Alexandra Kollontaj: Le basi sociali della questione femminile (Parte I)

In occasione dell’otto marzo 2018 pubblichiamo alcuni estratti del testo apparso nel 1909 ed intitolato “Le basi sociali della questione femminile”, scritto da Alexandra Kollontaj, grande militante rivoluzionaria e dell’emancipazione femminile. Questa prima parte tocca la questione della lotta per l’indipendenza economica.

Potete leggere sempre sulla Voce la seconda e la terza parte di questa selezione.


Lasciando ai saggi borghesi la discussione sulla questione della superiorità di un sesso sull’ altro, con la misura dei cervelli e le comparazioni delle strutture cerebrali di donne e uomini, i sostenitori del materialismo storico accettano totalmente le specificità di ciascun sesso e chiedono solo, per ogni persona, uomo o donna che sia, una reale opportunità di autodeterminazione, libera e completa, e la possibilità di sviluppare e realizzare le proprie inclinazioni naturali.

I sostenitori del materialismo storico rigettano l’esistenza, nella situazione attuale, di una questione femminile specifica e separata dalla questione sociale generale. Dietro alla subordinazione femminile giocano fattori economici specifici, mentre le qualità naturali hanno giocato solo un ruolo secondario in questo processo. Solo rimuovendo questi fattori, che ad un certo punto della storia hanno determinato l’assoggettamento delle donne, potremo modificare e cambiare la loro posizione sociale. In altre parole, le donne possono essere pienamente emancipate ed uguali in un mondo organizzato su diverse basi sociali ed economiche.

Questo non significa però che il miglioramento parziale della vita delle donne non sia possibile nel mondo mocerno. La soluzione radicale alla questione femminile è possibile solo attraverso la rifondazione completa dei rapporti di produzione moderni: questo dovrebbe impedirci forse di lavorare a riforme che possano andare incontro agli interessi più pressanti ed urgenti del proletariato? Al contrario ogni conquista della classe operaia rappresenta una tappa verso il “regno della libertà e dell’uguaglianza sociale”: ogni diritto che le donne conquistano, le avvicina all’ obiettivo finale, cioè un’emancipazione piena e completa.

Il movimento socialista è stato il primo a inserire nel proprio programma l’obiettivo di garantire uguali diritti a donne e uomini. Nei suoi discorsi e nei suoi scritti, il partito ribadisce costantemente l’obiettivo di arrivare a rimuovere le restrizioni che gravano sulle donne ed è stata l’influenza del partito che, da sola, ha imposto agli atri partiti ed ai governi di promuovere riforme in favore delle donne. In Russia in particolare, il partito non è solo il difensore dei diritti delle donne sul piano teorico, ma sostiene il principio dell’uguaglianza delle donne in ogni contesto.

Cosa impedisce alle nostre partigiane dell’ «uguaglianza dei diritti» di sostenere questo partito forte e pronto alla lotta? Il fatto è che, per quanto radicali possano sembrare, esse rimangono fedeli alla loro classe borghese. La libertà politica è attualmente una condizione preliminare alla crescita ed alla presa del potere della borghesia russa e senza libertà politica tutta quanta la prosperità economica di quest’ ultima si rivelerebbe costruita sulla sabbia. La rivendicazione di una uguaglianza politica rappresenta una necessità urgente per le donne.

La parola d’ ordine «accesso a tutte le professioni» non è più sufficiente: solo attraverso la partecipazione diretta al governo del paese si potrà migliorare la condizione economica delle donne. Da qui il desiderio appassionato delle donne della media borghesia di ottenere il diritto di voto e la loro ostilità al sistema burocratico moderno.

Ad ogni modo, nelle loro rivendicazioni di uguaglianza politica, le nostre femministe sono come sorelle straniere; i vasti orizzonti aperti dalle socialiste restano per loro estranei ed incomprensibili. Le femministe rivendicano l’uguaglianza nel quadro della società di classe esistente ed in nessun caso esse attaccano le basi di questa società. Esse lottano per le proprie istanze senza mai mettere in discussione le prerogative ed i privilegi esistenti. Non stiamo accusando i rappresentanti del movimento femminista borghese di non comprendere la questione: la loro visione deriva inevitabilmente dalla loro posizione di classe.

