Un requiem per Podemos

Guerra interna, famiglie che si contendono poltrone, fughe di notizie, piani cospirativi per assaltare la segreteria generale, patti dall’alto. Sono solo alcune delle cartoline di una sinistra di regime che merita di essere superata.

 

Questa settimana l’affaire Podemos ha occupato nei media l’attenzione che prima veniva dedicata allo scandalo Cifuentes [1]. Inizialmente si sono venute a conoscere le condizioni di Iñigo Errejón per anticipare la sua candidatura come capolista per la Comunidad de Madrid. È seguita l’avvertenza “niente scherzi” di Pablo Iglesias al suo ex numero due, poi, ancora, lo scandalo ventilato su Telegram che ha visto Carolina Bescansa cospirare insieme a Errejón per orchestrare un coup d’État contro Iglesias. E, per concludere, è stato stretto un patto d’ufficio per chiudere la crisi dall’alto con almeno una tregua espressa in una candidatura “congiunta” di Errejón ed Espinar [2].

Così, il partito che ha comprato il pacchetto della politica come spettacolo e il discorso come generatore di forza, ha convertito in questi giorni i suoi litigi interni in una rappresentazione patetica di ciò che (non) è una “nuova politica”, ma piuttosto un remake della vecchia casta politica professionale.

 

La negazione del 15M

Si compiono quattro anni dal Podemos moment, quando il partito viola sorprendeva alle elezioni europee e appariva per milioni di persone come l’incarnazione dell’entusiasmo politico; con la narrazione secondo la quale si poteva eliminare con la via evolutiva e istituzionale il marciume del Regime del 78, la farsa del bipartitismo e le conseguenze sociali dei tagli e della revisione della spesa pubblica. Il partito di Pablo Iglesias prometteva allora una successione ascendente di assalti al palazzo, dal parlamento europeo ai Comuni del cambiamento e da lì alla Moncloa, come se si trovasse davanti a una marea di profondo cambiamento che non avrebbe lasciato nulla del vecchio regime in piedi. Però era solo un discorso. All’inizio, perché poi l’hanno cambiato.

Il secondo momento “podemista” fu segnato dal consolidamento di una forza politica inserita nelle istituzioni del Regime: con 70 deputati nel Congresso, 5 eurodeputati, co-governando nelle principali città spagnole e con centinaia di cariche nei Comuni e nelle Comunità Autonome. Si moderò il discorso e si cercarono nuovi alleati per governare nel fianco “sinistro” del regime. Il PSOE, il partito che prima si doveva sconfiggere (forse ci dimentichiamo che il 15M sorse mentre governava Zapatero?), il partito della “casta”, della “calce viva” e del bipartitismo, si trasformò di fatto in alleato, socio di governo e “unica salvezza” possibile (con inaudite rinunce programmatiche di mezzo) per mettere fine alla destra del PP.
Mentre Podemos cercava tutti i modi per arrivare al Palazzo, l’onda di lotte sociali si trovava in palese regresso. Una relazione che non fu per nulla casuale. Le ultime grandi mobilitazioni erano state le Marce della Dignità, a marzo 2014. I sindacati maggioritari si negarono di dare continuità agli scioperi generali e da allora non se ne è vista nemmeno l’ombra. Podemos alimentò esplicitamente l’idea che bisognasse lasciare la piazza per “cambiare le cose” dalle istituzioni.

In ultima istanza, Podemos sorse come un epifenomeno della deviazione e del successivo blocco del processo ascendente della lotta di classe iniziato dopo il 2008, che avrebbe potuto radicalizzarsi se le direzioni burocratiche del movimento operaio alleate ai partiti tradizionali e agli apparati riformisti non l’avessero impedito. Un’espressione politica e allo stesso tempo negazione del processo di mobilitazione e scontento sociale che si è aperto negli ultimi anni contro le conseguenze della crisi capitalista.

 

La prova del potere

L’esperienza dei cosiddetti “comuni del cambiamento” da un’immagne chiara dell’evoluzione di Podemos. Questo è tutto, amici. Rivendicare l’esperienza dei comuni di Madrid o Barcellona come esempio di quello che si potrebbe fare se Podemos governasse lo Stato spagnolo è un invito al conformismo. “Almeno non rubano”, potrebbe dire una votante di Podemos col più schietto senso comune. È vero, almeno in generale. Però se le aspirazioni sociali si riducono a questo, andiamo male. Perché in tutto il resto non è cambiato sostanzialmente niente con l’arrivo di Podemos o dei Comunes al governo delle città.

