#4marzo: nell’Italia di Salvini e Di Maio

I tre grandi poli e il quadro di fondo

Le elezioni politiche italiane del 4 marzo hanno portato un brusco risveglio per i partigiani dell’assetto, dell’equilibrio politico che aveva caratterizzato la Repubblica dai tempi di Tangentopoli, con una spartizione sostanziale dei poteri e degli incarichi fra gli schieramenti di centrodestra e centrosinistra, dominati da Berlusconi con la sua Forza Italia, e dall’evoluzione delle vecchie correnti maggioritarie della “sinistra” ampiamente intesa – cioè, da un decennio, il PD. Le elezioni di cinque anni fa avevano preparato il terreno a una situazione invece tendente al tripolarismo, con l’aumento della volatilità del voto e l’ascesa del Movimento Cinque Stelle: una situazione che ha favorito la convergenza del vecchio centrosinistra, sempre più totale e rivendicata anche formalmente (avendola praticata già in passato “discretamente” nella sostanza), su un terreno ideologico e programmatico conservatore-reazionario, pesantemente influenzato dalle ondate ideologiche nazionaliste, poliziesco-securitarie, filofasciste (con atteggiamenti molto spesso, di fatto, indifferenti o compiacenti con il rafforzamento della destra reazionaria in generale e dei gruppi fascisti in particolare). Un’evoluzione, nel campo dei grandi partiti della classe dominante, sospinta, dettata dai profondi effetti della crisi seguita al crack finanziario del 2007-8, che nel nostro paese ha significato una disoccupazione di massa solo molto parzialmente riassorbita, una precarizzazione generalizzata del lavoro dipendente insieme a forme di lavoro semi-schiavile e/o gratuito, una maggiore militarizzazione della vita civile, il taglio dello Stato sociale nonostante la continuazione dell’aumento del debito pubblico, una diminuzione sensibile della capacità produttiva industriale del paese (nonostante l’Italia rimanga la terza economia e la seconda manifattura d’Europa, con una posizione non proprio debolissima in campo commerciale, militare, politico nel quadro della competizione mondiale tra potenze imperialistiche), un processo di crisi e centralizzazione del capitale particolarmente evidente nel sistema bancario. Il tutto, senza cambiamenti di rotta notevoli nonostante i cambi di governo (Letta, Renzi, Gentiloni: tutti a egemonia PD, partito che aveva pur sempre vinto le elezioni alla camera del Senato), in un quadro di applicazione delle politiche dell’Unione Europea, se pure con sofferenze e con un tentativo, rivendicato da Renzi e continuato con diverse sfumature da Gentiloni, di uscita dalla situazione di debolezza e marginalità in cui si sono trovati il capitalismo italiano e i suoi partiti rispetto alla centralità del blocco tedesco/centro-europeo e alla politica aggressiva della Francia di Macron. Una situazione che si inscrive nell’epoca della crisi degli USA come potenza imperialista egemone a livello globale, dell’accumularsi di conflitti sociali esplosivi e di vere e proprie guerre in svariati paesi, dell’emergenza della Cina come attore in ascesa sulla scena della grande economia e della grande politica internazionale.

La vittoria degli “antisistema”

