The Wall: un album e un film contro il culto dei capi

“The Wall” è tratto dall’omonimo disco del 1979 del gruppo britannico noto come Pink Floyd. Il successo del disco, pari quasi a quello di “The dark side of the moon” del 1973, consacrò definitivamente la poetica e le tematiche dei Pink Floyd, tanto da spingere la band ad allestire concerti sempre più cinematografici.
Nel 1982, Alan Parker, regista di pellicole come “Fuga di mezzanotte” e “Saranno famosi”, decide di trarre un film dall’album in questione, collaborando con la stessa band – in modo particolare con Roger Waters, bassista e ideatore dell’intero concept.
La particolarità dei Pink Floyd si riscontra nella loro capacità di creare mondi paralleli partendo da temi presenti nella nostra realtà quotidiana.
“The Wall” amalgama tutti gli argomenti delle canzoni della band, risultando un ultimo ed estremo grido disperato verso un mondo ormai vittima del capitalismo e dell’individualismo.

Benvenuti nel muro

L’undicesimo album dei Pink Floyd è composto da due dischi contenenti 26 canzoni, le quali si susseguono senza interruzioni, permettendo all’ascoltatore di immergersi completamente in quella realtà alienante che ignora nel mondo reale.
Con l’inizio della produzione della pellicola, Parker decise di posizionare alcune canzoni in modo diverso, rispetto all’ordine presente nell’album, per sviscerare meglio il plot del film. Oltre alla diversa combinazione, nel film sono presenti due nuove canzoni: “When the tigers broke free – part 1, part 2” e “What shall we do now?”.
L’inizio del film mostra quello che sarà il primo trauma del protagonista: la perdita del padre, morto combattendo la seconda guerra mondiale, precisamente durante la battaglia di Anzio: le tigri hanno rotto la libertà. La tigre in questione è un carro armato utilizzato dalle truppe tedesche, noto come Panzer VI Tiger I.  Il piccolo Pink perde il padre, si scontra con la morte e con il concetto di guerra. Guerra scatenata dalla presenza di dittatori.  Gli stessi modelli dittatoriali, richiamati dalla scena, riflettono i muri costruiti dai dittatori stessi per porsi formalmente al di sopra di ogni cosa, per gestire sé stessi come simbolo del potere, così come l’esercizio stesso del potere e della sopraffazione sugli altri, cercando di semplificare la complessità delle relazioni sociali nella sottomissione e nell’adorazione del capo.

La canzone successiva “In the flash” mostra il futuro di Pink. L’orfano diventa famoso: diventa una rock star o un dittatore? Il film sfuma la differenza tra i due ruoli: entrambi esercitano un determinato potere sul popolo, creando veri e propri culti della personalità.

Con “Another brick in the wall pt1” assistiamo alla creazione del primo mattone che permetterà la costruzione del muro: la morte del padre e la consapevolezza di essere diverso dagli altri bambini, perché cresciuto da un solo genitore, la madre. L’ennesimo mattone,sarà causato dall’educazione scolastica, nata sostanzialmente come un’istituzione nozionistica che si limita a rendere i giovani conformi alla società esterna, come carne da macello (inutile negare l’incredibile attualità della vicenda descritta, date le ultime riforme scolastiche). Pink viene deriso per il suo scrivere poesie e testi di canzoni. Il secondo mattone è sul muro. “Mother” è la canzone che delinea il rapporto di Pink con l’altro sesso. Il bimbo viene letteralmente soffocato dalle attenzioni e dalle preoccupazioni della madre. Indirettamente, la mamma del futuro cantante è la prima edificatrice del muro. Si sa, l’istinto materno spinge la donna a proteggere il figlio dalle brutture del mondo esterno, a volte fino all’eccesso. Dal rapporto con la madre si passa al rapporto con la moglie. Seguendo la teoria di Freud, il quale sosteneva che in età adulta si cerca nel proprio partner tratti che ricordino i propri genitori, Pink proietta il proprio desiderio di indipendenza sulla moglie, diventando un pessimo marito. Il matrimonio, prevedibilmente, finisce con un tradimento da parte della consorte. Pink cerca di instaurare un dialogo con la donna ma, sfortunatamente, il muro è già completo: una volta al telefono, il ragazzo non riuscirà a dire una sola parola. “What shall we do now” mostra l’unico fascio di luce che riesce a scalfire il muro: il consumismo. “Le onde di fame che ruggiscono” rappresentano la folla di ammiratori, i regali dei fan, i soldi, le groupie, cioè quei valori che sembrano essere fondamentali nella società contemporanea.