La lotta per l’ indipendenza economica.

Anzitutto dobbiamo chiederci se in una società costruita su contraddizioni di classe sia possibile un unico movimento femminista. Il fatto che le donne che partecipano al movimento di liberazione non rappresentano una massa omogenea è chiaro ad ogni osservatore obiettivo.

Il mondo delle donne è diviso, come quello degli uomini, in due campi. Uno vicino alla classe borghese e l’altro vicino, invece, al proletariato; le esigenze di emancipazione di questo gruppo rappresentano una soluzione integrale alla questione femminile. Entrambi questi campi condividono lo slogan generale della “liberazione della donna”, ma obiettivi e interessi sono diversi. Ciascun gruppo prende inconsciamente come punto di partenza gli interessi della propria classe e questo dà una impronta di classe specifica agli obiettivi che si fissano.

Ad ogni modo quale che sia la radicalità apparente delle rivendicazioni femministe, non bisogna perdere di vista il fatto che le femministe non possono, data la loro posizione di classe, lottare per questa trasformazione fondamentale della struttura sociale ed economica senza la quale la liberazione della donne non potrebbe mai essere conquistata.

Se in certe circostanze le rivendicazioni a breve termine delle donne di tutte le classi possono convergere, gli obiettivi finali dei due campi, che nel lungo periodo determinano la direzione del movimento ed i mezzi da utilizzare, differiscono fortemente. Per le femministe, la realizzazione dell’ uguaglianza dei diritti con gli uomini nel quadro del mondo capitalistico rappresenta un fine concreto e sufficiente in sé. L’ uguaglianza dei diritti, per la lavoratrice, è solo un mezzo per portare avanti la lotta contro l’asservimento economico della classe operaia. Le femministe vedono gli uomini come il loro principale nemico, perché gli uomini hanno ingiustamente riservato a se stessi tutti i diritti ed i privilegi ed hanno lasciato alle donne solo catene e doveri. Secondo la loro visione delle cose una vittoria è tale solo quando al gentil sesso venga riconosciuta una certa prerogativa che prima era di esclusivo appannaggio degli uomini. Le lavoratrici e le proletarie hanno invece tutt’ altra visione. Esse non vedono l’ uomo come loro nemico e come loro oppressore: pensano al contrario che gli uomini sono compagni e condividono le corvée quotidiane, e lottano assieme ad esse per un avvenire migliore. Le donne ed i loro compagni uomini sono asserviti alle medesime condizioni sociali; le stesse catene del capitalismo opprimono le loro volontà, privandole delle gioie e delle bellezze della vita. È vero che gli aspetti specifici del sistema attuale scaricano sulle spalle delle donne un doppio peso come pure è vero che le condizioni del lavoro salariato rendono le donne concorrenti degli uomini e loro rivali. In condizioni sfavorevoli però, la classe operaia conosce il colpevole.

Come il suo compagno, la lavoratrice odia questo mostro insaziabile dalla gola coperta d’ oro che si preoccupa solo di succhiare il sangue delle sue vittime e di crescere sulle spalle di milioni di vite umane, gettandosi con pari avidità su donne, uomini e bambini. Migliaia di fili legano le lavoratrici ai lavoratori. Le aspirazioni della borghesia, d’ altra parte, sembrano del tutto incomprensibili e non catturano il cuore del proletariato. Non promettono alla donna proletaria un avvenire radioso verso cui dovrebbero voltarsi gli sguardi dell’ Umanità sfruttata.

