Trotsky e la questione Catalana

  • Category: Teoria
  • Date: aprile 2, 2018

Perché guardare la presa di posizione di Trotsky nei confronti della questione catalana? Non si tratta di cercare delle verità eterni nei testi degli anni trenta e ancora meno di argomenti di autorità per gli attuali dibattiti. D’altra parte, i suoi numerosi scritti sulla Spagna prima testimoniano la forza delle sue analisi della situazione economica e politica di un paese che non ha realizzato i fondamentali compiti democratici della rivoluzione borghese, tra cui i diritti di nazionalità.


Tre delle cinque appendici della “Rivoluzione Permanente” sono dedicate alla Spagna in quanto si tratta di un esempio perfetto: è il proletariato che porta in giro questa rivoluzione democratica , non si tratta di affidare le chiavi ad una “borghesia nazionale” spagnola o catalana, che al momento della decadenza dell’imperialismo , non può giocare alcun ruolo progressista.

Ma Trotsky avverte: “Ci si comporta come pietosi dottrinari , privi del senso della realtà, se ci si orienta verso la dittatura del proletariato opponendo quest’ultimo “slogan” ai problemi e alle formule della democrazia rivoluzionaria (repubblica, rivoluzione agraria, separazione di Chiesa e Stato, confisca delle proprietà del clero, diritto delle nazionalità all’autodeterminazione, Assemblea Costituente rivoluzionaria)”.
Abbiamo letto “repubblica” tra queste formule (il testo è stato scritto prima della partenza di Alfonso XIII): la forma del governo non è indifferente, il proletariato la carica di un contenuto diverso rispetto alla borghesia repubblicana.

Trotsky non può evitare il parallelo con la Russia degli Zar. Dalla sua parte, Joaquin Maurin, il dirigente della Federazione comunista della Catalogna e delle Baleari escluse dal PCE, poi dal blocco Obrer i Camperol, rivendica la politica di Lenin e dei bolscevichi sia in termini di riforma agraria che di regolazione della questione delle nazionalità (con una visione idealizzata della realtà sovietica). Ma i due uomini divergono su una questione molto importante: mentre Maurin difende l’indipendenza della Catalogna, dei Paesi Baschi e della Galizia (naturalmente come il Marocco, ma c’è un accordo con Trotsky), l’autore della “Rivoluzione Permanente” teme una balcanizzazione della penisola. E, soprattutto, denuncia l’indipendentismo di Maurin: “Anzi, Maurin, il capo del blocco dei lavoratori e dei contadini, condivide il punto di vista del separatismo. Dopo qualche esitazione, si è definita l’ala sinistra del nazionalismo piccolo-borghese. Come già detto, il nazionalismo catalano piccolo-borghese è, allo stato attuale, progressista. Ma ad una condizione: che sviluppa la sua attività fuori dai ranghi del comunismo e che così si trova sempre sotto i colpi delle critiche dei comunismi. Al contrario, permettere al nazionalismo piccolo-borghese di manifestarsi sotto la maschera comunista significa allo stesso tempo portare un colpo infido all’avanguardia proletaria e uccidere il significato progressista del nazionalismo piccolo-borghese”.

Trotsky distingue tra il diritto al divorzio e alla separazione, senza escludere quest’ultima ma senza iscriverla nel programma del partito proletario: “i lavoratori difenderanno pienamente e senza riserva il diritto dei Catalani e dei Baschi a vivere in Stati indipendenti, nel caso in cui la maggioranza dei cittadini decidesse per una separazione completa. Ciò non significa che l’élite della classe operaia debba spingere i Catalani e i Baschi sulla via del separatismo. Al contrario: l’unità economica del paese, con un’ampia autonomia delle nazionalità, offrirebbe ai lavoratori e ai contadini, grandi vantaggi dal punto di vista dell’economia e della cultura generale”.

L’importanza degli slogan democratici.

I rivoluzionari non sono all’inizio di una lotta per l’indipendenza, ma accettano che il diritto dei popoli all’autodeterminazione possa portare all’indipendenza: “lo slogan del diritto delle nazionalità all’autodeterminazione è diventato in Spagna, di eccezionale importanza.

Tuttavia, questo slogan è anche nel regno del pensiero democratico. Naturalmente, per noi non si tratta di impegnare i Catalani e Baschi a separarsi dalla Spagna , ma il nostro dovere è quello di spingere affinché il diritto alla separazione sia riconosciuto, se vogliono farne uso. Ma come fare per sapere se essi hanno questo desiderio? E’ molto semplice. C’è bisogno di un plebiscito nelle province interessate, sulla base del suffragio universale, uguale, diretto e segreto. Attualmente non esiste nessun altro metodo”. E’ chiaro: per rispondere alle richieste nazionali, Trotsky rivendica i meccanismi della democrazia borghese (plebiscito e suffragio universale) senza ingiungere alle masse di aspettare che una futura repubblica dei soviet stabilisca il loro destino; e parlando di un plebiscito nelle province interessate, non sottomette il diritto all’indipendenza voluto dallo Stato centrale.