In questo quadro di incertezza politica complessiva delle classi dominanti, il trionfo elettorale del Movimento Cinque Stelle (oltre 32%) e, come primo partito della coalizione vincente del centrodestra, della Lega (ormai non più “Nord” ma nazionalista – oltre il 17%) ha generato una certa preoccupazione nella grande stampa dell’aristocrazia finanziaria internazionale, amareggiata per la grande avanzata dei “populisti” e per la mancata chiara vittoria in entrambe le Camere da parte di una singola coalizione – una situazione di scarsa “governabilità”, cioè di dubbio sulle reali capacità dei partiti borghesi italiani di garantire il pagamento del debito pubblico e la continuazione delle politiche tutte filopadronali e antioperaie, specie se si considera che i pilastri del vecchio assetto politico nazionale, Forza Italia e PD, escono con le ossa rotta da questa tornata elettorale, rispettivamente con il 13,9-14,3% (perdendo anche molti voti delle liste sussidiarie, specie al Sud, presenti nel 2013) e il 19-19,4% (circa 14 punti percentuali persi in dieci anni!). Un voto, quello che ha premiato Lega e M5S, che preoccupa appunto in quanto segnale di un rigetto di massa della precedente serie di governi che si sono succeduti nella scorsa legislatura, e dunque di molte leggi eclatanti da essi prodotte e contro le quali i due soggetti populisti di destra hanno dato battaglia, fosse anche solo a parole e solo in parte: Jobs Act e Legge Fornero in primis – leggi che, non a caso, colpivano non tanto il popolo in quanto tale, ma la classe lavoratrice, sia nei suoi settori più anziani e relativamente più tutelati, sia in quelli già più deboli – giovanili, femminili, immigrati.

Un voto, in questo senso, “antisistema” che però è stato egemonizzato e capitalizzato da due forze del tutto istituzionalizzate, per nulla di protesta, per nulla espressione diretta dei lavoratori o delle masse popolari, ma fortemente collegate e alimentate dai folti ranghi dei ceti medi e della piccola borghesia in crisi, e volenterose di confermarsi a livello nazionale (Lega) o di consolidarsi (M5S) come soggetti credibili per il governo dello Stato al servizio e in nome di capitalisti e industriali, di modo che in Italia sempre più sia possibile “fare impresa”, cioè sfruttare i salariati e tutte le risorse del paese senza troppi problemi e senza tante tasse e regolamenti. In questo senso, visti i precedenti di comprovata fede (aldilà delle retoriche elettorali e delle sparate occasionali dei vari capi) nel mercato e nel diritto al profitto e alla grande proprietà privata, la stessa borghesia italiana ha confermato di non essere più di tanto in allarme per la possibilità di un’intera fase a egemonia reazionaria Lega-M5S, e quindi a un loro governo congiunto.

L’ascesa elettorale di Lega e M5S, in definitiva, non risolve la crisi organica di governabilità del paese da parte della borghesia, ma riesce perlomeno a incanalare gran parte del malcontento e dell’opposizione alle politiche di austerità e di attacco alle condizioni di vita degli sfruttati sul binario morto del populismo, del nazionalismo, dell’alleanza tra lavoratori e imprenditori medio-piccoli, del razzismo legato alla repressione degli immigrati, della sacralità delle forze dell’ordine, della disponibilità alla partecipazione a politiche di saccheggio e aggressione militare all’estero. Un cocktail politico che ha garantito uno spazio politico modesto ma non del tutto insignificante ai partiti fascisti, nonostante il peso mediatico molto maggiore di Lega e M5S (e non solo!) investito nella copertura di parecchi loro punti programmatici, divisi tra due liste regolarmente presenti alle elezioni della Repubblica Italiana dotata della Costituzione antifascista “più bella del mondo” (Casapound 0,9%, Forza Nuova-Fiamma Tricolore 0,3%).

La disfatta delle sinistre borghesi e subalterne

Le elezioni del 4 marzo ci consegnano un altro importante dato di fondo: quello del tracollo sia della sinistra esplicitamente al servizio del grande capitale, il PD, sia delle sinistre che a vario titolo rivendicano la rappresentazione della grande massa che va dagli strati sociali più miseri fino agli imprenditori supposti progressisti e illuminati.

Il PD ha visto crollare la propria base elettorale persino nelle regioni dove storicamente aveva più presa, arrivando a perdere la maggioranza nel suo fiore all’occhiello, l’Emilia-Romagna, e mantenendola a fatica in Toscana e, con l’aiuto degli autonomisti sudtirolesi della SVP, in Trentino-Alto Adige. Un tonfo peggiorato dal sistema in parte maggioritario del Rosatellum che ha portato alle dimissioni di Matteo Renzi come segretario nazionale del partito, aprendo una fase presumibilmente non brevissima di forte crisi del partito.

