Lo sciopero degli insegnanti nel West Virginia

SCIOPERO DEGLI INSEGNANTI DEL WEST VIRGINIA: IL 9 MARZO PERDONO BURUCRATI E STATO. VINCONO I LAVORATORI.

La scorsa settimana si è concluso un importante sciopero degli insegnanti del West Virginia, un’azione di lotta che – dopo aver bloccato per oltre 10 giorni le istituzioni scolastiche in tutte le contee dello Stato nel sud-est degli USA – ha portato ad un aumento salariale del 5% (come rivendicato dai lavoratori e dalle lavoratrici). La vittoria sembra stia incoraggiando azioni simili anche in altre aree Stati Uniti meridionali, dove le retribuzioni degli insegnanti – e non solo – sono ben al di sotto della media nazionale. in Arizona, addirittura, i lavoratori dell’istruzione stanno discutendo di avanzare come rivendicazione un aumento degli stipendi del 10%.

I FATTI: ATTACCO DEL GOVERNO, PASSIVITA’ DELLE DIRIGENZE SINDACALI E AUTORGANIZZAZIONE.

Tutto comincia quando il 22 Febbraio il Senato del West Virginia approva un aumento del costo dell’assicurazione sanitaria ben superiore a un contemporaneo incremento salariale dell’1% proposto sempre dalla “camera alta” agli insegnanti come compensazione. La manovra in questione – nell’aria da tempo – aveva suscitato un malcontento generalizzato tra i docenti dello Stato del sud-est degli USA (già i secondi meno pagati del paese). Addirittura a metà febbraio viene creato un gruppo segreto su Facebook dove migliaia di lavoratori e lavoratrici discutono l’idea di uno sciopero generale volto a rispondere all’attacco del governo statale. Quando finalmente si giunge all’approvazione della misura, il West Virginia Education Association (WVEA; il sindacato locale dei dipendenti dell’istruzione pubblica) è perciò costretto a cedere alle pressioni della base. Così, il 23 viene indetta una grande manifestazione di fronte alla sede del parlamento nella capitale Charleston, alla quale sono invitati a partecipare tutti i docenti dello Stato. Pochi giorni dopo, la “Camera dei Delegati” approva d’urgenza un provvedimento volto ad assecondare le richieste dei 20.000 lavoratori e lavoratrici che hanno aderito alla protesta: un aumento salariale del 5%, annullato però da un veto opposto nel giro di poche ore dal Senato. La mossa ha evidentemente l’obiettivo di mettere in riga i sindacati e in effetti i burocrati del WVEA reagiscono alla decisione della “camera alta” cercando di frenare la mobilitazione. A loro dire, infatti, uno sciopero generale coordinato a livello Statale avrebbe compromesso “il diritto all’istruzione”. La base tuttavia non ci sta e riesce a imporre che la decisione rispetto alla continuazione della lotta venga decisa dai lavoratori e dalle lavoratrici mobilitati. Il risultato è una tornata di assemblee che si svolgono in tutte le contee del West Virginia, dove migliaia di insegnanti votano a stragrande maggioranza per uno sciopero generale a oltranza che – cominciato ufficialmente il 28 febbraio – terminerà solo il 9 marzo quando le istituzioni saranno costrette a soddisfare le rivendicazioni dei docenti.