L’ obiettivo finale della donna proletaria non le impedisce di aspirare a migliorare la sua condizione nel quadro del sistema borghese in cui vive, ma la realizzazione di questi desideri è costantemente impedita da ostacoli che derivano dalla natura stessa del capitalismo. Una donna può raggiungere l’ uguaglianza dei diritti ed essere pienamente libera solo in un mondo di lavoro socialista, libero ed armonico. Le femministe non vogliono e non possono capirlo. Esse ritengono infatti che una volta che l’ uguaglianza fosse formalmente sancita dalla legge, sarebbe possibile migliorare la propria condizione anche nel vecchio mondo di oppressione e servitù, di pene e lacrime. E questo è vero fino ad un certo punto. Per la maggior parte delle proletarie, l’ uguaglianza dei diritti significa esclusivamente uguale partecipazione, per le donne, ad una condizione di sostanziale disuguaglianza, mentre per le “elette” l’ uguaglianza aprirebbe la strada anche alle donne al godimento di diritti e privilegi di cui, fino a questo momento, hanno goduto esclusivamente gli uomini della classe borghese. Ogni nuova concessione riportata dalle borghesi fornirebbe una nuova arma per lo sfruttamento delle loro sorelle e finirebbe per accrescere le divisioni tra le donne appartenenti ai due distinti campi sociali. I loro interessi entrerebbero in conflitto e le loro aspirazioni entrerebbero frequentemente in contraddizione.

Dov’ è dunque questa generica «questione femminile» ? Dov’ è quest’ unità di obiettivi e di aspirazioni di cui parlano tanto le femministe? Una analisi seria della realtà ci mostra che una unità di questo tipo non esiste e non può mai esistere. Invano le femministe affermano che la “questione femminile” non ha nulla a che vedere con quella del partito e che “la sua risoluzione è possibile attraverso la partecipazione di tutti i partiti e di tutte le donne”. Come diceva una femminista radicale tedesca, la logica dei fatti ci impone di abbandonare questa confortevole illusione delle femministe.

Le condizioni e le forme di produzione hanno assoggettato le donne lungo tutto il corso della storia dell’ umanità. Esse sono state progressivamente relegate in una posizione di oppressione e di dipendenza nella quale si trovano ancora per la gran parte dei casi.

Uno sconquasso colossale di tutta quanta la struttura sociale ed economica era necessario perché le donne cominciassero a trovare l’ indipendenza che avevano perduto. Problemi che sembravano irrisolvibili sono ormai superati e risolti per mezzo delle onnipotenti condizioni della produzione. Le stesse forze che per migliaia di anni hanno oppresso le donne permettono oggi, ad uno stadio superiore di sviluppo, di avanzare sulla via della libertà e dell’ indipendenza.

La questione femminile ha iniziato a rivestire una certa importanza per le donne della borghesia alla metà del XIX secolo, molto tempo dopo l’ irruzione nel mondo del lavoro da parte delle donne del proletariato. Sotto il peso del mostruoso successo del capitalismo, le fasce medie della popolazione sono sconvolte dalla pauperizzazione. I cambiamenti economici hanno reso la situazione finanziaria della piccola e media borghesia instabile ed i borghesi sono di fronte ad un dilemma dalle proporzioni inquietanti: accettare la povertà o realizzare il diritto al lavoro. Le figlie di questi gruppi sociali bussano alle porte delle università, delle case editrici, degli uffici, si indirizzano verso professioni che sono per loro accessibili. Il desiderio dei borghesi di accedere alla scienza ed ai vantaggi della cultura non sono i risultati di un bisogno nato all’ improvviso e destinato a spegnersi, ma derivano proprio da questa questione del “pane quotidiano”.

Le donne della borghesia incontrano, per la prima volta, una fiera resistenza da parte degli uomini. Una dura battaglia oppone gli uomini delle professioni superiori, attaccati alle loro “piccole nicchie confortevoli” alle nuove donne dei mestieri, pronte a guadagnarsi il pane. La lotta ha dato vita al “femminismo”, questo tentativo delle borghesi di riunire le proprie forze per opporsi al nemico, gli uomini. Appena entrate nel mondo del lavoro, queste donne si presentavano come “l’avanguardia del movimento delle donne”. Ma dimenticano che, per quanto riguarda la lotta per l’indipendenza economica, non facevano altro che seguire su terreni differenti le orme delle loro sorelle e raccogliere i frutti degli sforzi fatti con le loro mani segnate dalla fatica.