La gran parte delle liste a sinistra del PD dovuto presentarsi sotto un unico nome a seguito del coronamento dell’accordo politico che l’assemblea del teatro Brancaccio aveva lanciato; il fatto che l’accordo sia stato trovato e ritenuto sufficiente da parte dei vecchi capi delle ali borghesi e piccoloborghesi (Possibile di Civati, Articolo Uno di D’Alema e Bersani, Sinistra Italiana di Fratoianni) di questa mancata gran coalizione di sinistra ha generato una situazione molto più liquida e caotica di riassemblamento elettorale: ne sono uscite Liberi e Uguali (LeU) e Potere al Popolo (PaP), le quali hanno appunto raccolto, su basi programmatiche neanche troppo lontane, la quasi totalità delle sigle storiche di sinistra un minimo significative, così come (nel caso di Pap) una serie di realtà politico-sociali “dal basso”, centri sociali in primis. Operazioni che però non hanno premiato: nel caso di LeU, l’aspettativa di un risultato vicino al 10% è stata ricompensata con un risultato appena superiore alla soglia del 3% necessaria per entrare in Parlamento; nel caso di PaP, la bolla mediatica autoalimentata dai vari gruppi dirigenti federati nella lista si è scontrata con un misero 1,1% – a fronte di un 2% abbondante cinque anni fa con “Rivoluzione Civile” di Ingroia, e di un 3% nel 2008 con “Sinistra Arcobaleno” (tutte liste che coalizzavano pressoché gli stessi soggetti, o comunque gran parte di essi) – il tutto seguito da un’improbabile festeggiamento del “successo” da parte della portavoce Viola Carofalo e dell’ex OPG di Napoli. La risposta dell’appello al voto – rispettivamente della grande burocrazia “socialdemocratica” della CGIL, e di settori dirigenti minori di CGIL così come di diverse direzioni del sindacalismo di base – non ha trovato un forte riscontro nelle basi operaie e popolari che le due liste pensavano di avere in mano; basi che, come mostreremo in un altro articolo di analisi, hanno invece risposto molto più entusiasticamente all’appello di Lega e M5S – specie al Sud e in generale nelle regioni più povere, dove la crisi dei vecchi apparati politici locali e il miraggio di un reddito di cittadinanza per tutti hanno permesso sfondamenti inaspettati, in particolare con veri e propri “cappotti” del M5S al Sud. Escono dunque indeboliti i due grandi progetti riformisti che erano in cantiere a livello nazionale: una sinistra social-liberale “responsabile” e disposta da subito a governare col PD a tutti i livelli a partire da una certa posizione di forza (LeU), e una sinistra “popolare” e plurale ispirata un po’ alla vecchia Syriza un po’ a Podemos – “radicale” ma non così tanto da porsi sul terreno dell’opposizione sistematica, anticapitalistica al sistema politico e alla società borghesi in quanto tali, pur mantenendo richiami (ormai perlopiù feticisti e confusissimi, ci viene da dire) alla tradizione nazionale “comunista”, cioè al riformismo della “democrazia progressiva” del PCI di Togliatti e al “compromesso storico” (cioè dell’imbastardimento ricercato e sistematico con la dottrina sociale della Chiesa e le forze sociali e politiche cristiane) di quello di Berlinguer. Un progetto, quello di PaP, ancora in forte discussione e dagli esiti incerti: l’assemblea convocata per il 18 marzo prossimo sarà sicuramente un’occasione di chiarimento delle prospettive delle aree riformiste (dentro e fuori Rifondazione e le altre forze partitiche) e della loro dialettica con il progetto “sovranista di sinistra” di Eurostop (il quale ha dimostrato di non avere per ora una grande presa nemmeno sui settori che direttamente dirige tramite il sindacato USB).

