Come hanno votato gli operai il 4 marzo?

La farsa elettorale si è conclusa. Anche dopo la consultazione politica la vita di milioni di proletari sarà di miseria e schiavitù, mentre i padroni potranno continuare ad esercitare il potere in nome di una presunta democrazia che ha chiamato il popolo al voto.

Con la chiusura delle urne e si è archiviato quel breve periodo in cui la borghesia dà la possibilità ai proletari di poter scegliere, ogni 4 o 5 anni, quali debbano essere i carnefici che li opprimeranno all’interno delle istituzioni. Una momento in cui i padroni danno alle masse l’illusione che il potere che essi esercitano è la diretta  emanazione della volontà del popolo e che è nell’interesse del popolo che essi operano.

Una partecipazione che lusinga le classi oppresse e le illude che possano migliorare la propria condizione di sfruttamento e semmai cancellare la propria schiavitù attraverso la partecipazione al voto.

Una farsa che ha cullato le illusioni e le speranze di quelle organizzazioni politiche che hanno fatto della Costituzione il loro riferimento politico-programmatico, che hanno posto le loro speranze in quella norma superiore dalla quale bisognava ripartire per cambiare la condizione delle masse e per dare definitivamente il “Potere al popolo”.

Il nuovo progetto politico di una Podemos in salsa italiana, nato sotto il simbolo di Potere al Popolo, non solo non supera lo sbarramento del 3% ma nemmeno raggiunge il risultato elettorale che la sola Rifondazione Comunista aveva avuto alle precedenti elezioni. Una organizzazione fatta di “ceto politico” e di “centri sociali” senza radicamento nella classe operaia organizzata, non poteva che ottenere un risultato deludente, nonostante la soddisfazione espressa, attraverso i media, dai suoi dirigenti per coprire un palese fallimento (voti alla Camera 1,13 – voti al Senato 1,06).

L’altra lista della sinistra extraparlamentare – per una Sinistra Rivoluzionaria – nata dal raggruppamento di due organizzazioni di ispirazione trotskista, che si proponeva principalmente di presentare un programma rivoluzionario alle masse auspicando di poter aver anche un riscontro elettorale decente, esce sconfitta e con percentuali elettorali da prefisso telefonico, scontando la mancanza di radicamento nella classe operaia e tra le masse proletarizzate dalla crisi (voti alla Camera 0,08% – voti al Sentato 0,1%).

Ne esce sconfitto anche il progetto di “Liberi e Uguali”, che si proponeva di rilanciare la sinistra cosiddetta dei diritti, della legalità e dell’applicazione della Costituzione e che a stento riesce a superare la soglia del 3%. Un ceto politico compromesso con le politiche economico-finanziarie realizzate dal Centrosinistra che ha massacrato per anni la classe operaia cancellando ogni pur flebile diritto che in parte tutelava i lavoratori (voti alla Camera 3,39% – voti al Senato 3,28%).

Per la prima volta nella storia della Repubblica due partiti apertamente fascisti si presentano alle elezioni politiche nazionali (Casa Pound e F.N.) ed anche non ottenendo grandi risultati in termini elettorali e non raggiungendo l’1% (voti alla camera Casa Pound 0,95% – voti al Senato Casa Pound 0,85%; voti alla Camera F.N. 0,38% – voti al Senato F.N. 0,49%), queste organizzazioni moltiplicano enormemente i loro iscritti ed elettori. Un elettorato molto pericoloso e protetto dalle forze dell’ordine, fatto di picchiatori, ultrà delle curve fasciste, personaggi  legati alla mafia laziale, piccoli imprenditori, nostalgici nazifascisti e poliziotti, pronto ad azioni squadriste e violente contro gli immigrati e le organizzazioni antifasciste.

L’obiettivo non raggiunto del 3% è spiegato perché sul terreno del razzismo e della propaganda xenofoba si muovevano anche altri partiti, molto più consistenti dal punto di vista elettorale, come Fratelli d’Italia ed in particolare la Lega, che della guerra ai migranti aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia; in questo senso, risultava “praticabile” anche la scelta del Movimento 5 Stelle che più volte ha dimostrato il suo carattere xenofobo attraverso le dichiarazioni del suo fondatore Grillo.

La stessa coalizione di Centrodestra – in particolare Silvio Berlusconi alla trasmissione di Bruno Vespa – si era comunque espressa contro la cosiddetta “invasione” ed aveva annunciato di voler espellere dal paese circa 600 milia immigrati. L’elettorato di destra e xenofobo aveva quindi a disposizione varie opzioni ed ha preferito, come spesso succede, il partito con più forza territoriale.

Il Movimento Cinque Stelle sfonda nel Mezzogiorno ed ottiene anche al Nord un consistente risultato elettorale cavalcando la protesta contro la vecchia politica e presentandosi come il partito degli onesti contro il ladrocinio dei vecchi partiti, offrendo come soluzione alla disoccupazione il falso mito del reddito di cittadinanza, proponendo inoltre la populistica riduzione del deficit attraverso il taglio degli stipendi dei parlamentari e politiche securitarie ed antimmigrazione molto popolari in questo momento, diventando così il primo partito politico in Italia e superando la percentuale del 32% (voto M5S 32,36%).