In un testo datato il 25 maggio 1930(i compiti dei comunisti in Spagna), precisa: “fino al momento in cui la volontà della minoranza nazionale non si esprime, il proletariato non farà suo lo slogan della divisione, ma garantisce in anticipo, apertamente, il suo pieno e sincero appoggio a questo slogan nella misura in cui esprime la provata volontà della Catalogna. Fornisce il suo punto di vista: “è evidente che i lavoratori catalani avranno da ridire su questa questione. Se dovessero arrivare alla conclusione che sarebbe inopportuno di disperdere le loro forze, in una condizione di crisi attuale che apre al proletario spagnolo i cammini più ampi e promettenti m i lavoratori catalani dovrebbero svolgere una propaganda per il mantenimento della Catalogna, su basi da determinare, all’interno della Spagna”. Trotsky ha ripetutamente espresso la sua preferenza per una soluzione federale che garantisca i diritti delle nazionalità o per un’unione delle repubbliche socialiste iberiche (Portogallo incluso) sul modello dell’URSS.

Non è più tenero per i dirigenti della CNT la cui opposizione, a volte violenta, ai “particolarismi”, va al rigetto della lingua catalana a nome di un lavoratore e di un internazionalismo astratti: “I sindacalisti che lotteranno contro il separatismo , se necessario con armi in mano. In questo caso, comunisti e sindacalisti starebbero tutti da una parte della barricata, perché, senza condividere le illusioni separatiste e al contrario, criticandole, i comunisti devono opporsi spietatamente ai carnefici dell’imperialismo e ai suoi lacchè sindacali.

Quattro anni più tardi…

Il contesto è cambiato. Il 14 aprile 1931,due giorni dopo la vittoria dei partiti repubblicani alle elezioni municipali, la Spagna era diventata una repubblica, senza colpo di Stato o rivoluzione. La monarchia aveva semplicemente lasciato la scena, Alfonso XIII abbandonando il paese senza aver formalmente abdicato. I repubblicani di sinistra e i socialisti hanno vinto nelle elezioni legislative di giugno e Manuel Azana è stato eletto presidente. Nonostante misure progressiste come il diritto di voto delle donne (che non sarà fatto dal Fronte Popolare in Francia) le riforme promesse furono ritardate, inclusa la riforma agraria in un paese in cui i contadini erano la maggioranza. Il potere della chiesa cattolica fu scosso da misure anticlericali, ma in molte aree il governo si ritira dall’opposizione delle vecchie classi dominanti. Con la repubblica, la Catalogna e i Paesi Baschi si sono visti concedere uno status di autonomia limitata, accettato dai dirigenti “dell’Esquerra Republicana” di Catalogna.

Le delusioni accumulate hanno portato ad una pungente sconfitta dei repubblicani di sinistra nelle prime elezioni parlamentari del 19 novembre 1933 e alla formazione di un governo di destra, integrando rapidamente i ministri della CEDA( Confederazione spagnola dei diritti autonomi), un raggruppamento di vari partiti tra cui clericale, monarchico e fascista. Il contesto internazionale con l’ascesa al potere di Hitler e la sconfitta del proletariato austriaco , significava che una soluzione fascista alla crisi era concepibile. Trotsky come Maurin , prese sul serio la minaccia di uno spostamento verso l’estrema destra degli ampi strati della piccola-borghesia che aveva precedentemente riposto le sue speranze nella repubblica democratica.

L’ingresso della CEDA nel governo Samper, che immediatamente si impegnò a cancellare i pochi progressi del periodo precedente in termini di diritti dei lavoratori e dei contadini, provocò un’ondata di scioperi e movimenti insurrezionali, il più sorprendente dei quali fu la rivoluzione lavoratrice delle Asturie. In Catalogna, la causa principale fu la cancellazione da parte del governo centrale di una legge di difesa degli agricoltori e dei mezzadri, votata dal generale contro l’opposizione dei grandi proprietari terrieri. Nell’unico testo che conosciamo di questo periodo, una lettera indirizzata alla segreteria della Lega comunista internazionale nel luglio del 1934, Trotsky vede nel conflitto tra il governo centrale e la Generalità la possibilità che la Catalogna rappresenti la posizione più forte delle forze difensive contro la reazione spagnola e il pericolo fascista.

Dopo aver tanto criticato il “catalnismo” di Maurin, ora lo accusa di esitare e di mettere il proletariato su una direzione piccolo-borghese indecisa. E’ tempo di combattere per la proclamazione di una repubblica Catalana indipendente, un obiettivo che sarà raggiunto solo attraverso la mobilitazione del proletariato armato. Allo stesso tempo, data la divisione delle forze del lavoro, Trotsky non esita a scrivere che c’è bisogno di richiedere il CER che proclama l’indipendenza. Ciò che ha fatto Companys il 6 ottobre 1934, prima di capitolare poche ore dopo. Il governo spagnolo ha colto l’occasione per abrogare lo statuto di autonomia.

ìIn prima linea contro la rivolta fascista del luglio1936, che non riuscì a conquistare una solo località della Catalogna, il proletariato armato abolì efficacemente tutte le “autorità pubbliche” compresa quella della Generalità, lasciando allo stesso tempo la possibilità di ricostruirsi a causa della politica di cooperazione del PSUC (il PC catalano stalinista), l’UGT (il sindacato con una maggioranza socialista) e il CNT.

Durante la guerra e fino al maggio 1937, quando il governo di Madrid intervenne per “ristabilire l’ordine”, la Catalogna fu di fatto indipendente. I testi di Trotsky sulla “questione catalana” denunciano la presenza di Andreu Nin e del POUM nel governo della Generalità.

Fonte: Révolution Permanente
Articolo di Gérard Florenson
Traduzione a cura di Annalisa Esposito


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