A sinistra di questi due tronconi del riformismo politico, non bene sono andate anche le due liste “operaie” che si richiamavano esplicitamente (su assi non certo identici) al superamento del capitalismo e al comunismo: il Partito Comunista (PC) di Marco Rizzo (circa 0,3% su base nazionale, prima presenza diffusa a livello nazionale del partito e dove si puntava già a un 1% e oltre) e “Per una Sinistra Rivoluzionaria” (SR), cartello che riuniva il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) e la giovane (come gruppo indipendente) Sinistra Classe Rivoluzione (SCR), e che si è fermato sotto lo 0,1%, a fronte di uno 0,6% del solo PCL nel 2008. Entrambe le liste hanno sofferto del rialzo del numero di firme richieste per presentarsi collegio per collegio in tutto il paese, mancando entrambe la presentazione in quasi metà del paese e con un voto piuttosto disperso, senza bastioni dove esso fosse particolarmente concentrato. Rizzo, pur non potendo contare su un partito militante numeroso e radicato a livello nazionalizzato, ha senz’altro capitalizzato il fatto d’essere l’unica lista con un simbolo molto simile a quello del vecchio PCI e di avere impostato una campagna mediatica mirata esplicitamente a raccogliere il voto feticista e nostalgico di vecchi e nuovi aficionados del PCI, potendo contare su un’esposizione mediatica del leader (Rizzo ha fatto parte in passato di governi di centrosinistra ed è stato europarlamentare) in ogni caso fitta e prolungata nel tempo, aldilà delle campagne elettorali. Pur essendo del tutto indebolita, dunque, la tradizione dello stalinismo italiano come pratica militante, la presenza di un partito “comunista” stalinista duro e puro mostra di poter ancora ritagliarsi un piccolo spazio elettorale-mediatico in grado di poter capitalizzare ulteriormente la debolezza dei soggetti immediatamente alla sua destra come alla sua sinistra, senza porsi concretamente un progetto di radicamento e egemonia rivoluzionaria tra i ranghi della classe lavoratrice ma, anzi, giocando molto su sentimenti di rivalsa nazionale anti-UE sui quali raccogliere consensi in maniera a dir poco confusa e politicamente ambigua.