I “comuni del cambiamento” (ayuntamientos del cambio) sono stati la prova del potere di Podemos (e, non lo dimentichiamo, anche di Izquierda Unida), insieme a i suoi alleati come Manuela Carmena a Madrid o Ada Colau a Barcellona. E non l’hanno superata. Negli anni che sono stati al governo hanno dimostrato che non sono disposti ad andare più in là di tiepide misure cosmetiche, senza risolvere nessuna delle istanze sociali e democratiche in sospeso, cedendo a ogni passo davanti alle pressioni delle imprese, delle banche e della destra tradizionale.

Questa settimana il governo di Carmena (la stessa che si è riunita col PSOE in una “conversazione informale” per parlare di un possibile “ingaggio”), ha annunciato in pompa magna l’accordo tra il Comune di Madrid, il Ministero dello Sviluppo-ADIF e il BBVA per il mega progetto immobiliare di Chamartín-Madrid Nuevo Norte. Dalla squadra di Carmena si sono levate congratulazioni per aver liberato l’”operazione Chamartín” dopo di due decenni di governo del PP. Quello che si dimenticano di dire è che i collettivi ecologisti e gli attivisti di quartiere si sono pronunciati contro questo progetto, un vero affare immobiliare che beneficia soltanto le grandi imprese costruttrici. Un progetto che promuove un modello di città che si basa su un mega centro di negozi, migliaia di alloggi di lusso e il profitto privato a partire da terreni pubblici.

La realtà è che la politica urbanistica di Manuela Carmena e del Comune di Madrid, il cui componente essenziale è Podemos, ha dato il via con scarse modifiche, a uno a uno, a tutti i grandi progetti urbanistici di Ana Botella e del PP [il Partito Popolare di Rajoy. N.d.r.].

Appena un mese fa, il governo di Carmena è stato duramente messo in discussione dal Sindacato dei venditori ambulanti di Madrid (Sindicato de manteros y lateros), per il ruolo che gioca la polizia municipale nella persecuzione e nella vessazione degli immigrati venditori ambulanti. Una di queste persecuzioni abituali ha portato alla morte del mantero Mmame Mbage nel quartiere di Lavapies. Sono solo due esempi di come e per chi governano i “comuni del cambiamento”.

La corrente Anticapitalistas, che è parte di Podemos, ha annunciato che non parteciperà alle elezioni primarie che eleveranno Errejón a candidato alla Comunidad de Madrid per Podemos. In un comunicato denunciano che le primarie hanno come obiettivo “la suddivisione di posti, senza dibattito politico né programmatico” e ribadiscono che “i compiti per Podemos e per l’insieme del movimento popolare si situano, da subito, nella costruzione di uno spazio che garantisca che nel 2019 ci sarà una candidatura ampia, di unità nella diversità, plurale e con un programma di rottura con le politiche del PP e del neoliberalismo”.

Questa politica presuppone che Podemos sia “il principale attore politico del ‘blocco del cambiamento’”. A questo punto, ci sarà da domandare ai militanti di Anticapitalistas, quanti rospi ancora siete disposti ad ingoiare all’interno di Podemos? Più a fondo, la questione è chiedersi se rimanere subordinati a una formazione che nei fatti ha forgiato una nuova “casta” di sinistra il cui centro di gravità è il parlamentarismo per non cambiare assolutamente nulla, o puntare sulla lotta di classe.

 

Piccola politica e grande politica

È da tempo che Podemos è passato dalla svalutata illusione riformista a essere la zampa sinistra del regime. La sua posizione “equidistante” (e disonorevole) di fronte alla questione dell’autodeterminazione della Catalogna e la repressione statale contro il movimento democratico è stata forse la maggiore espressione di ciò.

Allo stesso tempo, la sua entrata nel governo del PSOE in Castilla La Mancha, l’agenda di accordi parlamentari tra entrambi i partiti, così come il suo appoggio alla mozione di censura del PSOE nella Comunidad de Madrid per cacciare Cifuentes…e mettere al suo posto Gabilondo, rappresentano un continuum nell’integrazione di Podemos nel regime politico [3].