L’IMPORTANZA DELLO SCIOPERO DEGLI INSEGNANTI IN UN CONTESTO SINDACALE DIFFICILE

Negli Stati Uniti, un paese dove il perno della reazione “neoliberale” promossa da Reagan negli anni 80 è stata la distruzione del movimento operaio e sindacale, scioperi lunghi e con una partecipazione di massa sono piuttosto rari [1]. La rilevanza della lotta degli insegnanti del West Virginia è poi accentuata dal fatto che si svolge in uno dei contesti sindacalmente più arretrati di tutto il paese. Un tempo centro minerario e teatro di importanti lotte operaie negli anni 30, lo Stato in questione ha subito la crisi del settore legato all’estrazione del carbone nel contesto di un più generale processo di deindustrializzazione avvenuto durante gli ultimi anni negli Stati Uniti e in particolare nelle regioni meridionali. Il risultato è stato un tracollo dei tassi di sindacalizzazione che ha permesso anche in West Virginia a padroni e governo di imporre il “right of work” (2017). Si tratta di un quadro normativo diffuso soprattutto nel sud del paese che fissa limiti stringenti alla raccolta delle quote dagli iscritti da parte dei sindacati, ai quali è inoltre proibito siglare accordi che prevedono un prelievo diretto dalle buste paga dei lavoratori non affiliati come compensazione per i costi della contrattazione collettiva (“business security agreements”). E’ dunque evidente che a causa del “right of work” – in un contesto di bassa sindacalizzazione – le “unions” riescono difficilmente a raccogliere le risorse necessarie per condurre azioni vertenziali efficaci. Tale situazione peggiora a sua volta la scarsa attrattività del sindacato agli occhi dei lavoratori, e mentre questi ultimi continuano a disertarne le sezioni si consolida una burocrazia sempre più autoreferenziale che – prona ai diktat dei capitalisti – riproduce il circolo vizioso di screditamento, passività e asservimento delle “unions”. Sebbene, come accennato, la legge in questione sia un fenomeno relativamente nuovo per il complesso dei lavoratori del west Virginia, è invece il pane quotidiano degli insegnanti che non hanno mai nemmeno avuto la possibilità formale di siglare accordi collettivi: i salari sono sempre stati decisi da governo e assemblee statali, mentre un sindacato completamente privo di prerogative come il WVEA ha essenzialmente il compito di ratificare le decisioni imposte dall’alto. Il punto debole delle relazioni industriali assimilabili al “right of work” consiste tuttavia nel fatto che quando circostanze eccezionali riescono a catalizzare il fermento dei lavoratori, strutture di vertice estremamente scollegate dalla base e dunque prive di autorità incontrano serie difficoltà a frenare le pressioni dal basso. Il cuore della mobilitazione dei maestri e delle maestre statunitensi sono stati infatti quadri sindacali emersi durante la lotta tra le fila degli insegnanti stessi, che come abbiamo visto sono riusciti tramite l’auto-organizzazione a rompere il muro opposto dalla dirigenza del WVEA e quello rappresentato dall’indifferenza del Sindacato Federale degli Insegnanti che non ha mai pubblicato nemmeno un comunicato in sostegno alla vertenza dei propri affiliati del West Virginia.

LA RISONANZA DELLA LOTTA E L’IMPORTANZA DI RACCONTARLA

Dai maestri e dalle maestre del West Virginia possiamo imparare anche noi, in Italia, dove gli scioperi in pochi casi vanno oltre le 24 ore, ma dove – anche se in relazione a meccanismi e traiettorie diverse da quelle del sud degli USA[2] – le burocrazie sindacali sono sempre più distanti dalla base che pretendono di rappresentare. Nel frattempo, come abbiamo accennato, stanno traendo importati lezioni dallo sciopero conclusosi la settimana scorsa gli insegnanti dell’Arizona, del Kentucky, della Louisiana e dell’Oklhaoma, dove vengono emulate le parole d’ordine lanciate a Charleston a fine febbraio e si sta già parlando di bloccare le strutture scolastiche. Inoltre, vengono aperte sui social pagine di sostegno e discussione alle quali stanno aderendo decine di migliaia di membri. E’ il segno che la mobilitazione sta ottenendo un supporto importante tra la popolazione civile e plausibilmente anche tra altri strati di proletari. Eloquente, infine, il silenzio dell’élite legata al Partito Democratico e della “borghesia” dell’intrattenimento liberal, settori ai quali sembra bastare l’insulto gratuito e infantile a Trump per lavarsi la coscienza da decenni di sostegno alle peggiori politiche anti-operaie promosse dalle varie amministrazioni USA.

[1] si veda D. Harvey, Breve Storia del Neoliberismo, Il Saggiatore, Milano, 2005.

[2] non c’è qui spazio per approfondire l’argomento della burocratizzazione dei sindacati italiani. Si veda, per una critica all’approccio della dirigenza della Cgil, il nostro recente articolo sull’accordo-quadro.

Luca Gieri

Django Renato

Lascia un commento

Please enter your name.
Please enter comment.

1 2 3 4 5