A sinistra di Rizzo, SR presentava l’unico programma che si basava sulla centralità della classe lavoratrice come soggetto politico, e su una prospettiva di rottura rivoluzionaria dell’economia e della politica borghese, rivendicando il governo dei lavoratori sulla società, seppure con una certa confusione e dispersione del programma, frutto dei compromessi tra due forze che mantengono differenze politico-strategiche anche importanti, e di un’impostazione spesso astratta e ultra-propagandistica, poco adatta a intercettare settori larghi operai e popolari a partire dai loro propri livelli di coscienza sociale. Il risultato pessimo della lista (anche per gli standard passati dei soggetti che la animavano) è stato un riflesso di questa articolazione debole di un programma comunista basato su rivendicazioni transitorie, così come dei numeri molto deboli a disposizione dei due gruppi, generando una campagna elettorale molto debole e poco d’impatto sul piano politico, praticamente priva di momenti assembleari larghi e effettivamente coinvolgenti perlomeno ambienti d’avanguardia di classe prima e durante la campagna elettorale. Una lista che è nata d’altronde dal travaglio difficile e molto contraddittorio di un iniziale invito (non lanciato tramite una campagna pubblica, ma riservato ai gruppi dirigenti politici della sinistra più o meno operaia) di SCR al fine di creare una lista “di classe” attorno a linee guida genericamente anticapitaliste: un invito che quasi non trovò seguito (si sperava, appunto, in un “grande Brancaccio” che arrivasse al 10% e permettesse un rinnovo importante delle pastoie statali per le sinistre riformiste) e che si è riconfigurato come un tentativo di sopravvivenza sul piano della riconoscibilità pubblica (PCL) e di lancio “audace” di un gruppo nuovo e semisconosciuto (SCR). Che dietro all’unica lista ci fossero due progetti e due strategie differenti è diventato evidente già poche ore dopo la chiusura dei seggi, all’uscita di due comunicati di commento dell’elezione, senza nessuna dichiarazione congiunta e su basi politiche diverse. La comune parola d’ordine “per una sinistra rivoluzionaria” poteva far pensare all’apertura, parallelamente a PaP, di un progetto costituente a sinistra su basi anticapitaliste e internazionaliste, contro riformismo e sovranismo, ma l’immediata rottura dell’unità formale della lista ha dimostrato il contrario un po’ su tutti i livelli: diversi giudizi sul risultato in sé e sui successi della campagna, diverse prospettive post-elezioni – ritorno al sempiterno “costruire il PCL” contrapposto a “per una sinistra di massa” che, detto così, pare un auspicio e un augurio alla formazione di una realtà larga a sinistra più o meno “alla Podemos” che non sia necessariamente un nuovo partito politico operaio vero e proprio. L’esito numerico complessivo e l’assenza di bastioni operai dove si concentrasse il voto di SR, ci pare, hanno confermato la nostra analisi sulle premesse debolissime sulle quali nasceva SR. Una situazione di debolezza e mancanza di strategia, di prospettiva concreta che, come testimonia lo stesso risultato di PaP e PC, affligge tutta la sinistra operaia (come quella piccoloborghese) e pone ora al centro l’urgente necessità di una riflessione sul che fare, come e perché farlo per uscire da questa crisi e da questo sbandamento che continuano sin dal dopo-governo Prodi.

Come superare la crisi e la sconfitta? Fronte anticapitalista!

Smettere di andare al traino del treno (o trenino, oggi) dell’unità della sinistra (cioè degli sfruttati con gli “sfruttatori buoni”) e costruire l’indipendenza politica degli sfruttati, non su un progetto di impossibile riforma di questa società, ma per cambiarla in modo rivoluzionario. Questa è l’unica prospettiva che può farci uscire dal pantano della crisi della sinistra italiana, e il corteo del 24 febbraio a Roma “contro sfruttamento, repressione, razzismo” ha senz’altro fatto un passo in questa direzione, mostrando che fuori dal riformismo e dalla compatibilità col sistema c’è vita, possiamo crescere e sfidare a testa alta i padroni e i loro partiti.

A partire da questa premessa, rilanciamo la nostra parola d’ordine per un fronte anticapitalista che aggreghi e polarizzi attorno a pochi e chiari punti programmatici un’unità d’azione politica di tutti coloro, organizzazioni e singoli estranei o delusi dai progetti riformisti che sono in campo: per partire dai grandi problemi concreti degli sfruttati, dagli attacchi che ora la classe lavoratrice deve affrontare, dalla situazione di diffusione potenziata di idee reazionarie tra le file della nostra classe, al fine di unire e rafforzare le lotte limitate, le lotte azienda per azienda, territorio per territorio, limitate alla sola sfera economica, in un’unica lotta politica per ribaltare questo sistema, che riformabile da cima a fondo a favore nostro non è, e per imporre un potere politico ed economico che sia il nostro, della grande maggioranza, e non il loro, di una piccola élite di parassiti capitalisti.

Questa è la sfida (non certo quella basata su Costituzione e interclassismo) che lanciamo a tutta la sinistra operaia, ai settori politici e di movimento che si pongono in antagonismo con lo Stato borghese, ai lavoratori, ai giovani, agli immigrati, alle donne che non vogliono più delegare la loro lotta politica a burocrazie sindacali e politiche compromesse coi capitalisti, e che condividono la necessità di un dibattito e di una comune azione dalla parte della classe lavoratrice, anticapitalista e fermamente antirazzista e internazionalista.

 

Frazione Internazionalista Rivoluzionaria

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