Il voto ai Cinque Stelle è stato dato non solo dalla piccola borghesia a cui questa organizzazione è stata da sempre legata ed a cui versa una parte dello stipendio dei suoi parlamentari attraverso il fondo delle Piccole e Medie Imprese, ma anche da gran parte degli operai, dai giovani disoccupati e dai lavoratori del pubblico impiego, confermando i dati di un sondaggio elaborato dal Corriere della Sera svolto prima delle elezioni e poi successivamente confermati dai dati reali dopo le elezioni (vedi le due tabelle qui riportate).

 

 

 

Emblematica è stata la scelta della classe operaia in quasi tutti gli stabilimenti della FCA (ex Fiat): da Pomigliano a Cassino, da Melfi a Pratola Serra gli operai hanno, in gran parte, preferito dare il proprio voto al M5S che in queste zone ottiene percentuali che vanno dal 44% al 64,95% nel sito di Pomigliano d’Arco. (Pomigliano d’Arco – voti per Luigi Di Maio 15.117 pari al 64,95% – M5S voti 14.366 pari al 64,47%).

In queste realtà la popolazione è fatta principalmente di operai, pensionati ed in piccola parte di impiegati e commercianti, di conseguenza il voto espresso per il M5S proviene per lo più dalla classe operaia che vive in queste zone. Diversamente le percentuali di voto per il M5S sarebbero state molto più basse.

In considerazione del forte risultato elettorale, la Confindustria ha aperto al Movimento 5 Selle ed attraverso il suo presidente Vincenzo Boccia ha fatto sapere che i penta stellati <<Non fanno paura, valutiamo i provvedimenti, stiamo parlando di partiti democratici>> ed ancora  <<L’importante è che si assicuri un governo al Paese>> e riferendosi  al Jobs Act la Confindustria cerca un dialogo affinché <<non si cambino provvedimenti che hanno avuto effetti sull’economia reale>>.

La classe operaia al Nord, in particolare nei principali siti industriali del paese come quelli di Lecco, Bergamo, Vicenza, Mantova, Treviso, Como ed in generale in quella fascia di territorio che va da Torino a Venezia passando per Milano dove è forte la presenza operaia e dove sono presenti moltissime fabbriche metalmeccaniche, della lavorazione del ferro, della componentistica, dell’elettronica, della gomma della plastica – in queste zone, grossi settori della classe operaia hanno votato per la Lega che ha superato all’interno della coalizione di Centrodestra il partito di Berlusconi.

I voti al Centrodestra al Nord del paese vanno da un 35% fino al 53%, con una media regionale che supera abbondantemente il 40%, un dato che ci consente di affermare che una parte consistente della classe operaia al Nord ha votato Centrodestra ed in particolare all’interno di questa coalizione ha preferito Salvini.

In mancanza di una sinistra che sia capace di difendere i lavoratori e di un Partito che rappresenti  gli interessi  della classe operaia, quest’ultima  ha riposto le sue speranze di cambiamento nel populismo della destra leghista ed in quello dei 5 Stelle, pur di uscire da una condizione di costrizione, di servitù, di ricattabilità e di miseria in cui è precipitata grazie alle leggi approvate dal governo a guida PD.

Il dato sull’astensionismo nelle varie tornate elettorali si assesta normalmente intorno al 30% e non può essere identificato come il risultato di improbabili campagne astensioniste fatte da minuscoli  gruppi politici che non hanno radicamento sociale, ma come elemento fisiologico della politica italiana.

Esce sonoramente sconfitto da queste elezioni il PD renziano che, da un 40% di consensi alle ultime elezioni europee, scende ad un 19% delle attuali politiche. Il PD che in questi mesi si è trovato a perdere l’appoggio politico della CGIL, in parte posizionata su Liberi e Uguali, dopo il risultato elettorale non può più aspirare ad essere il punto di riferimento centrale della Confindustria, la quale sta già guardando con attenzione al M5S e principalmente al Centrodestra ed alle sue proposte in termini fiscali con l’introduzione della Flat Tax  che, se approvata, permetterebbe alla borghesia un notevole incremento dei profitti.

Le destre razziste, populiste e liberali che da queste elezioni escono rafforzate ottenendo un risultato del 37% non hanno però seggi  sufficienti  sia alla Camera che al Sentato per formare un nuovo governo a meno di non realizzare una compravendita di un buon numero di deputati e senatori “responsabili”.

Il M5S, ormai non più antieuropeista e che più volte ha rassicurato i mercati finanziari su una presunta uscita dall’euro, si presenta come forza politica matura per svolgere gli interessi della borghesia e di quelli della Confindustria e chiede che gli venga affidato il governo del paese proponendo a tutte le forze politiche di convergere sul suo programma, cosa però, allo stato dei fatti alquanto improbabile. Per diventare forza di governo sono ancora necessari passi di avvicinamento tra 5Stelle ed industriali affinchè  gli interessi portati avanti dai Movimento e quelli della Confindustria coincidano.

Nel frattempo la borghesia, attraverso i compiti istituzionali che sono in capo al Presidente della Repubblica, dovrà trovare una soluzione alla crisi politica e verificare la possibilità della formazione di un governo tecnico oppure di un governo di scopo che metta mano alla riforma elettorale al fine di realizzare un esecutivo che amministri convenientemente i suoi affari e non crei instabilità politica che produce fibrillazione nei mercati e pericolose perdite di profitti.

Al di là comunque del futuro governo borghese che si realizzerà nelle prossime settimane o mesi, la classe operaia si ritroverà ancora una volta senza una organizzazione politica che la rappresenti e che ponga sul tavolo la questione della cancellazione dell’attuale modo di produzione capitalistico.

Salvatore Cappuccio

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