La crisi di governo post elezioni

Dalle elezioni è uscito un quadro parlamentare composto principalmente da tre raggruppamenti – espressioni ognuno di interessi economici e politici diversi, riconducibili a diverse fazioni della borghesia –  senza vincitori sostanziali, nonostante le dichiarazioni di vittoria sia del Centro destra che del M5S, uno soddisfatto di essere il primo raggruppamento politico, l’altro di essere la prima forza politica, ma che in sostanza non hanno, ognuno di essi presi singolarmente, i seggi sufficienti per formare un governo.

Una situazione politica che poteva avere una soluzione solo in un accordo tra il M5S ed il Centro destra, ma che si era trovata con la pregiudiziale dei Cinque Stelle nei confronti di Berlusconi.

L’altro scenario possibile tra M5S e PD non solo aveva un margine di seggi troppo risicato per poter formare un governo stabile, ma che rappresentava e rappresenta interessi all’interno del campo della borghesia troppo diversi. Le politiche economiche del PD, che da sempre si sono realizzate nell’ottica della riduzione dei conti pubblici e nel quadro politico voluto dall’Europa, che ha costantemente imposto il mantenimento di questi nell’ambito del 3% del rapporto deficit/PIL, non poteva essere compatibile con il programma elettorale del M5S che intendeva realizzare le politiche economiche “in deficit” cioè aumentando la spesa ed andando oltre il rapporto del 3%.

L’accordo tra M5S e PD non poteva reggersi su una presunta convergenza sulle tematiche dei “diritti civili” perché le manovre economiche sono sempre il cuore dell’azione di qualunque governo e che si esplicano ogni anno attraverso il Documento Economico e Finanziario (DEF).

Mentre il M5S e la Lega – espressione entrambi della piccola e media borghesia – chiedevano e chiedono manovre economiche che riducano le tasse per le imprese e lo sforamento del rapporto deficit/PIL ed hanno tentato in questi giorni una alleanza per un governo che ponesse al centro gli interessi di questa classe, la grande borghesia finanziaria ed industriale (ENI, Assicurazioni Generali, Poste Italiane, MSC, Unipo, Telecom, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Fincantieri, Marcegaglia, Luxottica, Ferrero) che è in gran parte rappresentata dal governo Gentiloni e dal PD,  riteneva e ritiene invece indispensabile mantenere la linea politica ed economica già a suo tempo decisa dagli accordi con la UE, ed approfittando dello stallo politico in cui si ritrova il Parlamento, si appresta a formare un suo esecutivo prospettando un governo tecnico o cosiddetto del Presidente che dovrebbe perseguire quegli obiettivi già in parte realizzati dal precedente governo, con il fine di ridurre il deficit pubblico, di evitare ogni cancellazione degli articoli che garantiscono il pareggio del bilancio in Costituzione, del Fiscal compact e di non sforare il rapporto deficit/PIL che dovrebbe restare entro i limiti del 3%.

La borghesia non essendo un corpo unico vive in un perenne e continuo conflitto. Una vera e propria guerra economico-politica tra micro, piccole e medie imprese, che in Italia rappresentano più del 95% del totale, e la grande industria e tra tutte queste e la classe operaia.

È il conflitto tra chi ha visto crollare i suoi profitti nel periodo della crisi (periodo che va principalmente dal 2008 al 2015) e rischia in ogni momento di cadere nella classe dei proletari come nel caso delle micro – imprese che sono legate principalmente al mercato interno – e la grande industria e con essa contro la classe operaia.

Le micro imprese vedono l’Europa come un problema perché rovinate dall’apertura delle frontiere e combattono ogni giorno contro la forte concorrenza di prodotti realizzati a basso costo nei paesi come la Cina, l’India, il Vietnam ecc.

Inoltre si assiste all’interno della borghesia anche allo scontro tra le piccole e medie aziende – che dal 2008 al 2015 hanno avuto un ridimensionamento sia per fatturato che per lavoratori addetti, con una maggiore difficoltà in particolare nel mezzogiorno – e la grande industria. Due realtà legate da accordi commerciali, ma in conflitto per la spartizione del plusvalore estorto alla classe operaia ed entrambe costrette ad un continuo abbassamento dei costi sia per la concorrenza interna che internazionale. Finito il periodo della crisi, sono cresciuti i profitti delle aziende – in particolare per le imprese del NordEst – anche in virtù della riduzione e compressione dei salari operata sia con i governi di Centro destra che con i governi di Centro sinistra.