 

Hey you

La seconda parte del film ci mostra Pink ormai vittima della propria prigionia. “Hey you” una delle canzoni più belle del disco – nel film non è presente. Parker inserisce direttamente la track successiva: “Is there anybody out there?”. Pink inizia a chiedersi se la decisione di celarsi dietro un muro sia stata la mossa giusta. Urla, prende a pugni il muro, chiede aiuto, ma nessuno sembra rispondergli. Il cantante deve tornare nel mondo reale, volente o nolente. Con le note di una delle canzoni di maggior successo presenti nel disco, “Comfortably numb”, una prima persona riesce a far breccia nel muro: il medico del cantante (interpretato dallo stesso Waters) che cerca di rianimarlo. Il dottore gli chiede cosa curare, quale parte del corpo sia la dolente. Il dolore, tuttavia, non è localizzato in un singolo punto: il dolore è ovunque e, allo stesso, tempo, non è presente da nessuna parte. Pink è semplicemente alienato, è piacevolmente insensibile. L’alienazione dell’uomo moderno, porta ad una conseguente psicosi socialmente accettata: Pink diventa una rock-star\dittatore. Si rasa i capelli, indossa un uniforme i cui colori ricordano le divise dell’SS e si fa rappresentare da un simbolo che raffigura un martello uncinato, come ennesimo riferimento alla croce uncinata del regime nazista. Durante l’esecuzione del brano “In the flash pt2”, Parker ci mostra la folla di adoratori che si inchinano davanti al loro Dio, uniti dalla parola “odio”. A questo punto, assistiamo ad un comizio tenuto da Pink che continua ad incitare violenza e razzismo, ma, d’un tratto, arrivano i vermi. Con “Waiting for the worms”, lo spettatore intravede l’umanità di Pink: il ruolo di dittatore, lo sta facendo crollare, lo sta portando all’autodistruzione dietro al suo stesso muro. Una scena emblematica è quella della bambola senza volto calpestata dalla folla. Essa è l’io sotterrato da Pink, ora calpestato dalla folla.

 

Il processo

L’ultimo atto di questo spettacolo: il processo. Un processo kafkiano, potremmo dire, in cui Pink diventa difensore e accusatore di sé stesso. I mattoni del muro prendono vita, quindi ritornano tutti i personaggi che hanno inconsciamente aiutato la costruzione del muro: il maestro, la moglie, la madre. Dall’altra parte Parker mostra coloro che partecipano al processo: pubblico, giuria e, ovviamente il giudice. Loro sono rappresentati come vermi: vermi come simbolo dell’insensibilità del soggetto (il brano Comfortably Numb descrive il corpo di Pink completamente ricoperto da vermi). Questi inorridiscono, perché Pink, nuovamente rappresentato come una bambola di pezza in balia dei suoi accusatori, ha mostrato emozioni umane. Il processo vero e proprio avverrà sul palco di un teatro. La presenza di questo giudice permette al cantante di elaborare i traumi del passato, scavando all’interno di quei mattoni che Pink vedeva solo come antagonisti. Pink ha sempre sottovalutato ciò che si nascondeva sotto le azioni dei suoi mattoni; non considerava lo scontro tra il suo muro e il muro dei suoi mattoni. La sentenza definitiva sarà quella di abbattere il muro perché, in definitiva, Pink non è diverso dal resto dell’umanità. Il narcisismo dell’artista viene distrutto, egli non è il leader di nessuno.

 

Oltre il muro
L’idea alla base di “The wall” nacque dopo un episodio accaduto durante una serie di concerti tenuti dai Pink Floyd. Mentre la band era impegnata ad eseguire i brani, Roger Waters sputò sulla testa di uno spettatore “troppo esuberante”. In quel momento si rese conto di aver perso la propria umanità e di sentirsi superiore alla massa di gente che lo osannava.

L’intero plot del film, e dello stesso disco, è la storia di Waters, ma potrebbe essere tranquillamente la storia di ognuno di noi, ogni volta che ci viene consegnato tra le mani una determinata quantità di potere. Sfortunatamente la storia raccontata dalla band e da Alan Parker pare destinata a ripetersi: leader contemporanei, come lo stesso Trump, sembrano essere dei personaggi-feticcio tirati fuori dalla discografia dei Pink Floyd. L’uomo continua ad edificare muri, sia nel suo inconscio, sia muri fisici. Nel 1989, dopo la caduta del muro di Berlino, fu chiesto a Waters di risuonare “The Wall” live, a conferma del denso legame simbolico tra arte e vita sociale, politica. Oggi stiamo assistendo alla nascita di muri sempre più alti: dalla minaccia di Trump di edificare un muro tra gli USA e il Messico, alle politiche di chiusura delle dogane e controllo militaresco per i flussi migratori.

 

Sabrina Monno

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