L’emergenza di Podemos fu vista da milioni come la possibilità della nascita di un nuovo partito di sinistra che dicesse basta al fatto che dobbiamo essere noi lavoratori e lavoratrici, la gioventù, i disoccupati e i pensionati quelli che dobbiamo pagare i piatti rotti della crisi capitalista.
Quella illusione non è sparita completamente, però comincia a screpolarsi, per il semplice motivo che l’immenso apparato istituzionale che Podemos ha conquistato (mentre liquidava ogni possibilità di formare un partito militante), non ha ottenuto di avanzare un millimetro nella risoluzione delle istanze più elementari per le quali in milioni gli hanno dato il loro appoggio. Podemos è nato con un discorso contro la “casta politica”, però i limiti del suo programma lo hanno trasformato in una nuova aristocrazia di sinistra incapace di lottare seriamente per migliorare la situazione della maggioranza della popolazione.

Seguendo l’idea del rivoluzionario italiano Antonio Gramsci nelle sue Noterelle sulla politica del Machiavelli, il cui pensiero è stato così imbastardito nei circoli intellettuali podemisti, Podemos è un partito fatto per la “piccola politica”: la “politica del giorno per giorno, politica parlamentare, di corridoio, d’intrigo”, quella che “comprende le questioni parziali e quotidiane che si pongono all’interno di una struttura già stabilita, dovuto alle lotte di preminenza tra le diverse frazioni di una stessa classe politica”.

Ciò di cui ha bisogno la classe lavoratrice e i settori popolari dello Stato spagnolo, i quali, nonostante i canti di sirena del neo-riformismo, cominciano a uscire nuovamente alla lotta (di classe e di piazza), è una “grande politica” (o alta politica) che comprenda “questioni connesse con la fondazione di nuovi Stati, con la lotta per la distruzione, la difesa, la conservazione di determinate strutture organiche economico-sociali”. [sul concetto di neo-riformismo si veda sul nostro sito: E. Albamonte, “Riformismo, Centrismo e Rivoluzione”. N.d.r.]

Una tale politica può solamente svilupparsi costruendo una nuova sinistra che sia rivoluzionaria e anticapitalista, disposta ad affrontare i poteri reali con la forza della mobilitazione dei lavoratori, delle donne, dei giovani, non a integrarsi docilmente nelle sue istituzioni.

 

Diego Lotito

 

Traduzione di Orinoco da La Izquierda Diario

 

Note

[1] si tratta di uno scandalo che ha coinvolto la presidentessa della comunità autonoma di Madrid – l’esponente del Partito Popolare Cristina Cifuentes – accusata di aver falsificato in combutta con l’università di Madrid i suoi titoli di studio; una vicenda che ha aperto un vaso di pandora rispetto alla tela di corruzione che lega il mondo politico a quello accademico. Si veda: A. Sabaté, Cifuentes y Su ‘Notable’ Escandalo de Falsificacion. N.d.r.

[2] In queste settimane Podemos sta organizzando le primarie per la candidatura alle elezioni della comunità autonoma di Madrid che si terranno l’anno prossimo. In questo contesto si sono acuiti i contrasti tra la “destra” e il “centro” del partito: Carolina Buscansa è uno dei fondatori del partito che in occasione dell’ultimo congresso – dove più evidentemente si è mostrata la spaccatura tra il “centro” rappresentato da Pablo Iglesias e la “destra” rappresentata da Inigo Errejon – è rimasta neutrale (alla fine l’ha spuntata la piattaforma di Iglesias). Tuttavia, è recentemente stato diffuso su Telegram un documento dove la Buscansa esprime il suo sostegno ad Errejon come candidato alle primarie per la candidatura a presidente Comunità Madrilena. Nello stesso testo, il personaggio in questione manifesta l’intenzione di estromettere dalle liste per il parlamento regionale il candidato più vicino a Iglesias (ovvero Espinar, attuale segretario regionale della formazione politica), nel caso di vittoria alle primarie di Errejon. Questo come primo passo di un piano per conquistare la maggioranza del partito. La divergenza fondamentale tra il “centro” e la “destra” è sull’alleanza con il PSOE e i rapporti con Izquierda Unida – acuitasi in seguito ai risultati delle elezioni di de anni fa – più che sull’essenza della prospettiva istituzionalista che tratteggia l’articolo. Esiste anche una corrente di “sinistra”, “Anticapitalistas”, legata alla Segretariato Unificato della Quarta Internazionale alla quale sempre nell’articolo ci si riferisce in maniera critica. N.d.r.

[3] in relazione al caso Cifuentes, Podemos ha fatto più volte aperture alla possibilità di interlocuzione con il il politico del PSOE Angel Gabilondo. Si veda la dichiarazione di ieri di Inigo Errejon. N.d.r.

 

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