Una realtà quella delle PMI che vede il suo futuro alquanto incerto, tanto per le difficoltà ancora presenti nel mercato interno quanto per le complessità del mercato internazionale, anche se dal 2015 la crisi sembra ormai in gran parte risolta.

Il conflitto con la grande borghesia da un lato e con le micro imprese e la classe operaia dall’altro, vede questa realtà scegliere a secondo delle convenienze, sia in ambito locale che nazionale, ora i governi apertamente schierati con il grande Capitale ora i governi che chiedono maggior indipendenza dalle politiche dettate dall’Unione Europea, in ogni caso anche questa parte di classe borghese, come del resto tutta la Borghesia nel suo insieme, ha interesse a ridurre salari, pensioni, walfare e cancellare ogni diritto dei lavoratori.

L’unica realtà che ha resistito alla crisi è stata la grande Borghesia industriale e finanziaria che ha visto però concentrarsi le ricchezze sempre più nelle mani di pochi grandi capitalisti ed una riduzione sia percentualmente che in termini assoluti del numero dei grandi magnati della finanza e dell’industria.

Dalla contrapposizione e dagli intrecci di interessi politici-economici ed anche personali all’interno di questa classe nascono alleanze e contrasti nella formazione dei governi.

Dalle ultime elezioni emerge un quadro politico complesso che vede contrapporsi interessi differenziati, dovuti anche alla collocazione geografica delle aziende, in particolare le micro e piccole imprese del mezzogiorno in conflitto con quelle del Nord-est, queste ultime sempre più proiettate sul mercato internazionale.

Le elezioni hanno evidenziato una forte affermazione al Sud Italia del M5S, mentre al Nord una maggiore presenza dei partiti del Centro destra e della Lega.

La Lega ed il M5S “vincitori” formali delle elezioni, non sono riusciti a trovare, fino a questo momento, una sintesi politica, sia perché Salvini ha difficoltà a rompere con Berlusconi dati gli interessi politici regionali che li uniscono, sia perché una rottura della coalizione di Centro destra porterebbe sicuramente ad una crisi nelle giunte locali dove Forza Italia e Lega governano insieme, oltre anche ad aspetti meramente soggettivi e psicologici dei loro dirigenti politici e, di questa rottura, si appresta ora a prenderne vantaggio la grande impresa che attraverso il suo referente politico istituzionale, nella figura del Presidente della Repubblica Mattarella, pone le condizioni atte ad operare un tentativo per la realizzazione di un governo tecnico. Al Centro destra ed al M5S non è stato sufficiente, a tutt’oggi, l’aver in comune le politiche razziste contro i migranti e neanche la richiesta di maggior ordine e polizia, né tanto meno l’onestà tanto decantata e servita in varie salse od anche la cancellazione della legge Fornero per realizzare un governo utile alle borghesie non proiettate sul campo internazionale (piccole e medie aziende innanzitutto).

Un governo, laddove dovesse nascere, dovrebbe realizzare un programma che possa soddisfare gli appetiti famelici di gran parte della classe borghese, la quale chiede a gran voce meno tasse per le imprese, che sia la Flat tax od altro, più flessibilità della forza lavoro, meno Walfare, privatizzazioni, riduzione dei salari così come scritto nel progetto di legge dei 5 Stelle denominato “reddito di cittadinanza” ed anche una riduzione del deficit pubblico come vorrebbe la UE ed il FMI, il tutto condito con misure economiche che riescano a spingere la crescita. Un’impresa ardua perfino per un Parlamento con una maggioranza bulgara, figuriamoci per una Camera ed un Senato senza vincitori né vinti, dove sfilano tante prime donne imbellettate e tanti personaggi in cerca d’autore.

Certo è che da questo scenario non ne verrà niente di buono per la classe operaia, che si trova sull’orlo di un abisso e non sa, per il momento, quale partito politico che uscirà vincitore da questo “teatrino”, le darà la spinta verso il baratro, se “l’onesto” ed elegante Di Maio oppure il campagnolo padano Salvini od anche un freddo tecnico di quelli che tanto piacciono alla UE che quando tagliano la testa ai proletari lo fanno con estrema precisione e con guanti sterili.

di Salvatore Cappuccio

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