È davvero possibile affermare che le femministe sono pioniere della lotta per il lavoro delle donne, quando in ogni paese centinaia di migliaia di lavoratrici hanno già occupato fabbriche e officine, inserendosi in ogni ramo dell’industria, molto prima che nascesse il movimento femminile borghese? È solo perché il lavoro delle donne proletarie è stato riconosciuto sul mercato mondiale che le donne sono state in grado di occupare una posizione indipendente nella società, di cui le femministe sono così orgogliose.

È difficile per noi trovare un solo episodio nella storia della lotta delle donne lavoratrici per il miglioramento delle loro condizioni materiali al quale il movimento femminista in generale abbia contribuito in modo sostanziale. Tutto ciò che le donne lavoratrici hanno guadagnato nel migliorare le loro condizioni di vita è il risultato degli sforzi della classe lavoratrice in generale e di se stesse in particolare. La storia della lotta delle lavoratrici per migliori condizioni di lavoro e per una vita più decente è la storia della lotta del proletariato per la sua liberazione.

Che cosa, se non la paura di una pericolosa esplosione di insoddisfazione proletaria, ha costretto i proprietari ad aumentare il costo del lavoro, ridurre le ore lavorative e introdurre migliori condizioni di lavoro? Che cosa, se non la paura di una “ribellione operaia”, ha persuaso il governo a introdurre una legislazione che limitasse lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale?

Non c’è un solo partito al mondo che si sia schierato dalla parte delle donne come ha fatto il movimento socialista. Le lavoratrici sono soprattutto membri della classe operaia, e migliori sono la posizione e il benessere di ciascun membro della famiglia proletaria, maggiori sono i benefici a lungo termine per la classe operaia nel suo insieme.

Di fronte alle crescenti difficoltà sociali, combattere per la causa con onestà impone di iniziare a farsi domande. Le donne non possono non vedere quanto poco il movimento femminista in generale abbia fatto per le lavoratrici e come non sia riuscito a migliorare la situazione della classe lavoratrice. Il futuro dell’umanità deve apparire molto oscuro e incerto per queste donne che lottano per l’uguaglianza, ma che non hanno adottato il punto di vista del proletariato e hanno sviluppato una forte fede nell’avvento di un migliore sistema sociale. Mentre l’attuale mondo capitalista rimane immutato, la liberazione appare incompiuta ai loro occhi. In questo mondo moderno, con i suoi rapporti sociali stravolti, solo la classe operaia è in grado di darci una speranza. Con passo fermo e deciso, avanza pazientemente verso il suo obiettivo. La lavoratrice entra con coraggio nella spinosa via del lavoro. Le sue gambe sono spezzate, il suo corpo è in frantumi. Ci sono pericolosi precipizi lungo la strada e predatori crudeli le aspettano nei paraggi.

Ma è solo prendendo questa strada che le donne saranno in grado di raggiungere questo obiettivo, lontano ma attraente – la loro vera liberazione in un nuovo mondo del lavoro. In questa difficile marcia verso un futuro radioso, l’operaio, fino ad ora schiavo umiliato, calpestato e senza diritti, impara a sbarazzarsi della mentalità che gli è stata incollata addosso, si trasforma gradualmente in un lavoratore indipendente, in una persona indipendente, libero in amore. È la lavoratrice che, combattendo tra le fila del proletariato, ottiene per le altre donne il diritto al lavoro; è lei la “sorella” che prepara il terreno per la donna del futuro “libera” e “uguale”.

Perché mai allora le lavoratrici dovrebbero cercare l’unione con la borghesia femminista? Chi, al momento, affermerebbe che si potrebbe guadagnare qualcosa con una simile alleanza? Certamente non la donna lavoratrice, che è la salvezze di se stessa. Il suo futuro è nelle sue sole mani. Le donne non devono dimenticare che mentre il loro obiettivo è di proteggere i propri interessi in una società che è antagonista ai nostri interessi, il nostro obiettivo comune è costruire, al posto del vecchio mondo, un tempio splendente del lavoro universale, di solidarietà tra compagni e libertà nella gioia. La lavoratrice conserva i propri interessi di classe e non è ingannata dai grandi discorsi sulla “parità delle donne nel mondo”.

 

Alexandra Kollontaj
Traduzione di Ylenia Gironella da Révolution Permanente

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