebbe portare ad una ribellione del lavoratore ed invece provoca l’effetto contrario, il lavoratore (la stragrande maggioranza di essi) cerca in ogni modo di assecondare queste richieste, sperando in futuro di ottenere favori di riconoscenza da parte dell’azienda, che ovviamente non concederà mai quanto ha concesso il lavoratore, in alcuni casi darà in cambio il minimo facendolo passare per qualcosa di straordinario, e in altri casi un bel niente!

Tutto ciò provoca una rottura tra i lavoratori, chi vorrebbe non concedere, si sente in obbligo di farlo per non vedersi addiatato come “quello che non ha voglia di lavorare”, e il padrone non vede l’ora che si crei questa situazione, che lo mette al riparo da eventuali lotte e conquiste dei lavoratori.

E’ una situazione molto triste questa, i dipendenti sono soli l’uno contro l’altro, nella speranza di ricevere un pezzettino di torta dell’avido padrone che non gliene darà mai, ma li terrà divisi solo con il profumo del dolce. Siamo in scacco!

Eppure basterebbe cosi’ poco, basterebbe unirci e capire che siamo parte della stessa storia, senza esclusioni o privilegi. L’unico privilegio che ci possiamo permettere è quello di lottare uniti, non esiste altro modo per riscattarsi, dobbiamo ricordarlo costantemente. Dobbiamo avere più coraggio, come quello dei nostri fratelli che attraversano il mare su un gommone, e quando arrivano in Italia non si fanno certo spaventare dal primo capetto di turno, ci sarebbe molto da imparare. Come prima cosa dobbiamo smetterla di atteggiarci a ciò che non siamo, noi non siamo dei piccoli borghesi, noi siamo lavoratori, facciamo parte della classe operaia quella che fà girare il mondo intero, dobbiamo esserne fieri e coscienti! Dobbiamo sostenerci a vicenda nei posti di lavoro, lottare fianco a fianco per ottenere tutto ciò che è di vitale importanza per noi, il nostro tempo libero, i nostri soldi, la nostra salute fisica e mentale, la nostra dignità di uomini e donne che sostengono il mondo intero con il loro lavoro, non ha prezzo e non va venduta a nessuno.

Scrivo questo perché spero possa far riflettere ogni lavoratore, magari in un momento della giornata in cui si è stanchi e sfiduciati e si cede alla tentazione di fare il gioco facile, quello del padrone. E lo scrivo anche per me stessa, per non dimenticare mai chi sono e cosa sarò per sempre, una proletaria in lotta.

Di Matilda

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